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Abruzzo

Perché i bancari scioperano venerdì 30 gennaio?

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Le Organizzazioni sindacali dei lavoratori bancari, Fabi, Fiba Cisl, Fisac Cgil, Uilca, Dircredito, Ugl Credito, Sinfub e Unisin, hanno presentato le loro ragioni dello sciopero nazionale in una lettera indirizzata al Presidente del Consiglio dei Ministri della Repubblica Italiana Dr. Matteo Renzi, al Presidente della Associazione Bancaria Italiana – ABI Dr. Antonio Patuelli, al Presidente di Federazione Italiana delle Banche di Credito Cooperativo/Casse – Federcasse Dr. Alessandro Azzi.
Illustrissimi Presidenti,
Dal 2008 ad oggi il nostro Paese ha progressivamente perso competitività, risentendo della recessione economica in modo grave e diffuso. La produttività è calata del 25% circa e il PIL, in 7 anni, ha avuto un decremento di 4,5 punti. L’occupazione è scesa vertiginosamente e ed il tasso di disoccupazione, che non tiene conto degli ormai tantissimi “scoraggiati” che hanno rinunciato a cercare un lavoro, ha superato livelli mai sfiorati nella storia passata (13%), in particolare per quanto riguarda i giovani (43%), che, mentre vedono sempre più lontano, precario e dequalificato il loro ingresso nel mondo del lavoro, maturano già adesso le condizioni per una vecchiaia priva di sufficienti mezzi di sostentamento. Le disparità sociali sono via, via aumentate in questi anni di crisi e ad oggi la situazione di iniquità distributiva, che vede il 50% delle ricchezze concentrate nelle mani del 10% della popolazione, appare socialmente patologica ed economicamente improduttiva, tanto che anche Papa Francesco è intervenuto sul tema affermando che “non possiamo non riconoscere una grave crescita della povertà relativa, cioè di diseguaglianze tra persone e gruppi che convivono in una determinata regione o in un determinato contesto storico-culturale” per cui si rendono necessarie “politiche che servano ad attenuare una eccessiva sperequazione del reddito”. In questo contesto il sistema bancario nazionale potrebbe e dovrebbe svolgere un ruolo determinante ed esemplare per il rilancio dell’economia nel Paese, la ripresa dell’occupazione, la sostenibilità dello sviluppo. Ci sembra perciò miope e irresponsabile la scelta operata da ABI e da Federcasse di rinunciare intenzionalmente all’unità del sistema, abiurando una storia ventennale di concertazione virtuosa, nel corso della quale è stato possibile, con l’apporto responsabile delle parti sociali, riformare e modernizzare profondamente il sistema bancario italiano, proteggendolo da possibili nuovi colonialismi finanziari, orientandolo a comportamenti meno spregiudicati di quelli che, anche in Paesi a noi vicini, hanno costretto le finanze pubbliche farsi carico di interventi pesantissimi e, infine, evitando che le riorganizzazioni e le ristrutturazioni delle aziende causassero costi gravosi per i cittadini e per i lavoratori.
Siamo stati, in questi anni, protagonisti di scelte contrattuali e sociali che hanno innovato profondamente, oltre alla contrattazione di settore, i sistemi di welfare privato, sussidiari di quelli pubblici, a partire dalle casse sanitarie e dai fondi pensione, per arrivare ai fondi di solidarietà, che hanno consentito, senza alcun onere per la collettività di esodare anticipatamente circa 68.000 lavoratori, favorendo, quando possibile, anche un significativo ricambio generazionale, e, recentemente, al fondo per l’occupazione, che ha dato sostegno, negli ultimi due anni, ad oltre 9000 assunzioni a tempo indeterminato.
Lo sviluppo delle relazioni industriali nel settore è stato costantemente un modello di riferimento per la contrattazione nelle altre categorie e, perfino, per le leggi di questo Paese, eppure ci troviamo oggi a fronteggiare proprio la scelta unilaterale dell’ABI e di Federcasse di cancellare il sistema di relazioni che aveva reso possibile tutto ciò, operata attraverso la disdetta e la disapplicazione del Contratto Nazionale. Lasciare tutti i bancari senza un contratto, alla mercé delle diverse spinte che ne potranno motivare l’operato in assenza di regole e tutele, non solo costituisce un affronto e uno smacco nei confronti della storia e degli interessi reali della categoria, ma, cosa più grave, espone il Paese al rischio di un impoverimento della capacità delle banche di offrire alla cittadinanza un’operatività coerente con i principi costituzionali, eretti, fra gli altri, a fondamenta della vita del Paese, Cosa ne sarà, ad esempio, della formazione professionale del personale, in assenza di previsioni normative che già oggi, spesso, le banche facevano fatica a rispettare pur essendovi obbligate?
Cancellando le declaratorie, quale deontologia potrà essere pretesa nei confronti del lavoratore, privato di qualunque tutela professionale e costretto a correlare il proprio reddito solo a risultati quantitativi e non più alla qualità delle proprie competenze ed esperienze professionali? E quanto sopra, come si concilierà con il dettato degli articoli 35 (formazione ed elevazione professionale dei lavoratori), 36 (diritto ad una retribuzione che garantisca condizioni di vita dignitose), 41 (contrasto tra l’attività di libera impresa e l’utilità sociale) e 47 (tutela del risparmio e del credito) della Costituzione della Repubblica Italiana?
I Sindacati del settore, dimostrando di non aver mai smarrita la via della responsabilità, avevano affrontato la fase dei rinnovi contrattuali, seppure schiaffeggiati da una prima proditoria disdetta anticipata da parte di ABI a settembre del 2013, poi emulata anche da Federcasse, con proposte di discussione attorno al modello, o meglio ai modelli, di cui il sistema bancario nazionale avrebbe potuto e dovuto dotarsi per affrontare le difficili sfide che lo attendevano e che ancora lo attendono.
Chiedevamo alle banche, come già avevamo fatto con maggior successo in altre epoche, di affrontare insieme i nodi strutturali del sistema, per provare a garantire la salute delle aziende, uno sviluppo economico sostenibile per l’Italia e la salvaguardia dell’occupazione e degli occupati delle banche.
La risposta dei banchieri è stata lapidaria: “Non ci interessa essere sistema”.
È una risposta che ha, per i lavoratori che rappresentiamo e per il Paese tutto, dei risvolti drammatici, anzi tragici. Un Paese che si privi del proprio “sistema bancario” e lo indirizzi ad essere solo un “settore di aziende tra loro concorrenti”, un Paese in cui le banche perdano la propria vocazione principale di servizio allo sviluppo economico ed alla tutela del risparmio e si orientino a considerare il denaro 3 al pari di una qualunque commodity, dalla cui “compravendita” ricavare il massimo lucro, un Paese siffatto è un Paese che ha rinunciato a promuovere autonomamente il proprio sviluppo e che si appresta a divenire colonia di altrui interessi.
In questo contesto, Illustrissimo Presidente del Consiglio, ci permettiamo di sollevare tutte le nostre riserve nei confronti del provvedimento di riforma delle Banche Popolari, non solo perché non riusciamo a capire quali siano i motivi di urgenza che impediscono un ordinario iter parlamentare in cui approfondire meglio opportunità e rischi del percorso avviato; non solo per i dati ampiamente verificati e pubblicati in questi giorni circa l’effettivo maggior contributo delle Popolari all’economia reale del Paese rispetto alle concorrenti SPA, non solo perché esse rappresentano un esempio, quasi sempre, molto virtuoso di democrazia economica realmente praticata, ma, infine, per l’inevitabile rischio che aziende, che costituiscono il principale riferimento per le famiglie e per le piccole e medie imprese italiane cadano nelle mani di quei colossi bancari internazionali che, negli anni, anche in questi ultimi, hanno dato prova di totale insensibilità sociale, concentrando, diversamente dal sistema bancario italiano, i propri interessi su attività di finanza speculativa e predatoria.
E ci domandiamo, se così accadesse, quale sarebbe l’ulteriore tributo che i lavoratori di queste banche dovrebbero pagare, dopo quelli innumerevoli già pagati alla crisi, in termini di numero degli occupati, di esternalizzazioni e di tutele contrattuali. Illustrissimi Presidenti, Vi chiediamo, accumunandoVi nell’indirizzarVi questa lettera aperta, ognuno per la propria eminente responsabilità, di farVi carico di evitare una rottura senza precedenti nelle relazioni industriali del nostro Paese.
Siamo coscienti di come gli anni della crisi abbiamo messo a dura prova il sistema delle relazioni industriali nel Paese, a partire dal blocco salariale dei lavoratori del Pubblico Impiego dei quali abbiamo condiviso disagio e mobilitazioni.
Noi non crediamo, però, che la soluzione dei problemi economici che stiamo attraversando possa essere trovata riducendo costantemente la remunerazione relativa del lavoro e diminuendone le tutele attraverso l’abbandono della contrattazione nazionale. Se ciò avvenisse nel settore bancario, sarebbe la prima volta dal dopoguerra in cui un’intera categoria di lavoratori potrebbe essere privata del proprio contratto di lavoro, insostituibile “carta costituzionale” del rapporto con le parti datoriali. Sono le lavoratrici ed i lavoratori a cui ognuno di noi affida la gestione dei propri risparmi, la speranza di acquistare una casa per la propria famiglia, la ricerca di un sostegno alla propria attività produttiva o professionale…
Si tratta di lavoratrici e lavoratori che hanno sempre contribuito, con lealtà, onestà, professionalità, deontologia e straordinaria disponibilità ad accettare cambiamenti e innovazioni, alla crescita ed al sostegno del Paese. Disconoscere ad essi i meriti della loro storia, pretendendo il taglio di tutele fondamentali, finalizzato peraltro a produrre risparmi insignificanti rispetto ai reali problemi delle banche, che non sono da ricercare nel costo del lavoro, è strumentale a generare le condizioni di un’insanabile rottura, prodromica a rinnegare, insieme ai Contratti Nazionali, l’idea di “sistema bancario al servizio del Paese” per cui da sempre ci siamo battuti.
E ci domandiamo anche, come possa essere sostenibile che, a fronte degli ennesimi tagli pretesi alle retribuzioni presenti e future di tanti lavoratrici e lavoratori, si possa tollerare, a tutti i livelli, il perdurare di incessanti dinamiche di crescita retributiva dei top manager, per altro mai chiamati a rispondere realmente del proprio operato, anche quando questo si dimostra rovinoso per le aziende condotte.
Ci pare proprio di poter dire che questa dicotomia, tra la pretesa di tagliare retribuzioni sempre più prossime ad essere appena sufficienti a garantire la dignità della persona e quella di mantenere o irrobustire situazioni di irragionevole privilegio, sia, non solo simbolicamente, rappresentativa di quanto richiamato dalle parole di Papa Francesco e di quelle disuguaglianze che ormai, anche una gran parte degli economisti, riconoscono come causa del perdurare della crisi. Il 30 gennaio, dopo decenni di pace sociale, mantenuta pur nelle difficoltà imposte dai continui cambiamenti, le lavoratrici ed i lavoratori bancari sciopereranno per la seconda volta in poco più di un anno e manifesteranno compatti per la difesa dei loro diritti, delle loro tutele e del loro essere categoria, per dare una possibilità di lavoro dignitoso a chi oggi lo sta ancora cercando, per garantire al Paese un sistema bancario al servizio degli interessi dei cittadini e delle imprese. Auspichiamo che il Vostro saggio e autorevole intervento possa contribuire a recuperare ciò che oggi sembra perduto, per il lavoro, per le imprese, per l’Italia.
A scioperare, per tutta la giornata, saranno i 309mila dipendenti delle aziende del credito, compresi gli apprendisti e i lavoratori con contratto a tempo determinato e d’inserimento. Si svolgeranno quattro manifestazioni nazionali di protesta a Milano, Roma, Palermo e Ravenna. I lavoratori bancari dell’Abruzzo parteciperanno al sit in in Piazza dell’Esquilino, davanti alla Basilica di S. Maria Maggiore, a Roma dove alle ore 11:00 si svolgerà un comizio del Segretario generale della FIBA CISL, Giulio Romani e del Segretario generale della UIL, Carmelo Barbagallo.

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Abruzzo

Limitazioni ai mezzi pesanti per 87 viadotti di #A24 e #A25, ecco i divieti in vigore nei prossimi giorni

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Avezzano“Nelle autostrade abruzzesi e laziali A24 e A25 non c’è nessun blocco del traffico pesante ma solo le limitazioni per i mezzi superiori ai 35 quintali, estese dagli 8 viadotti “più vecchi” agli 87 ispezionati dal Ministero per le Infrastrutture e Trasporti nelle scorse settimane – Lo chiarisce in una nota Strada dei Parchi Spa, concessionaria delle A24 e A25 che collegano l’Abruzzo con il Lazio – Le limitazioni al traffico sono state decise in seguito ad una comunicazione dei tecnici del Ministero e saranno in vigore nei prossimi giorni. Nonostante che non se ne ravvisi la necessità ai fini della sicurezza, la concessionaria si attiverà a rendere operativa la richiesta che arriva dal Ministero e nei prossimi giorni emanerà le nuove ordinanze necessarie per regolare il transito dei mezzi pesanti sui viadotti di A24 e A25 – si legge in una nota di Sdp – Le limitazioni consistono nel divieto di sosta e sorpasso e nell’obbligo di distanza di 50 metri tra un mezzo e l’altro, per le quali i vertici di Sdp si sono riservati “il tempo tecnico necessario per informare gli utenti”. A tale proposito, secondo alcune stime, è prevista l’installazione di 500 segnali. Intanto, la concessionaria che in questi giorni spesso si è scontrata con il ministro per le Infrastrutture e Trasporti Danilo Toninelli, che ha lanciato allarmi sulla sicurezza delle due arterie, temendo che al ministro “non siano arrivate tutte le perizie”, ribadisce la presentazione di istanza di accesso agli atti “per sapere se al ministro sono state consegnate tutte le perizie ed i risultati delle 5mila prove sui materiali nelle verifiche fatte sui viadotti”. Strada dei Parchi – conclude la nota – torna anche a sottolineare che tutte le strutture dell’Autostrada A24-A25 sono sicure “proprio alla luce dei sopralluoghi avvenuti tra settembre e i primi giorni di ottobre, i cui risultati sono stati vagliati anche da importanti e autorevoli istituti esterni”.

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Abruzzo

Abruzzo escluso dai fondi sicurezza idraulica, Berardinetti: ancora uno sgarbo alla nostra regione

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Regione – Nell’ambito della conferenza istituzionale permanente dell’autorità di bacino distrettuale dell’Appenino centrale, svoltasi all’interno della sede del Ministero dell’Ambiente, è stato illustrato il Piano Stralcio 2018 – “Interventi di manutenzione del reticolo superficiale”. L’incontro, ha evidenziato la necessità di far confluire nell’area metropolitana di Roma tutte le risorse finanziarie disponibili (pari a 10 milioni di euro) per interventi manutentivi del reticolo idrografico. Per l’Abruzzo erano presenti l’assessore alle opere pubbliche Lorenzo Berardinetti e il direttore regionale ai dissesti idrogeologici, Emidio Primavera. Presenti, inoltre, rappresentanti istituzionali di Marche e Umbria. All’ordine del giorno il definire una comune intesa finalizzata a individuare i reticoli idrografici dislocati sui rispettivi territori e aventi impellenti necessità d’intervento e manutenzione. Abruzzo, Marche ed Umbria, non coinvolte in nessuna fase prodromica dall’Autorità di Bacino Distrettuale dell’Appennino Centrale, hanno manifestato il proprio fermo dissenso, dichiarando inaccettabile sia il metodo di lavoro sia i contenuti del Piano Stralcio 2018 che ha completamente ignorato ed eluso le necessità delle regioni ricomprese nel distretto che, analogamente alla città di Roma, presentano evidenti e pari urgenze e necessità manutentive.Le tre regioni hanno manifestato assoluta contrarietà all’approvazione della delibera, anche se, nonostante il voto contrario della regione Abruzzo e il dissenso scritto della regione Umbria, è stata ugualmente approvata. Da una stima effettuata dalle strutture regionali, infatti, il fabbisogno complessivo sul territorio abruzzese è pari ad almeno 270 milioni di euro, riferito sia al reticolo principale, con sviluppo complessivo pari a circa 1.000 km, che a quello secondario con uno sviluppo stimato intorno a 8.500 km. La manutenzione delle opere realizzate e dei corsi d’acqua regionali costituisce quindi, ad oggi, la necessità principale d’intervento, in quanto la stessa rappresenta la migliore azione per garantire il mantenimento dell’efficienza e dell’efficacia del livello di sicurezza raggiunto.

“Quanto accaduto è inaccettabile”, afferma l’assessore Berardinetti, “non solo perché è imprescindibile attuare interventi di manutenzione fluviale a tutela della pubblica incolumità, ma perché, in questo contesto, si è sempre cercata la massima condivisione, in primis con l’Autorità di Bacino Distrettuale che aveva il compito di coinvolgere preliminarmente le regioni interessate dalla programmazione, in virtù della straordinarietà dei temi trattati. Ciò che si è verificato non è mai accaduto prima d’ora e, proprio per questa ragione, chiedo a gran voce che venga riaperta, nel merito, la discussione. Non solo sono state ignorate le posizioni regionali, ma il metodo usato ha violato i disposti del Testo Unico Ambientale che impone forme concertate e condivise con le Regioni sulla ripartizione degli stanziamenti autorizzati da ciascun programma di intervento. Anche la posizione del ministero dell’ambiente, che presiede il comitato istituzionale tramite il ministro, o sottosegretario delegato, è da stigmatizzare poiché non solo nulla ha fatto per sospendere la seduta o reinviarla appena si è accorto del vulnus procedurale venutosi a creare, ma addirittura ha accelerato, non prendendo neanche in considerazione il parere contrario scritto della regione Umbria, per pervenire alla approvazione a maggioranza della deliberazione di programmazione di detti fondi sul solo territorio romano ”.

 

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Provincia

Ponte sul Fiume Giovenco: la Provincia chiede 1 milione di euro al ministero

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Bisegna – Il Presidente della commissione viabilità della Provincia dell’Aquila, Gianluca Alfonsi, ha convocato la commissione per affrontare le problematiche relative al ponte sul Fiume Giovenco. Presenti il Presidente della provincia, Angelo Caruso e i consiglieri Roberto Giovagnorio e Alfonsino Scamolla. “Ripercorse, dal presidente di commissione, tutte le tappe che hanno caratterizzato la vicenda, precisando l’impegno costante dell’amministrazione a individuare in ogni modo soluzioni tempestive e condivise. Il consigliere, Alfonsino Scamolla che, con Gianluca Alfonsi, dal giorno della chiusura si è ooccupato della vicenda, ha ulteriormente precisato e chiarito, alla numerosa delegazione, circostanze e condizioni che hanno determinato l’esigenza di intraprendere azioni future solo ed esclusivamente in capo all’amministrazione provinciale” si legge in una nota Ad oggi l’Ente ha a disposizione 50.000 euro che impiegherà per ulteriori indagini strutturali e per opere provvisionali che possano permettere almeno una riapertura parziale della carrabile. A seguito degli ulteriori approfondimenti verrà anche individuata la progettualità più idonea alla risoluzione definitiva del problema. È stata anche formalizzata richiesta al ministero di 1 milione di euro da utilizzare per la sistemazione definitiva del ponte. Il Presidente, Angelo Carsuso, ha invitato tutti i presenti alla condivisione delle informazioni e aperto un canale costante di interlocuzione con il comitato e la delegazione, rinnovando la disponibilità, anche nei luoghi interessati, a ulteriori incontri partecipati. Entro un mese – conclude la nota – sarà disponibile il progetto esecutivo e iniziate le azioni necessarie. Soddisfazione è stata espressa dai membri del comitato per l’apertura di questa nuova fase di dialogo e reciproca e fattiva collaborazione. La delegazione si è detta disponibile a collaborare con l’amministrazione, con serenità e partecipazione alla soluzione di questa vicenda”. 
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Abruzzo

Abruzzo incoronata Regione dell’anno 2018: cibo eccellente e paesaggi da favola

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Regione – Dopo il riconoscimento di Regione più accogliente d’Italia, l’Abruzzo viene incoronata anche “Regione dell’anno” in occasione dei Food and travel Italia awards 2018 che si sono tenuti al Forte Village Resort di Santa Margherita di Pula, in Sardegna. Il prestigioso premio è stato istituito dal periodico internazionale Food and Travel Magazine con lo scopo di celebrare le eccellenze italiane ed internazionali che si sono contraddistinte durante l’anno per la propria qualità e i servizi. Quest’anno la regione Abruzzo grazie alla sua grande varietà paesaggistica agli ottimi servizi e alle eccellenze gastronomiche, ha saputo mettere d’accordo a livello internazionale esperti del settore enogastronomico e turistico, lettori e redazione del magazine Food and Travel che l’hanno consacrata tra le migliori regioni italiane 2018. A ritirare il premio l’assessore al turismo della regione Abruzzo, Giorgio d’Ignazio.

Il riconoscimento fa seguito a quello di Regione più accogliente d’Italia arrivato nei giorni scorsi nel corso della terza edizione di Italia Destinazione Digitale, il premio organizzato da Travel Appeal in occasione di TTG Travel Experience. Sono state analizzate oltre 13 milioni di recensioni apparse sui canali TripAdvisor, Booking.com, Google, Expedia, Hotels.com, Facebook, Airbnb, Homeaway, Wimdu.

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Abruzzo

La Marsica vince la “Coppa (virtuale) della fregnità 2018” de L’abruzzese fuori sede

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Avezzano – La Marsica si classifica prima nella sfida tutta abruzzese ideata dalla cliccatissima pagina Facebook “L’abruzzese fuori sede”.  La pagina ha indetto la tradizionale sfida annuale tra i territori, giunta alla seconda edizione. Con 2162 voti la Marsica conquista il gradino più alo del podio superando Teramo(1796), Chieti (1033), Pescara (859), L’Aquila (711) e il Molise (346). Incassando il maggio numero di like “la Marsica vinGe la “Coppa della fregnità 2018” con una rimonta epocale che già echeggia nei secoli come le imprese dei guerrieri marsi al tempo dei romani. Poco da dire: le provinGe ufficiali si sono lasciate sorprendere dalla coesione, dalla forza, dall’unità di spirito dei marsicani, che hanno stabilito un nuovo record di voti – scrive la pagina in un post, in cui annuncia la vincia – Vittoria assolutamente meritata: #comBlimenDi. A breve ci sarà un approfondimento agricolo sui vinGitori. Appuntamento all’anno prossimo per la terza edizione (in arrivo almeno tre new entry: Frentania, Val di Sangro e Valle Peligna). Grazie a tutti per la commovenDe partecipazione”.

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Abruzzo

Gestione grandi emergenze: gli alpini dell’Aquila e l’Abruzzo scelti per la maxi esercitazione Vardirex

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L’Aquila – Gli Alpini del 9° Reggimento di stanza all’Aquila sono stati scelti per un’esercitazione di protezione civile su scala nazionale per la gestione della grandi emergenze. Vardirex, Various Disaster Relief Management Exercise, è stata presentata a Verona. Per la prima volta saranno schierati in campo circa 800 uomini espressione delle professionalità di Forze Armate e Associazione Nazionale Alpini con il supporto del Dipartimento di Protezione Civile.
Le aree operative in tre Regioni, Veneto, Piemonte e Abruzzo, prevedono un intervento all’unisono in situazioni di emergenza diverse, con l’intento di verificare le procedure e l’interoperabilità tra le componenti coinvolte nelle operazioni di soccorso in occasione di pubbliche calamità. Nel corso dell’esercitazione, che si svolgerà dal 18 al 21 ottobre, sarà testato il sistema operativo di una organizzazione complessa dove opera personale sia militare, sia civile, in relazione alle esigenze di coordinamento a livello locale e nazionale, al fine di rendere sempre più efficienti le capacità di intervento in emergenza.
In Abruzzo, a Coppito in prossimità dell’Aquila, personale del 9° reggimento alpini, del battaglione “Vicenza” opererà con il personale dell’ANA nell’intervento per un sisma che porterà alla gestione di sfollati. Parteciperanno all’esercitazione oltre al Dipartimento di Protezione Civile, aliquote delle organizzazioni di Protezione Civile territoriali e delle Prefetture assieme alle amministrazioni comunali interessate dall’evento. In Abruzzo sarà allestito un campo di prima accoglienza con un posto medico e le squadre soccorso civili e militari gestiranno il supporto all’evacuazione di una scuola. Nell’area di Coppito saranno impiegati anche assetti antincendio con l’impiego di aeromobili dell’Aeronautica Militare. La Protezione Civile regionale, le Prefetture, le Province e i Comuni interessati saranno parte dell’emergenza con l’attivazione dei Centri Operativi Comunali e dei Centri di Soccorso con l’apertura delle Sale Operative locali.
Sarà simulato l’intervento e la gestione delle emergenze conseguenti in occasione di un’alluvione nella zona di Fossano, dove, assetti del 32° reggimento genio guastatori, del reggimento logistico “Taurinense”, del 2° reggimento alpini e del 34° gruppo Squadroni “Toro” interverranno sul terreno accanto a squadre espresse dalla ANA e gestite dalla locale struttura di protezione civile.
In Veneto, nella zona del Monte Baldo, si interverrà in occasione di un evento sismico. L’esercito con personale del 2° reggimento genio guastatori e del reggimento logistico “Julia”; l’Associazione Nazionale Alpini con una squadra alpinistica e con il suo ospedale da campo. Il Field Hospital sarà in loco trasportato da assetti aeronautici. In Veneto verrà installata anche la sala operativa che gestirà, simultaneamente i tre scenari emergenziali e le decine di interventi sul terreno.
Il verificarsi di tre diversi eventi calamitosi, in tre aree e quasi simultaneamente, accrescerà enormemente le difficoltà di gestione rappresentando, se non un unicum, una rarità.
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Abruzzo

Sanitopoli: Del Turco condannato per induzione indebita. Difesa: è rimasto un pugno di fango

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Avezzano – È stata confermata dalla Cassazione la condanna a 3 anni e 11 mesi di reclusione per l’ex governatore dell’Abruzzo Ottaviano Del Turco nel processo per la ‘Sanitopoli abruzzese’. In primo grado Del Turco era stato condannato a 9 anni e 6 mesi per associazione a delinquere e altri reati, in appello la pena era scesa a 4 anni e 2 mesi e per una precedente decisione della Suprema Corte era stata esclusa l’associazione e nell’appello bis, svoltosi davanti alla Corte d’appello di Perugia nel 2017, la pena era stata ricalcolata in 3 anni e 11 mesi. Ad accusare Del Turco di essersi fatto dare 850 mila euro, era stato l’imprenditore Vincenzo Angelini titolare di Villa Pini a Chieti. Con Del Turco è stato condannato in via definitiva anche Camillo Cesarone, a 3 anni e 9 mesi, ex capogruppo della Margherita nella Regione Abruzzo. In sostanza dell’iniziale insieme di accuse sono state confermate quelle di induzione indebita per fatti avvenuti
tra il 2006 e il 2007. Del Turco era stato arrestato nel 2008 ed era rimasto in carcere per 28 giorni, poi 2 mesi ai
domiciliari.

All’indomani della conclusione del processo a carico di Ottaviano del Turco, dieci anni dopo l’arresto suo e di molti componenti della sua Giunta Regionale d’Abruzzo, il suo difensore, l’avvocato Gian Domenico Caiazza, ha dichiarato: “Dieci anni dopo, di quella “montagna di prove” della quale vaneggiava il Procuratore di Pescara è rimasto un pugno di fango. Assolto dalla associazione per delinquere, dalla miriade di abusi e falsi, da 20 delle 25 dazioni di denaro contestate, Ottaviano Del Turco avrebbe dunque ricevuto illecitamente –dei 6 milioni e mezzo originariamente contestati-  850mila euro, non si sa più come, non si sa più perché. Non essendogli stato trovato indosso un solo euro di quel fantomatico denaro, si è ritenuto sufficiente poter desumere il reato dalle foto sfocate e sospette non della dazione del denaro, ma della presunta visita in casa sua dell’imprenditore Angelini. Un galantuomo innocente non può accontentarsi del crollo rovinoso dell’impianto accusatorio: quel pugno di fango è una infamia, una ingiustizia alla quale non possiamo arrenderci. Abbiamo lavorato duramente in questi ultimi mesi, e tra poche settimane depositeremo l’istanza di revisione di questa sentenza ingiusta, alla luce di fatti documentali e testimoniali incontrovertibili. Un pugno di fango è purtroppo sufficiente a distruggere la vita di una persona per bene, che ha onorato e servito da galantuomo le istituzioni della Repubblica; ma noi spazzeremo via anche quello”.

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