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Editoriale

Immigrazione, dopo la tragedia di Lampedusa serve un modello italiano

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00017Carissimi Fratelli e Sorelle!

S’avvicina la Giornata del Migrante e del Rifugiato. Nell’annuale Messaggio, che sono solito inviarvi per la circostanza, vorrei guardare, questa volta, al fenomeno migratorio dal punto di vista dell’integrazione.

E’ parola, questa, da molti usata per indicare la necessità che i migranti si inseriscano veramente nei Paesi di accoglienza, ma il contenuto di questo concetto e la sua pratica non si definiscono facilmente. A tale proposito mi piace delinearne il quadro richiamando la recente Istruzione “Erga migrantes caritas Christi” (cfr. nn. 2, 42, 43, 62, 80 e 89).

In essa l’integrazione non è presentata come un’assimilazione, che induce a sopprimere o a dimenticare la propria identità culturale. Il contatto con l’altro porta piuttosto a scoprirne il “segreto”, ad aprirsi a lui per accoglierne gli aspetti validi e contribuire così ad una maggior conoscenza di ciascuno. E’ un processo prolungato che mira a formare società e culture, rendendole sempre più riflesso dei multiformi doni di Dio agli uomini. Il migrante, in tale processo, è impegnato a compiere i passi necessari all’inclusione sociale, quali l’apprendimento della lingua nazionale e il proprio adeguamento alle leggi e alle esigenze del lavoro, così da evitare il crearsi di una differenziazione esasperata.

Non mi addentrerò nei vari aspetti dell’integrazione. Desidero soltanto approfondire con voi, in questa circostanza, alcune implicazioni dell’aspetto interculturale.

A nessuno sfugge il conflitto di identità, che spesso si innesca nell’incontro tra persone di culture diverse. Non mancano in ciò elementi positivi. Inserendosi in un nuovo ambiente, l’immigrato diventa spesso più consapevole di chi egli è, specialmente quando sente la mancanza di persone e di valori che sono importanti per lui.

Nelle nostre società investite dal fenomeno globale della migrazione è necessario cercare un giusto equilibrio tra il rispetto dell’identità propria e il riconoscimento di quella altrui. E’ infatti necessario riconoscere la legittima pluralità delle culture presenti in un Paese, compatibilmente con la tutela dell’ordine da cui dipendono la pace sociale e la libertà dei cittadini.

Si devono infatti escludere sia i modelli assimilazionisti, che tendono a fare del diverso una copia di sé, sia i modelli di marginalizzazione degli immigrati, con atteggiamenti che possono giungere fino alle scelte dell’apartheid. La via da percorrere è quella della genuina integrazione (cfr Ecclesia in Europa, 102), in una prospettiva aperta, che rifiuti di considerare solo le differenze tra immigrati ed autoctoni (cfr Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 2001, 12).

Nasce così la necessità del dialogo fra uomini di culture diverse in un contesto di pluralismo che vada oltre la semplice tolleranza e giunga alla simpatia. Una semplice giustapposizione di gruppi di migranti e di autoctoni tende alla reciproca chiusura delle culture, oppure all’instaurazione tra esse di semplici relazioni di esteriorità o di tolleranza. Si dovrebbe invece promuovere una fecondazione reciproca delle culture. Ciò suppone la conoscenza e l’apertura delle culture tra loro, in un contesto di autentica comprensione e benevolenza.

I cristiani, per parte loro, consapevoli della trascendente azione dello Spirito, sanno inoltre riconoscere la presenza nelle varie culture di “preziosi elementi religiosi ed umani” (cfr Gaudium et spes, 92), che possono offrire solide prospettive di reciproca intesa. Ovviamente occorre coniugare  il principio del rispetto delle differenze culturali con quello della tutela dei valori comuni irrinunciabili, perché fondati sui diritti umani universali. Scaturisce di qui quel clima di “ragionevolezza civica” che consente una convivenza amichevole e serena.

Se coerenti con se stessi, i cristiani non possono poi rinunziare a predicare il Vangelo di Cristo ad ogni creatura (cfr Mc 16,15). Lo devono fare, ovviamente, nel rispetto della coscienza altrui, praticando sempre il metodo della carità, come già San Paolo raccomandava ai primi cristiani (cfr Ef 4,15).

L’immagine del profeta Isaia, da me più volte evocata negli incontri con i  giovani di tutto il mondo (cfr Is 21,11-12), potrebbe essere usata pure qui per invitare tutti i credenti ad essere “sentinelle del mattino”. Come sentinelle, i cristiani devono anzitutto ascoltare il grido di aiuto proveniente da tanti migranti e rifugiati, ma devono poi promuovere, con attivo impegno, prospettive di speranza, che preludano all’alba di una società più aperta e solidale. A loro, per primi, spetta di scorgere la presenza di Dio nella storia, anche quando tutto sembra ancora avvolto dalle tenebre.

Con questo auspicio, che trasformo in preghiera a quel Dio che intende radunare intorno a sé tutti i popoli e tutte le lingue (cfr Is 66,18), invio a ciascuno con vivo affetto la mia Benedizione.

GIOVANNI PAOLO II

1. Anche nell’Enciclica Caritas in Veritate (al n. 62) Benedetto XVI ricorda che la questione dell’immigrazione pone “sfide drammatiche”, non tollera soluzioni sbrigative e presenta una notevole complessità di gestione; quindi fornisce tre indicazioni:

a)     anzitutto richiama l’attenzione sui “diritti delle persone e delle famiglie emigrate”; ciò vuol dire che il migrante va trattato come una persona e non come una merce;

b)     contestualmente ricorda la necessità di tutelare i diritti “delle società di approdo degli stessi emigrati”, senza limitare tali diritti alla sola sicurezza, ma estendendoli alla identità e alla integrità nazionale;

c)     infine, richiama i diritti delle società di partenza degli emigrati, perché non siano depauperate delle risorse necessarie per lo sviluppo. Questo avendo come obiettivo ultimo “che non ci sia più bisogno di emigrare, perché ci sono in Patria posti di lavoro sufficienti, un tessuto sociale sufficiente” (intervista del Pontefice durante il volo per gli USA, 15 aprile 2008).

2. Due differenti posizioni violano questi principi: la xenofobia nega il primo, sia nella sua versione rozza di chi ritiene lo straniero per definizione un essere inferiore, sia in quella meno esplicita di chi sfrutta l’immigrato o facendolo lavorare in nero, o comunque remunerandolo di meno rispetto agli altri lavoratori, o utilizzandolo per manovalanza criminale. È ovvio che solo il rispetto integrale della persona, qualunque sia la lingua, l’etnia, la provenienza, l’età, costituisce l’antidoto a ogni intentio discriminatoria. Il secondo e il terzo principio sono avversati da quell’orientamento ideologico che il politologo francese Pierre-André Taguieff definisce immigrazionismo; secondo tale posizione l’immigrazione è sempre culturalmente buona ed economicamente vantaggiosa, e chi osa manifestare dubbi in proposito è immediatamente bollato come xenofobo, se non proprio razzista.

Non è detto che la xenofobia sia sempre “di destra”: ci sono fasce della sinistra, soprattutto nel mondo sindacale, la cui ostilità per la concorrenza degli immigrati sul mercato del lavoro talora sconfina nella xenofobia. Né è detto che l’immigrazionismo sia sempre “di sinistra”, come informano le cronache quotidiane, anche in Italia. Certo, l’immigrazionista “di destra” è convinto che se l’immigrato viola la legge va sanzionato; ma il quesito da porsi non riguarda il rispetto del limite posto dalla norma penale. Il quesito da porsi è più profondo e più impegnativo: un immigrato che non fa il terrorista né spaccia droga, ma vive e pensa nel nostro Paese secondo principi contrastanti con quelli che sono alla base della nostra civiltà, è o non è un problema? Rimuovere il problema fa aumentare l’entità dello stesso e fa crescere il rischio che la doverosa contrapposizione alla xenofobia degeneri nel relativismo culturale: cioè in quell’atteggiamento per il quale chiunque arrivi in Italia può – in nome del multiculturalismo – comportarsi come meglio crede, col solo remoto limite dell’ordine pubblico. E’ una posizione inaccettabile: le culture vanno giudicate in base alla possibilità che esse hanno di difendere integralmente i diritti della persona e il bene comune; ad esempio, una cultura fondata sul rispetto della donna non può ritenersi equivalente a una cultura che invece lo nega, permettendo di fatto la poligamia o l’esercizio di una giurisdizione domestica che viola la più elementare dignità della persona.

3. L’Italia è una Nazione che, rispetto ad altri partner europei, Francia e Regno Unito in testa, affronta la questione immigrazione da un tempo relativamente recente: appena vent’anni. Per questo, dopo aver superato una serie di emergenze (da ultima, quella degli sbarchi), oggi essa è in condizione di giocare la partita dell’integrazione puntando alla elaborazione di un proprio “modello”, che faccia tesoro delle esperienze degli altri Paesi, e che tenga conto della propria identità. Scopo di queste righe è offrire spunti di riflessione, non soltanto teorici, in tale direzione, muovendo attraverso differenti – ma non contrastanti – sensibilità di impostazione culturale e di settore; il tutto, però, partendo dalla eliminazione di una serie di luoghi comuni che, al di là delle intenzioni, rischiano di pregiudicare un percorso serio. Giova passarli in rassegna, se non altro per evitarli.

1° luogo comune. Si dice: in Europa gli immigrati sono una minoranza, e ciò deve far mettere da parte gli allarmismi. In Italia, in particolare, gli immigrati sono meno del 10% della popolazione, in linea con la tendenza europea, che vede presenti circa 50 milioni di immigrati rispetto ai 500 milioni di cittadini dell’UE. Il limite di questo ragionamento, tendenzialmente rassicurante, è che osserva il fenomeno come se fosse raffigurabile attraverso le fotografie, quando invece esso è un film. Solo il filmato permette di cogliere il punto di avvio, la tappa alla quale ci si trova, la velocità di marcia, e quindi fa proiettare la dimensione quantitativa da oggi a 10, 20, 50 anni. Alla data del 30 settembre 2013 (ultimo dato disponibile) le persone extracomunitarie presenti in modo regolare nel territorio italiano erano 2.675.417 (di cui 4.204 titolari di carta di soggiorno per familiare di cittadino UE, 986.300 titolari di permesso di soggiorno per lungo periodo, 626.908 minori infraquattordicenni iscritti sul titolo del genitore/affidatario, 2.048.509 stranieri titolari di permesso di soggiorno valido); questo dato è al netto di coloro che nel frattempo sono diventati cittadini comunitari, a seguito dell’ingresso nell’UE dei Paesi da cui provenivano (per i quali non si può più fare riferimento al censimento basato sul permesso di soggiorno), e dei regolarizzandi in base all’ultimo provvedimento: alla ricerca di un termine di confronto complessivo omogeneo, la somma con tali voci renderebbe il totale dei residenti regolari di provenienza straniera pari a circa 4.500.000 persone.

Nel 1990 gli immigrati regolarmente soggiornanti sul territorio nazionale erano 548.193 (di cui 108.544 cittadini comunitari e 439.649 extracomunitari), nel 1995 erano 707.366 (122.890 comunitari e 584.476 extracomunitari), nel 2000 erano 1.388.153 (151.799 comunitari e 1.236.354 cittadini extracomunitari), nel 2005 erano 2.271.680 (di cui 229.530 comunitari e 2.042.150 extracomunitari): dunque, nel 2013 si è arrivati a circa 10 volte le presenze del 1990. Seguendo i ritmi degli ultimi vent’anni, in Italia gli immigrati regolari arriverebbero a 12 milioni nel 2030 e a 20 milioni nel 2050. Il film non costituirebbe una novità: la Svezia ha 9 milioni di residenti e 1,5 milioni di immigrati, l’Olanda 13 milioni di residenti e 3 milioni di extracomunitari. L’entità e la consistenza di queste proporzioni, peraltro in crescita, non permettono la realizzazione di una integrazione degna di questo nome: una integrazione effettiva, non meramente declamata, ha bisogno di gradualità e di possibilità di inserimento sociale e lavorativo reale.

2° luogo comune: accogliere quanti più immigrati possibile corrisponde a una istanza etica, collegata, fra l’altro, alla esigenza di fornire un doveroso contributo contro la fame e il sottosviluppo e a un vago solidarismo buonista. In proposito, è lecito chiedersi: in base a quali elementi per noi sarebbe meno oneroso e per il Terzo Mondo sarebbe preferibile trasferire in Europa milioni di extracomunitari piuttosto che sostenerli nei Paesi d’origine? Chi sottolinea positivamente la presenza fra gli immigrati di ottimi ingegneri, di bravi informatici, di medici e di infermieri capaci non riflette a sufficienza sul costo per le zone di provenienza rappresentato dall’impoverimento delle loro risorse umane. Il valente medico arrivato da uno Stato del Centro Africa non è indispensabile per i sistemi sanitari europei, lo è invece nel Ruanda o nel Ghana. All’istanza etica ci si richiama per fondare un riconoscimento ampio del diritto di asilo. L’Italia da questo punto di vista vive un paradosso: è una delle Nazioni che può vantare nel mondo, in assoluto e in proporzione alla popolazione residente, il numero più elevato di accoglimenti di domande di asilo e di protezione umanitaria, e al tempo stesso è quella in cui, grazie alle polemiche sollevate da un team politico, mediatico, di associazioni di settore e giudiziario, sembra che l’asilo sia quotidianamente denegato. Al netto delle polemiche, va detto con chiarezza che invocare lo status di rifugiati non può essere lo strumento per entrare senza permesso di soggiorno: non può affermarsi il principio secondo cui la protezione va riconosciuta – anche in assenza di persecuzione o di discriminazione – a chiunque provenga da un Paese non democratico o al cui interno vi siano sperequazioni economiche, cioè a chiunque arrivi da uno degli Stati del Terzo Mondo.

3° luogo comune: il decremento demografico fa sì che l’Europa abbia bisogno di immigrati, anche per svolgere quei lavori che l’europeo non è più disponibile a fare. Ora, se è vero che il Vecchio Continente conosce da decenni un forte calo di nascite, c’è da chiedersi se la soluzione del problema consiste davvero nel far giungere immigrati senza limiti. C’è qualche ragione per dubitarne:

a) gli extracomunitari, grazie ai loro salari bassi, mantengono in vita per un certo tempo, in ambiti economici in crisi, posti che altrimenti scomparirebbero. Ma è semplicemente una questione di tempo: prima o poi i posti di lavoro inesorabilmente scompaiono; in ampie aree dell’Europa la difficile situazione del tessile o del calzaturiero è dipesa non dal calo demografico, ma dai costi minori dei prodotti cinesi. Alla fine, nonostante le paghe inferiori degli immigrati che lavorano da noi, tante aziende hanno egualmente chiuso i battenti, e nell’insieme probabilmente i costi riguardanti l’arrivo di nuovi immigrati hanno superato i benefici della loro presenza;

b) con alcune significative eccezioni (si pensi alla collaborazione domestica e alle c.d. badanti, molte delle quali però sono cittadine comunitarie), va detto che i lavori che nessuno desidera in realtà sono i lavori che l’europeo non vuole se il salario non è attraente. La questione non va vista dal lato dell’indisponibilità del lavoratore a determinati impieghi, bensì dal lato della disponibilità del datore di lavoro a occupare, talora in nero, extracomunitari che costano di meno; la conseguente alterazione del mercato del lavoro fa sì che in alcune Nazioni aumenta la disoccupazione ma al tempo stesso cresce l’immigrazione, e quindi l’occupazione in nero o con sottopaghe degli extracomunitari.

4° luogo comune: sempre a causa del calo demografico, oggi ci sono pochi giovani e molti anziani, con ripercussioni sulla tenuta del sistema pensionistico, rispetto al quale l’arrivo di nuovi lavoratori da fuori i confini europei avrebbe l’effetto di incrementare la platea contributiva. Riprendiamo l’analogia fra il fotogramma e il film: i giovani lavoratori immigrati di oggi crescono anche loro, e prima o poi diventeranno anziani pensionati; peraltro il loro salario attuale, mediamente non elevato, è accompagnato da versamenti contributivi egualmente bassi, e così al futuro incremento del numero dei pensionati non corrisponderà un parallelo incremento della quantità di contributi.

5° luogo comune: nutrire riserve per la positività di una immigrazione larga significa dimenticare la nostra emigrazione, e riproporre nei confronti di chi oggi viene in Italia gli stessi pregiudizi e le medesime ingiustizie che hanno subito i nostri antenati. Quest’argomento viene adoperato anche per sollecitare percorsi più rapidi di ottenimento della cittadinanza. Il limite di questo ragionamento sta nel sovrapporre periodi storici e dinamiche del tutto diverse: chi dall’Italia si trasferiva col piroscafo nelle Americhe, o prendeva il treno con la valigia di cartone per i Paesi del Nord dell’Europa, in larga parte ci andava con la prospettiva di restarci. Chi oggi viene in Europa da aree meno sviluppate pensa di stabilirsi mediamente solo in un terzo dei casi: l’altro 70% si pone l’obiettivo di mettere da parte dei risparmi, di acquisire mestieri e/o professionalità, di far frequentare ai figli le nostre scuole, quindi di rientrare dopo un numero apprezzabile di anni nel Paese d’origine per far fruttare i risparmi e le conoscenze apprese. A che cosa serve a costoro la cittadinanza? Chi di loro realmente la chiede o la desidera?

In tal senso va perseguita – e può costituire un pilastro del “modello italiano” – una politica di reinserimento dei lavoratori immigrati nei paesi di origine, che punti a garantire nei fatti l’equilibrio tra la soddisfazione in modo flessibile del fabbisogno di mano d’opera dell’economia italiana e la necessità di nuove opportunità di lavoro dei Paesi di provenienza. Va costruita quella che potrebbe definirsi una “immigrazione rotazionale”, basandola su un doppio binario: percorsi di inserimento non virtuale di chi viene in Italia e in Europa e percorsi di rientro incentivato nei luoghi di provenienza, tesi a collocare nel modo più adeguato e soddisfacente chi ha maturato competenze e capacità di contribuire allo sviluppo del proprio Paese. Ciò richiede in modo decisivo il rafforzamento della cooperazione, indirizzando le scelte sia delle istituzioni comunitarie, sia degli enti territoriali italiani, sia – per quanto si lascino coinvolgere – delle istituzioni degli Stati di provenienza.

Tornando all’analogia con il passato, va ricordato che i nostri emigranti si recavano in contesti sociali, e in senso lato culturali, non opposti a quelli di provenienza, per lo meno quanto a confessione religiosa e a principi essenziali; ma una parte significativa degli attuali immigrati hanno riferimenti molto diversi dai nostri. E’ difficile negare il peso sociale della religione, e i riflessi che essa esercita sullo spazio pubblico, anche solo nelle manifestazioni esterne: come in passato nessuno si scandalizzava se per le strade di New York gli italiani portavano in processione S. Antonio, oggi nessuno protesta se immigrati sudamericani portano le loro statue della Madonna in processione per le vie di qualche grande città italiana.

I problemi sorgono, e le reazioni si attivano, se migliaia di musulmani pregano Allah davanti al Duomo di Milano, magari inserendo nelle preghiere invettive contro gli USA e Israele. E’ indubbio che, anche nelle comunità di immigrati, vi siano differenti gradazioni di islam e che processi di assimilazione siano possibili; ma è altrettanto indubbio che l’islam nel suo insieme ha delle specificità, negare le quali è ottusamente relativistico. Queste specificità rendono difficile l’assimilazione dell’islam alla cultura europea per voci fondamentali quali il rapporto fra uomo e donna, fra religione e politica, fra fede e ragione, fra appartenenza confessionale e violenza.

4. Provare a liberarsi da questi luoghi comuni non vuol dire rinunciare a perseguire una posizione di equilibrio, o peggio scadere in una sorta di criptorazzismo: significa semplicemente non farsi illusioni. Il percorso è lungo e complicato; soprattutto, non tollera scorciatoie. Un esempio di scorciatoia è quell’insieme di proposte che vanno nella direzione della cittadinanza breve. E’ una scorciatoia pericolosa, perché scambia la fine con l’inizio: immagina la cittadinanza come uno strumento di integrazione, e non invece – come noi sosteniamo che debba essere – come la parte conclusiva di un percorso di integrazione; la via formalmente e sostanzialmente corretta non può prescindere dalla scansione “permesso di soggiorno” (connesso a un lavoro regolare, valido fino a 2 anni, rinnovabile) – “carta di soggiorno” (che presuppone 5 anni di residenza, un lavoro e un alloggio secondo le norme dell’edilizia residenziale pubblica, assenza di seri pregiudizi penali, e che è valido senza necessità di rinnovo ed è revocabile solo se si commettono reati) – “cittadinanza”: ma se la cittadinanza si può ottenere dopo 5 anni, esattamente come la carta di soggiorno, la gradualità che si basa su quest’ultima non ha più senso, e viene compromessa la logica dell’intero sistema.

Anche per il riconoscimento delle cittadinanze l’incremento in Italia è avvenuto parallelamente a quello delle presenze degli stranieri regolari: nel 1990 i provvedimenti furono 3.809 (3.475 per matrimonio e 334 per residenza); nel 1995 furono 8.051 (6.979 per matrimonio e 1.072 per residenza); nel 2000 furono 9.554 (8.123 per matrimonio e 1.431 per residenza);  nel 2005 furono 19.266 (11.854 per matrimonio e 7.412 per residenza); nei primi nove mesi del 2013 – ultimo dato aggiornato – sono stati 28.565 (12.314 per matrimonio e 16.251 per residenza): la proiezione sull’intero anno porta a quota 40.000, cioè al decuplo delle cittadinanze concesse vent’anni fa, con una prevalenza per la prima volta della residenza sul matrimonio.

La questione cittadinanza va inserita in un contesto che parta anzitutto da un corretto e organico governo dell’immigrazione. Se l’immigrazione è un dato della nostra realtà che nessuno può pensare di abolire, tuttavia non deve svolgersi senza una guida e senza direttrici di fondo. Governo dell’immigrazione significa, sul piano strutturale, puntare a politiche omogenee in sede UE, per la difficoltà di immaginare decisioni differenti per confini nazionali. Significa, nel proprio territorio, coinvolgere in via continuativa tutte le realtà istituzionali interessate dal fenomeno: dai ministeri a vario titolo chiamati in causa, alle regioni e agli enti locali. Gli strumenti di coordinamento delle varie competenze, centrali e periferiche, non mancano nella legge in vigore, attendono solo di essere compiutamente utilizzati. Governo dell’immigrazione significa anche – e ci si sta muovendo in questa direzione – risolvere problemi di vita quotidiana, che rendano la presenza fra di noi meno inutilmente complicata: ridurre le code davanti agli sportelli, dimunuire i tempi per ottenere documenti essenziali, a cominciare dal rinnovo del permesso di soggiorno, garantire la disponibilità di alloggi decorosi e la fruizione di servizi in condizioni di parità con gli italiani, migliorare l’approccio con la nostra realtà istituzionale.

Norme introdotte di recente nell’ordinamento puntano a favorire l’effettiva integrazione di ogni singolo immigrato. Nel luglio 2009, nell’ambito del “pacchetto sicurezza”, il Parlamento ha previsto per la prima volta l’”accordo di integrazione” (inserendolo come art. 4 bis nel testo unico sull’immigrazione). Esso consiste in questo: all’atto della richiesta di permesso di soggiorno – quale condizione per il rilascio dello stesso – l’immigrato sottoscrive l’assunzione di impegni, articolati per crediti e per obiettivi, da onorare nel periodo di validità del permesso. La perdita integrale dei crediti determina la revoca del permesso di soggiorno e l’espulsione dello straniero. Al ministero dell’Interno è in corso la stesura del decreto attuativo che darà sostanza all’accordo; nella discussione al Senato il Governo ha accolto un ordine del giorno, in base al quale il decreto ministeriale subordinerà l’assegnazione dei crediti relativi all’accordo a una serie di requisiti: livello adeguato di conoscenza della lingua italiana; adesione alla Carta dei valori (promossa dal ministro dell’Interno Amato il 23 aprile 2007); conoscenza delle regole di base del nostro ordinamento.

Nello stesso ordine del giorno si prevede che, al momento del rinnovo del permesso di soggiorno, lo straniero incrementa i crediti attribuitigli se:

1) nei due anni precedenti non ha violato norme di comportamento da cui derivi la decurtazione;

2) ha superato un corso che verifichi il livello di integrazione sociale e culturale e il raggiungimento degli obiettivi di integrazione sottoscritti;

3) mostra adeguata partecipazione economica e sociale alla vita della comunità nazionale e locale.

I crediti subiranno decurtazioni in proporzione alla gravità dell’infrazione commessa, nei casi di violazioni del codice penale e gravi illeciti amministrativi o tributari. La costruzione nei fatti di un sistema che faccia effettivamente funzionare l’accordo di integrazione costituirà la base per il progressivo inserimento nella nostra realtà nazionale, a conclusione del quale si colloca il riconoscimento della cittadinanza.

 

5.Governo dell’immigrazione significa però, oltre che collegare la disciplina dei flussi a procedure meno burocratizzate, non agganciarsi esclusivamente agli indici del mercato del lavoro. Quello su cui è necessario riprendere una riflessione non sommaria né demonizzante è tentare di orientare gli arrivi nei differenti Paesi europei sulla base di consonanze culturali in senso lato, proprio per permettere la migliore integrazione: non si tratta di promuovere impossibili preferenze etniche, ma di essere consapevoli che la convivenza riesce meglio quanti più numerosi sono gli elementi che si hanno in comune. Una ipotesi del genere, lungi dal possedere connotazioni di discriminazione razziale, è l’esito del buon senso: per ragioni ovvie, un somalo ha una facilità di integrazione in Italia certamente superiore rispetto a un maghrebino, mentre in Francia chi proviene dalla Tunisia trova un terreno più favorevole rispetto a chi proviene dallo Sri Lanka.

In quest’ottica, non dobbiamo temere di riaffermare la nostra identità culturale: anzi, dobbiamo convincerci che l’immigrazione pone a rischio le società che non riescono a mantenere in modo chiaro e deciso la propria identità. La rinuncia a riconoscere le proprie radici cristiane è stata negli ultimi anni per l’Europa il sintomo più evidente della incapacità a manifestare la sua identità. La Corte europea dei diritti dell’uomo alterna, nelle decisioni rivolte ai singoli Stati, l’obbligo di rimuovere il crocifisso al divieto di espellere i terroristi. L’introduzione della pillola abortiva dove ancora non esiste avviene per impulso di istituzioni europee. In alcuni Paesi dell’UE i corsi sulla cittadinanza proposti agli immigrati esaltano il presunto “diritto all’aborto”. In troppe scuole italiane la tradizionale memoria del Natale – che richiama un comune dato di civiltà, al di là dell’appartenenza confessionale – viene sostituita da amorfe “feste della luce”, o da generiche recite scolastiche dedicate a tutt’altro, mentre la progressiva ritirata del presepe dai luoghi pubblici comincia a essere seguita anche dalla stilizzazione dell’albero (che è pur sempre “di Natale”, e quindi rischia di non essere religiosamente corretto). In Olanda ai nuovi immigrati viene fatto vedere un video che riassume i “valori olandesi”: in esso due omosessuali si scambiano effusioni in pubblico e una bagnante prende il sole in topless.

Non so se gli olandesi riconoscono in maggioranza queste immagini come loro “valori”, né so se la maggioranza degli europei ritengono l’aborto qualificante e simbolo di civiltà tale da costituire baluardo di integrazione, ma ho l’impressione che larga parte degli immigrati di fede islamica traggano spunto da tutto questo per confermare il loro sentimento di superiorità nei nostri confronti, e – più in generale – che su queste voci una persona di buon senso non può immaginare di costruire una immagine forte dell’Europa e della sua identità. Il dovere dell’identità è strettamente connesso a una politica seria dell’immigrazione, e impone una effettiva unità attorno ai principi che connotano l’identità, una solidarietà di testa e di cuore fra coloro che la perseguono, un metodo caratterizzato da senso di realtà. Approcci buonistici e ottime intenzioni devono fare i conti con l’oggettività del reale, senza falsi miti, pie leggende o dannose edulcorazioni. Abbiamo la storica responsabilità di non scaricare la questione sulle future generazioni, e quindi di non favorire la formazione di un consistente numero di “cittadini” culturalmente avulsi dal tessuto nazionale.

Questa responsabilità si coniuga con l’antica consapevolezza, di cui sono tragica riprova gli orrori del secolo scorso, che “il mondo è un purgatorio, che viene trasformato in inferno da coloro che vogliono farne un paradiso”. Nostro compito è di rendere il mondo in cui la Provvidenza ci ha chiamato a vivere un po’ meno purgatorio, senza per insipienza avvicinarlo all’inferno: la cui via – come tutti sanno – è lastricata di buone intenzioni.

 

Prof. Sandro VALLETTA

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  1. Raffaella D'Ambra

    27 Ottobre 2013 at 23:21

    Professore ha centrato nella verità e senza sfumature la questione attualissima con coraggio ed obiettività, da sempre latente ed ancora latitante proprio in quello che è il diritto legato al dovere. Di contro, e spendo solo due righe preferendo evitare di stendere un trattato almeno in questa sede, preciso il gravissimo problema meridionale fatto di sfruttamento del lavoro minorile e “quando” renumerato, si aspirava con raccomandazione, ad almeno 2mila lire. 2mila lire ogni certo numero di slip cuciti (ore e ore di lavoro con luce economica ore e ambienti che oggi rinneghiamo di aver usato o diventati ingestibile adito di salasso).. idem per il lavoro nei campi, il suo stoccaggio che.. mi permetto con presunzione di sottolineare, è tutto, sempre e da sempre, fatto con le dovute accortezze, dicasi pregio e rispetto, adeguato al prodotto: la dedizione certosina per le cuciture o riprese a mano. capi immortali.., la sapiente manipolazione degli edibili e/o loro preparazione.. per quanto si assiste oggi poco mi importa di un prodotto ammaccato o marcio nel suo cuore che invece deve portare il sole sulla mia tavola e.. a quale inflazione e pressione fiscale?.. dico No, sopratutto se mi sottrai terra, mi condizioni gli spazi per quello che è il concetto di casa e famiglia e servizi (tranne se e quando c’è da speculare sfacciatamente) e sopratutto se l’indecenza è un fattore strumentale per vantare un diritto di fatto mai riconosciuto o erogato. gli italiani sono da sempre ineguagliabili in tutto, umore, solidarietà, capacità ed Umiltà.. servirebbe un trattato sull’umiltà, quella vera, quella del cuore.. non quale prezzo per avere un giocattolo inestimabile. grazie, mi scuso di essermi impossessata di questo spazio pubblico per sfogare un mio punto di vista che deve rimanere vivo nel rispetto di chi ci offre queste competenze, cultura, sapienza, ricchezza d’esempio. preciso che la misera e meschina strategia a cui siamo assoggettati è di scredito per prevalere in spazi e argomenti che non debbono riguardare se non i diretti interessati Mai interpellati e portatori di carrette. Ossequie

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Abruzzo

FESTA DEL PAPÀ : QUANDO LA LEGGE NEGA L’ESSERE PADRE

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Ci sono padri straordinariamente felici di essere padri e di fare da padri. Perché è l’esperienza più bella della loro vita. Perché il figlio è, la loro vita. Perché crescere, educare, giocare, gioire col proprio cucciolo nutre il cuore, la mente, l’anima.

Ci sono madri (non tutte chiaramente) che negano ai padri questo diritto. Negandogli così di vivere.

Ci sono padri che passano notti e settimane insonni; che subiscono: alienazioni genitoriali, telefonate interrotte con il figlio, figli manipolati, menzogne inculcate nel figlio e parole infamanti; assistono ad: accordi violati, aggressioni al patrimonio; vivono improvvisi sospetti imprevisti del figlio. Padri che vivono il figlio come un ostaggio, vile merce di scambio, corpo contundente, strumento di vendetta; arma non convenzionale. Ci sono padri che non vivono più serenamente, che non lavorano più serenamente, che non gioiscono più, che non riescono più ad immaginare il proprio futuro. Ci sono padri che si impoveriscono, aggrediti patrimonialmente. Che finiscono a fare la coda dai padri gesuiti o dormono in auto. Che hanno sconvolgimenti esistenziali non più riparabili, destinati a restare come inchiostro d’odio su candida seta. Ci sono padri negati.

Uno dei maggiori drammi della società moderna, nella quale una coppia su due è destinata a separarsi, riguarda i padri che si “separano”, ai quali si oppongono le madri con “violenza” negando loro l’esercizio della condivisione genitoriale nella crescita del figlio. La letteratura spiega che in una “separazione” (in un matrimonio o in una convivenza more uxorio) le donne tendono spesso a usare il figlio come arma e i padri invece strumentalizzano il mantenimento.

Diventa dunque essenziale il ruolo del giudice e degli avvocati che assistono le parti.

Occorre infatti che la legge venga applicata con equilibrio, saggezza e responsabilità, dai giudici minorili e che gli avvocati che assistono i genitori in tale delicato conflitto siano innanzitutto competenti, esperti e responsabili. Ho invece conosciuto tanti cialtroni che danneggiano le parti e soprattutto l’interesse dei minori arrecando danni irreparabili. Tali incompetenti andrebbero sanzionati con la radiazione o l’espulsione.

Il Tribunale per i Minorenni (T.M.) esercita nello spirito della realizzazione del migliore interesse del minore e ha giurisdizione penale, civile e amministrativa. E’ organo specializzato della giustizia, composto da quattro giudici (due togati e due onorari). In Italia ci sono 29 tribunali minorili, con 782 magistrati, dei quali circa 600 sono onorari. La selezione dei giudici andrebbe fatta col massimo rigore possibile poiché gestiscono situazioni di straordinaria importanza.

La competenza in materia civile non è esclusiva (concorrente con il tribunale ordinario e e il giudice tutelare) ma di assoluto rilievo, decidendo anche in tal senso: interventi a tutela dei minori i cui genitori non adempiono in modo adeguato o affatto ai doveri verso i figli (art. 147 cod. civ.); può limitare l’esercizio della potestà genitoriale, attivando l’intervento dei servizi socio-sanitari (art. 333 cod. civ.); può allontanare il minore dalla casa familiare (artt. 330, 333 e 336 cod. civ.); può dichiarare i genitori decaduti dalla potestà sui figli (art. 330 cod. civ.); può dichiarare lo stato di adottabilità del minore; regola l’affidamento dei figli di genitori non sposati, che hanno cessato la convivenza e che sono in situazione di conflitto rispetto all’esercizio della potestà genitoriale (art. 317 bis cod. civ.).

Ricordiamoci dunque che dove c’è un padre negato, c’è sempre un bambino negato.

STORIA DELLA FESTA DEL PAPÀ

La Festa del papà è celebrata in tutto il mondo, anche se in date differenti, e la tradizione vuole che i figli festeggino i papà con regali e biglietti pieni di sentimento. La storia di questa festa è piuttosto recente e risale precisamente al 5 luglio del 1908, giorno in cui venne festeggiata per la prima volta nella città di Fairmont, in Virginia Occidentale, presso la chiesa metodista locale in commemorazione della morte di oltre 360 uomini, 250 dei quali padri di famiglia, nel disastro di Monongah, la più grave sciagura mineraria degli Stati Uniti.

Successivamente, per la precisione il 19 giugno del 1910 a Spokane nello Stato di Washington, la Signora Sonora Smart Dodd, all’oscuro della celebrazione avvenuta a Fairmont e ispirata da un sermone ascoltato in chiesa per la festa della mamma del 1909, organizzò la prima festa del papà così come la conosciamo oggi e fece in modo che la ricorrenza venisse ufficializzata. Ancora oggi infatti diversi Paesi seguono la tradizione statunitense e festeggiano i propri papà la terza domenica di giugno. Nei Paesi cattolici invece, proprio come l’Italia, questa festa viene legata al giorno di San Giuseppe e celebrata quindi il 19 marzo.

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Abruzzo

Liceo “Vitruvio”: piccoli scrittori crescono

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Concorso di narrativa fantascientifica “Il mio Asimov – Sfide”: un’anteprima della Settimana Scientifica 2019

Si è svolta ieri, Venerdì 8 Marzo, preso il Liceo Scientifico “M. Vitruvio P.”, la cerimonia di premiazione del concorso di narrativa fantascientifica “Il mio Asimov – Sfide” che è giunto alla sua 3^ edizione. L’iniziativa è stata ideata e curata dai professori Giuseppe Leone e Roberta Placida, che, insieme al Dirigente Scolastico, prof. Francesco Gizzi, sostenitore entusiasta dell’evento, hanno anche provveduto alla valutazione degli elaborati e alla composizione della classifica finale che ha visto sul podio, per il secondo anno consecutivo, Gabriele Valente, della classe IV I, con il racconto “Progetto Prometeo”; seconda classificata Floriana Rossi, della classe V A, con il racconto “Oltre le apparenze: la vera sfida”; terza classificata Gaia Zaffiri, classe II B, con il racconto “Io ti conosco”.
Gli allievi vincitori sono stati premiati con buoni per l’acquisto di libri offerti da Libreria Panella (1° premio), Mr Book (2° premio), Power School Languages, da spendere presso la Libreria “La Sorgente” (3° premio).
Nel suo intervento di apertura il Dirigente Scolastico ha espresso notevole soddisfazione e ha sottolineato ancora una volta come queste iniziative siano “la scuola bella”, quella che entusiasma e che spinge a mettersi in gioco in sfide sempre nuove per il raggiungimento di obiettivi sempre più alti.
La qualità dei racconti, sia dal punto di vista stilistico che tematico, è migliorata molto, tanto che stilare la classifica finale è stato difficile. Importante notare la profondità delle tematiche affrontate che spaziano da temi come l’inquinamento, le sperequazioni sociali, la ricerca della propria identità, la libertà individuale e di specie, a temi come la fratellanza, il tempo e la sua fuga, tema affrontato da sempre dagli artisti.
I criteri di assegnazione dei punteggi sono stati: originalità, aderenza al tema assegnato, stile nei canoni della fantascienza e capacità di coinvolgimento dell’intreccio.

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Abruzzo

LO STRANO CASO DI VIA BOITO. UN GIORNO PRIVATA E L’ALTRO PUBBLICA. INTANTO I CITTADINI SONO AL BUIO.

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Da anni i residenti di Via Boito cercavano risposte dal Comune. Fecero richiesta di cessione volontaria e gratuita al comune di Avezzano della via appunto Arrigo Boito al fine di avere in cambio illuminazione, pulizia quando nevica, asfalto e possibilmente fogne. Tutto ciò gli fu concesso finalmente con conferenza dei servizi del 9 giugno 2017. Sembrava la fine di lunghi anni di silenzio e menefreghismo.

Da allora però, nonostante numerosi solleciti sia da parte del portavoce che da parte dell’ufficio tecnico (si veda foto) l’amministrazione non si è mai degnata di rispondere.

Lo scorso anno su pressioni da parte degli abitanti il comune fece pulire la strada dalla neve, rompendo tra l’altro i cavi dell’elettricità, che gli stessi abitanti hanno ripristinato a proprie spese, lasciato come si evince dalle foto 2 transenne su un lato.

In questo momento la strada è pubblica e privata allo stesso tempo, ma nonostante l’ok dell’ufficio tecnico e i molteplici solleciti la situazione viene ancora oggi ignorata.

Fino a tre mesi fa l’illuminazione è stata pagata dai residenti, ma ora visto che sono stufi di pagare per un servizio che dovrebbe essere pubblico, la strada è al buio totale.

I residenti si sentono cittadini di serie B.

La città bella deve essere bella tutta ed è triste pensare che ci sono famiglie e bambini che non hanno nemmeno i servizi pubblici essenziali pur pagando le tasse come tutti gli altri.

Noi di marsicanews siamo qui per dar voce ai cittadini e speriamo che dando risalto mediatico a questa situazione in risalto si possa muovere qualcosa ed il sindaco o chi per esso decida finalmente di risolverla.

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IL FALSO ALLARME RAZZISMO IN ITALIA. IL NEMICO CHE NON ESISTE.

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La marcia contro il razzismo ieri ha avuto grande successo. Ma davvero in Italia esiste un pericolo razzista? Davvero dietro la richiesta di legalità e le paure per flussi migratori fuori controllo c’è un’ondata xenofoba?

Io ho la mia idea. Si chiama “attenzione indotta”. È quel fenomeno per cui dal momento in cui tu decidi di comprare una Vespa, vedi Vespe dappertutto. E se vuoi cambiare casa, vedi “Vendesi” dappertutto. Si studia in psicologia. In politica, attraverso raffinati meccanismi della propaganda – e attenzione: speculari, cioè usati sia da chi cavalca la paura dell’altro sia da chi denuncia il razzismo – significa portare l’interesse delle persone su una cosa che succede da sempre, a cui però nessuno fino ad allora ha dato un senso particolare.

È da trent’anni, o di più, che la gente muore nel Mediterraneo. Io me li ricordo da ragazzino, sulle spiagge della Sicilia, i pescherecci spiaggiati con le scritte in arabo. Ma nessuno diceva nulla. A parte Andrea Camilleri. A proposito: lui la storia di Montalbano e i migranti l’ha scritta tre anni fa, poi adesso va in onda sulla Rai e arriva la macchina della propaganda antirazzista a scatenare la polemica. Ma leggi Davide Enia, Appunti per un naufragio, e vedi da quanto tempo la gente muore nel mare di Lampedusa… Ma allora non c’erano i Saviano, i Veronesi, gli Albinati a scriverci sopra articoli e libri, non c’erano i collegamenti di Che tempo che fa…

E perché oggi sì?

Perché c’è Salvini al governo. Prima non c’era un nemico cui dare la responsabilità di tutto ciò. È un marketing irresistibile: chi non anela all’aureola della bontà? Il kulturkampf antirazzista ormai ha preso il posto dell’antimafia declamatoria. Non avendo altro modo per sconfiggere la Dc, a un certo punto se ne fece la centrale di Cosa Nostra. Volendo sbrigarsi a spegnere Salvini lo si laurea razzista, ovvero quanto di più abietto possa esserci. È una scorciatoia della dialettica. Si chiama criminalizzazione.

Esiste davvero un pericolo “razzismo” in Italia??

Gli insulti, le scritte, il malessere per chi non fa parte della tua comunità ci sono sempre stati in contesti – come dire? – “colorati”. Oggi succede coi migranti africani. Fino agli anni ’70 coi terroni. Eppure allora i grandi giornali non puntavano il dito, scandalizzati, contro chi metteva nei locali di Torino i cartelli “Qui i meridionali non entrano”. Abbiamo fatto sempre finta di niente. Ma ora che il nemico è imbattibile, elettoralmente, bisogna demonizzarlo.

A Milano in prima fila c’erano i candidati alla segreteria del Pd, Sala, la Boldrini, Landini… Viene da pensare che siano pagati da Salvini. Più usano questo meccanismo della propaganda anti-razzista, più la Lega cresce nei consensi. E però c’è da ridere: pensa un po’ tutti papaveri di Forza Italia ormai campioni del politicamente coretto che avrebbero voluto esserci e non possono…

Si evoca l’incubo razzismo per potere applicare l’equazione Salvini uguale nazista. Ma solo perché non hanno altri argomenti forti.

La sfilata di ieri a Milano è ancora una volta la vetrina della minoranza egemone che perpetua la propria sfida alla maggioranza silenziosa attraverso la criminalizzazione dell’avversario.

Loro è come se ti dicessero: “Tu, Salvini… Tu, che voti lega… vincerai anche le elezioni, sarai anche al governo, ma sei un nazista”. Serve a squalificare l’avversario politico e a intimorire l’opinione pubblica. E a sentirsi, appunto, dalla parte giusta.

Poco importa se la lotta all’immigrazione clandestina costituisce un obiettivo politico che non presuppone alcuna discriminazione fondata sulla razza, ma unicamente il rispetto della legalità.

Io non ci sto ad essere additato come razzista. Non ci sto a sentire dire che gli italiani sono razzisti.

Non è così. Non è vero. E va gridato a tutto il mondo!
Gli stranieri residenti in Italia al 1° gennaio 2018 sono 5.144.440 e rappresentano l’8,5% della popolazione residente.

In un paese razzista non sarebbe possibile.

Mirko Marchione

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Attualità

L’IMBROGLIO DELLA CRISI VENEZUELANA.

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In Abruzzo la comunità Venezuelana si avvicina alla quota di 1000 cittadini.

Loro, tramite lettere e documenti ci hanno chiesto di fare luce su quanto sta succedendo alla loro lontana terra natìa.

Spesso, nelle “cose del mondo” , la verità dei fatti raramente coincide con la sua versione ufficiale. Le idee dominanti – come diceva il vecchio Marx – restano quelle della classe dominante. E il caso del Venezuela di questi ultimi mesi si configura appunto nei termini di una gigantesca truffa informativa volta a coprire la sopraffazione di un popolo e la spoliazione di una nazione.

Il principale mito da sfatare riguarda le cause di fondo del dramma venezuelano. I media occidentali non hanno avuto dubbi nell’additare gli esecutivi succedutisi al potere dopo l’elezione del “dittatore” Chávez alla presidenza nel 1998 come unici responsabili della crisi, nascondendone la matrice di gran lunga più importante: le barbare sanzioni americane contro il Venezuela decise da Obama nel 2015 e inasprite da Trump nel 2017 e nel 2018.

Spese sociali mai così alte. La “dittatura” di Chávez, confermata da 4 elezioni presidenziali e 14 referendum e consultazioni nazionali successive, è stata condotta sotto il segno di uno strappo radicale con la storia passata del Venezuela: i proventi del petrolio sono stati in massima parte redistribuiti alla popolazione invece che intascati dall’oligarchia locale e imboscati nelle banche degli Stati Uniti.

Nonostante Chávez abbia commesso vari errori di malgoverno e corruzione tipici del populismo di sinistra – errori confermati in seguito dal più debole Maduro – sotto la sua presidenza le spese sociali hanno raggiunto il 70% del bilancio dello Stato, il Pil pro capite è più che triplicato in poco più di 10 anni, la povertà è passata dal 40 al 7%, la mortalità infantile si è dimezzata, la malnutrizione è diminuita dal 21 al 5%, l’analfabetismo è stato azzerato e il coefficiente Gini di disuguaglianza è sceso al livello più basso dell’America Latina (dati Fmi, Undp e Banca Mondiale).

Ma la sfida più temeraria lanciata dal Venezuela “socialista” è stata quella contro l’egemonia del dollaro. L’economia ha iniziato a essere de-dollarizzata favorendo investimenti non statunitensi, tentando di non farsi pagare in dollari le esportazioni, e creando il Sucre, un sistema di scambi finanziari regionali basato su una cripto-moneta, il Petro, detenuta dalle banche centrali delle nazioni in affari col Venezuela come unità di conto e mezzo di pagamento. Il tempo della resa dei conti con il Grande Fratello è arrivato perciò molto presto. Molti hanno evocato lo spettro del Cile di Allende di 30 anni prima.

Ma il Venezuela di oggi è preda ancora più consistente del Cile. Dopo la Russia, è il Paese più ricco di risorse naturali del pianeta: primo produttore mondiale di petrolio e gas, secondo produttore di oro, e tra i maggiori di ferro, bauxite, cobalto e altri. Collocato a tre ore di volo da Miami, e con 32 milioni di abitanti. Poco indebitato, e capace di fondare una banca dello sviluppo, il Banco do Sur, in grado di sostituire Banca Mondiale e Fondo monetario come sorgente più equa di credito per il continente latinoamericano.

È per queste ragioni che la “cura cilena” è inizialmente fallita. Il tentato golpe anti-chavista del 2002 e le manifestazioni violente di un’opposizione divenuta eversiva e anti-nazionale, si sono scontrati con un esecutivo che vinceva comunque un’elezione dopo l’altra. Perché anche i poveri, dopotutto, votano. L’occasione per chiudere la partita si è presentata con la morte di Chávez nel 2013 e il crollo del prezzo del petrolio iniziato nel 2015.

La strategia delle sanzioni – La raffica di sanzioni emesse l’anno dopo con il pretesto che il Venezuela fosse una minaccia alla sicurezza nazionale degli Usa mettono in ginocchio il Paese. Il Venezuela viene espulso dai mercati finanziari internazionali e messo nelle condizioni di non poter più usare i proventi del petrolio per pagare le importazioni. Quasi tutto ciò che entra in un’economia che produce poco al di fuori degli idrocarburi deve essere pagato in dollari contanti. E le sanzioni impediscono, appunto, l’uso del dollaro. I fondi del governo depositati negli Usa vengono congelati o sequestrati. I canali di rifinanziamento e di rinegoziazione del modesto debito estero del Venezuela vengono chiusi. Gli interessi sul debito schizzano in alto perché le agenzie di rating al servizio di Washington portano il rischio paese a cifre inverosimili, più alte di quelle della Siria. Nel 2015 lo spread del Venezuela è di 2 mila punti, per raggiungere e superare i 6 mila nel 2017.

Gli economisti del centro studi Celag hanno quantificato in 68,6 miliardi di dollari, il 34% del Pil l’extra costo del debito venezuelano tra il 2014 e il 2017. Ma il più micidiale degli effetti del blocco finanziario del Venezuela è il rifiuto delle principali banche internazionali, sotto scacco americano, di trattare le transazioni connesse alle importazioni di beni vitali come il cibo, le medicine, i prodotti igienici e gli strumenti indispensabili per il funzionamento dell’apparato produttivo e dei trasporti. Gli ospedali venezuelani restano senza insulina e trattamenti antimalarici. I porti del paese vengono dichiarati porti di guerra, portando alle stelle le tariffe dell’import-export. Il valore delle importazioni crolla da 60 miliardi di dollari nel 2011-2013 a 12 miliardi nel 2017, portandosi dietro il tonfo del 50% del Pil.

Le banche di Wall Street – I beni che riescono comunque a essere importati vengono accaparrati e rivenduti di contrabbando dagli oligopoli dell’industria alimentare che dominano il settore privato dell’economia venezuelana. La stessa delinquenza di alto livello che tira le fila del sabotaggio del Clap, il piano di emergenza alimentare del governo che soccorre 6 milioni di famiglie. È stato calcolato che tra il 2013 e il 2017 l’aggressione finanziaria al Venezuela è costata tra il 110 e il 160% del suo Pil, cioè tra i 245 e i 350 miliardi di dollari. Senza le sanzioni, l’economia del Venezuela, invece di dimezzarsi, si sarebbe sviluppata agli stessi tassi dell’Argentina.

Durante il 2018 si sviluppa in Venezuela una crisi umanitaria interamente indotta. Che si accompagna a un’iperinflazione altrettanto fasulla, senza basi nei fondamentali dell’economia, determinata da un attacco del mercato nero del dollaro alla moneta nazionale riconducibile alle 6 maggiori banche d’affari di Wall Street.

È per questo che il rapporto dell’esperto Onu che ha visitato il Venezuela nel 2017, Alfred De Zayas (di cui non avete mai sentito parlare ma che contiene buona parte dei dati fin qui citati), propone il deferimento degli Stati Uniti alla Corte Penale Internazionale per i crimini contro l’umanità perpetrati in Venezuela dopo il 2015.

Mirko Marchione

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Abruzzo

VIOLENZA SULLE DONNE. SPORTELLO ITINERANTE ANTI-VIOLENZA

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Un sostegno alle donne vittime di violenza che viaggia tra i comuni marsicani: lo “Sportello itinerante anti-violenza Marsica” è la nuova iniziativa gratuita della Cooperativa Sociale Estia.
Tavola Rotonda tra i comuni marsicani giovedì 28 febbraio ore 15:30 presso la sede della Cooperativa Sociale Estia di Cerchio.
Durante la Tavola Rotonda di giovedì 28 febbraio, a partire dalle ore 15:30, la Cooperativa Sociale Estia presenterà ufficialmente il progetto “Sportello itinerante anti-violenza Marsica”, che partirà nel mese di marzo del corrente anno. Presenzieranno all’incontro gli Assessori al sociale, i Sindaci e le Istituzioni comunali della Marsica.

Il progetto nasce dall’idea di creare uno sportello gratuito che possa viaggiare tra i comuni marsicani per andare letteralmente incontro alle donne. Un’iniziativa innovativa e di grande prestigio a sostegno di donne vittime di violenza e dei loro figli.
Si tratta di un nuovo servizio dalla marcata valenza sociale che si estenderà in modo capillare sul territorio, investendo ogni comune interessato all’iniziativa. Lo sportello sarà gestito da professionisti ed esperti del settore psicologico, giuridico e sociale della Cooperativa Sociale Estia.

In seguito ai primi colloqui, la donna potrà essere presa in carico e proseguire il proprio percorso, nella più completa privacy, al centro d’ascolto della Cooperativa Sociale Estia nel comune di Cerchio.

Lo sportello marsicano itinerante risulta essere infatti la parte iniziale di un sostegno continuo e completo. Permettere alle donne di uscire da un silenzio potratto per anni rappresenta il punto d’inizio per altri percorsi, quali la denuncia, pratiche di separazione, ricerca di un lavoro, sostegno psicologico ai figli.

“Siamo orgogliosi di questo progetto fortemente innovativo che vedrà protagonista la Marsica unita nella lotta alla violenza, unita in difesa delle sue donne”, dichiarano i fondatori della Cooperativa Sociale Estia.

La Cooperativa Sociale Estia organizza, inoltre, incontri di formazione rivolti a tutta la collettività, agli studenti delle scuole e ai professionisti del settore, al fine di sensibilizzazione sul tema della violenza, e indagare le cause e le possibili azioni da intraprendere.

Saranno presenti alla Tavola Rotonda l’Assessore Avv. Leonardo Casciere del comune di Avezzano, l’Assessore Avv. Franco Paolini del comune di Cerchio, il Sindaco Gianluca De Angelis del comune di Lecce nei Marsi, la Dott.ssa Valeria Gentile Consigliere del comune di Magliano dei Marsi, il Sindaco Maria Olimpia Morgante e il Consigliere Franco Farina del comune di Scurcola Marsicana, la Dott.ssa Sara D’Agostino Consigliere del comune di Collarmele, il Sindaco Antonella Buffone e l’Assessore Veronica Venditti del comune di Balsorano, l’Assessore Valentina Angelucci del comune di Luco dei Marsi, il Consigliere Vincenzo Casasanta del comune di Gioia dei Marsi, l’Assessore Luigi Soricone del comune di Pescina, il Sindaco Giulio Lancia e l’Assessore Umberto Niscola del comune di San Vincenzo Valle Roveto, il Sindaco Eramo Manfredo del comune di Ortona dei Marsi, la Dott.ssa Ricci Loretta del comune di Villavallelonga, il Consigliere Simona Barbati del comune di Ovindoli.

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NUOVE EMAIL TRUFFA – “NOTIFICA IN MERITO A DEBITO” – AGENZIA ENTRATE. POLIZIA POSTALE E AGENZIA DELLE ENTRATE INVITANO ALL’ATTENZIONE

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Truffe online a gogo viaggiano sulle nostre email. L’ultimo allarme
arriva dall’Agenzia delle Entrate
[https://www.agenziaentrate.gov.it/wps/portal/entrate/agenzia/agenziacomunica/!ut/p/a1/rZJNc5swEIb_CjlwBC0CG9Ebzpcd20lt14nh4pGEsGUjoFiEjn99xUzSpp2mHzPVRburR7urV4tStEFpSZ_ljmpZlbTo_XS49TDcjiPAU-KvLiF-XPgBGWGYegF6QilKc8YLmaFk0sVLb_u8INl8fBjTUTg9fhY8qbIv51mc8m],
con l’allerta rilanciata anche sulla pagina Facebook della Polizia
Postale “Commissariato di PS On Line – Italia
[https://www.facebook.com/commissariatodips/?ref=br_rs]” e sul sito
istituzionale di quest’ultima che lo “Sportello dei Diritti
[http://www.sportellodeidiritti.org/]” ritiene utile segnalare per
informare tutti coloro che possiedono dispositivi perchè tutti
potenzialmente nel mirino dei criminali informatici. A tale scopo,
pubblichiamo integralmente il comunicato dell’ente per comprendere i
rischi che possiamo correre: «L’Agenzia informa che in questi
giorni stanno circolando delle email con oggetto del tipo “Notifica
in merito a debito. Atto N. xxxxxxxxx” provenienti da un mittente
denominato “Servizi finanziari”. I messaggi avvertono gli utenti
di un presunto debito e invitano a consultare una lettera allegata,
recando in calce i riferimenti telefonici reali di uffici
dell’Agenzia delle Entrate. Il documento allegato ai messaggi è in
realtà un virus informatico che può infettare i computer degli
utenti. L’Agenzia, totalmente estranea all’invio di queste false
comunicazioni, invita i cittadini a cestinare immediatamente queste
email e, in ogni caso, a non aprire file allegati o cliccare su
eventuali collegamenti web sospetti.». Insomma, un modo subdolo per
approfittare di una nostra disattenzione e del timore che il Fisco
ingenera nei contribuenti per accedere abusivamente nei nostri
dispositivi, rileva Giovanni D’Agata, presidente dello “Sportello
dei Diritti [http://www.sportellodeidiritti.org/]”. Ecco perché è
utile seguire alcuni semplici consigli riportati anche sul sito
[https://www.commissariatodips.it/notizie/articolo/nuove-email-truffa-notifica-in-merito-a-debito-agenzia-entrate.html?fbclid=IwAR27wGHKL_CNxhaM_nvXCPYTPvt47RhK8xobQpMmIA0eEBIJUbufT89jy0k]
istituzionale della forza di polizia specializzata nella lotta al
crimine informatico:

– non aprire alcun allegato e non cliccare su eventuale link
contenuto nel testo della mail;

– installare e tenere sempre aggiornato il proprio sistema Antivirus;

– modificare periodicamente le password dei servizi on line.

Nel caso siate comunque incappati nella frode potrete rivolgervi agli
esperti della nostra associazione tramite i nostri contatti email
info@sportellodeidiritti.org o segnalazioni@sportellodeidiritti.org
per valutare immediatamente tutte le soluzioni del caso per evitare
pregiudizi.

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