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Cultura

I sentieri resistenti negli Appennini – Linea Gustav e Brigata Majella,

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Dall’8 settembre1943 fino alla liberazione di Roma, dopo lo sfondamento, da parte delle forze alleate del “fronte di Cassino”, ossia della linea Gustav, che tagliava trasversalmente l’Italia da Cassino a Ortona, le popolazioni abruzzesi, dell’alto Molise e del basso Lazio si sono trovate coinvolte nelle forme più brutali del secondo conflitto mondiale.  Bombardamenti, evacuazioni di massa, rastrellamenti, razzie, stragi e scontri corpo a corpo, casa per casa:  un complesso di brutalità che hanno segnato la sorte di intere popolazioni che mai nella loro storia avevano subito conseguenze tanto drammatiche e disumane. Fino a quel momento erano state le aspre montagne dell’appennino a scoraggiare il passaggio della guerra nei minuscoli centri abbarbicati sulle pendici dei monti dell’Appennino abruzzese-molisano.  Burroni, profonde e scoscese insenature, contrafforti a strapiombo, torrenti impetuosi che travolgono tutto quello che si frappone al loro passaggio: la natura aveva vegliato, fino a quel punto, sul lento scorrere della sobria e relativamente tranquilla vita delle genti d’Abruzzo. Poi, però è arrivato l’8 settembre  del 1943 e l’Abruzzo diventa il teatro e lo snodo storico del secondo conflitto mondiale in Italia.  Il re Vittorio Emanuele III decide di fuggire da Roma nella notte tra l’8 e il 9 settembre. Il corteo reale sceglie la Tiburtina-Valeria e, stranamente indisturbato, arriva fino al castello di Crecchio e poi al porto di Ortona. Qui il re e i dignitari di corte si imbarcano verso Brindisi liberata dagli alleati. Ancora oggi (seminascosta da impalcature di lavori perennemente in corso) nel porto di Ortona è possibile leggere la lapide che l’amministrazione repubblicana del dopoguerra fece affiggere per gridare “ eterna maledizione alla monarchia dei tradimenti”.

Nel giro di quattro giorni e nel raggio di pochi chilometri l’Abruzzo assiste a un’altra fuga eccellente, quella di Benito Mussolini che, rocambolescamente, fugge dall’albergo di Campo Imperatore, sul Gran Sasso dove era stato imprigionato dopo il suo arresto avvenuto il 25 luglio in seguito alla sua esautorazione avvenuta per opera del Gran Consiglio del fascismo. Con una spettacolare operazione dal cielo, il 12 settembre, un reparto di paracadutisti tedeschi, su ordine di Hitler, libera il duce del fascismo senza sparare un solo colpo di fucile. Le genti abruzzesi ignorano che sulla loro terra si sta dipanando un tratto fondamentale della storia contemporanea. Ma non potranno ignorare –  a costo di un prezzo drammaticamente elevato pagato direttamente con il sangue- che la storia sta riservando loro uno sviluppo destinato a segnare, con il marchio della barbarie, la memoria di un territorio che la montagna aveva, fino ad allora, preservato dalle devastazioni della guerra. Gli strateghi della Wehrmacht ( il federmaresciallo Albert Kesselring in primis) convincono Hitler che per contenere l’avanza da sud degli alleati ( gli americani al comando del generale Mark W. Clark lungo la fascia tirrenica; gli inglesi e canadesi comandati dal generale Bernard L. Montegomery lungo la fascia adriatica) il terreno ideale è proprio quello che si snoda sul territorio abruzzese-molisano, con le sue montagne aspre e imponenti. E’ la linea Gustav, o anche linea di Cassino, che parte da Marina di Minturno-Cassino sul Tirreno, per arrivare a Ortona sull’Adriatico. I punti avanzati sono rappresentati dai fiumi Sangro, Aventino, Volturno e Garigliano ai margini dei quali si elevano naturali sbarramenti montuosi, vere e proprie insuperabili fortificazioni impensabili da superare con un esercito moderno o con mezzi corazzati. Uno sbarramento naturale facilmente difendibile. Le poche criticità erano rappresentate dagli scarni centri abitati. Bisognava deportare le popolazioni per radere al suolo gli edifici nella logica della “terra bruciata” così come veniva definita in un’ordinanza del comando tedesco del 18 settembre del 1943.  Il territorio abruzzese-molisano viene, allora, trasformato in un campo di difesa ad oltranza. Per farlo la Wehrmacht mette in atto una brutale determinazione che, se in un primo tempo aveva riguardato razzie di bestiame e viveri con saccheggi e requisizioni indiscriminate, successivamente sfocia in stragi ed eccidi di civili  che non vogliono lasciare le loro povere case, che devono essere ridotte in macerie. Povera gente: uomini, donne e bambini che si dividono un “pane che non c’è”; l’unico vincolo esistenziale è la terra e la casa, non hanno altro. Le bestie sono state requisite dai tedeschi, il grano e la farina lo stesso,  le violenze e i soprusi non si contano. E’ in questa terra di nessuno che si consuma una delle stragi più efferate consumate in Italia dall’esercito tedesco: la strage di Pientrasieri-Limmari. Un piccolo villaggio di 450 anime, sopra la vallata del Sangro. Il 30 ottobre 1943 Kesserling ordina lo sgombero totale della zona. “Tutti coloro che si trovano ancora in paese o sulle montagne circostanti, saranno considerati ribelli e ad essi sarò riservato il trattamento stabilito dalle leggi di guerra dell’Esercito germanico”, così il testo del bando di Kesserrling. Lo stesso bando aggiungeva che per esigenza di guerra il paese doveva essere distrutto. Prende il via la mattanza. Una donna paralitica non può lasciare la casa con le proprie gambe e non c’è nessuna che l’aiuta. Viene arsa viva nella sua abitazione data alle fiamme.  Per alcuni giorni le pattuglie tedesche visitano i casolari di Limmari e uccidono chiunque vi trova dentro, vecchi, giovani, bambini e neonati: 128 persone inermi, di cui 60 donne, 34 bambini al di sotto dei 10 anni, molti vecchi. Non fu una rappresaglia perché nella zona non vi fu alcun atto della resistenza contro i tedeschi. Una strage gratuita che qualcuno definirà come una “combinazione mortale” tra criminalità di regime e criminalità individuale.  “ Passa alla storia come prova evidente che gli uomini in guerra si trasformano in belve “ ( Maria Rosaria La Morgia e Mario Setta, Terrà di Libertà,  Edizioni Tracce).  Oggi a Pietransieri sorge un sacrario con i nomi di tutte le vittime della strage e dove viene conservata la medaglia d’oro al  valor militare.  Analoghe atrocità si verificano nello stesso lasso di tempo nella zona del Sangro, e in altre parti dell’Abruzzo a ridosso della linea Gustav:  Gessopalena (rappresaglia contro 41 innocenti che furono rinchiusi in un casolare e fatti saltare con le bombe), Trasacco ( 4 persone fucilate per aver nascosto un maiale), Capistrello ( 33 persone uccise per rappresaglia), all’Aquila ( esecuzioni di nove martiri ritenuti ribelli), Filetto ( 17 esecuzioni), Onna ( 17 esecuzioni).  In un contesto così drammatico per la popolazione civile matura, nella coscienza degli abruzzesi, uno spirito profondo di Resistenza civile. Ci furono persone che imbracciarono le armi, ma anche povera gente che, nonostante le sofferenze e le privazioni, offrì rifugio ai soldati alleati scappati dopo l’8 settembre dal campo di prigionia di Fonte d’Amore, nei pressi di Sulmona. Soldati inglesi, sudafricani, canadesi fuggiti dal campo sui contrafforti del massiccio del Morrone, proprio sotto l’Eremo di Sant’Onofrio, dove Pietro da Morrone, il futuro Papa Celestino Quinto ( il pontefice del dantesco “gran rifiuto”) ricevette i messi che gli annunciarono nel 1294 l’elezione al soglio di Pietro.  Sul Morrone i pastori divisero con i fuggiaschi quel poco che avevano , un po’ di formaggio e un pezzo di pane raffermo. Qualche volta nemmeno questo, ma solo un pugno di erbe della Majella.  Nascosti, rifocillati e poi accompagnati per i passi della Majella innevata da dove, tanti di loro, poterono raggiungere le linee degli alleati. Guidati per i passi di montagna da uomini e donne capaci di riconoscere nella nebbia o nell’oscurità i “sentieri della libertà”.  Gli stessi sentieri oggi battuti da migliaia di giovani, provenienti da tutta Italia, che in occasione dell’anniversario della Liberazione, il 25 aprile, si danno appuntamento a Sulmona. Partono a piedi e dopo 3-4 giorni, passando per il Guado di Coccia, raggiungono Taranta Peligna dove si erge il mausoleo della Brigata Majella, sotto le Grotte del Cavallone, dove Gabriele d’Annunzio ambientò il dramma “La Figlia di Jorio”.

Sentieri della libertà che il Cai ( Club Alpino Italiano) di Cassino e dell’Aquila (sottosezione di Coppo dell’Orso) ogni anno ripercorrono con una maratona a piedi da marina di Minturno fino a Ortona, oltre 200 chilometri, gran parte coperti a piedi, per onorare la memoria delle vittime delle stragi nazifasciste e per celebrare le popolazioni che con coraggio e sofferenza riuscirono a salvare centinaia di prigionieri alleati, altrimenti destinati a sicura morte tra i rigori dell’aspra montagna abruzzese e la fame. Come ricordò l’allora Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, in occasione dell’inaugurazione della prima edizione del Sentiero della Libertà, dividemmo “ il pane che non c’era”.  Il tenente Ciampi, dopo l’8 settembre, sbandato, raggiunse Scanno, in Abruzzo. Anche lui passò le linee tedesche con l’aiuto di persone del posto cui ha manifestato sempre profonda gratitudine.  Da Cassino a Ortona, l’alfa e l’omega della linea Gustav: due città distrutte dalla guerra, accomunate dal sacrificio di migliaia di cittadini. Se le immagini della battaglia di Montecassino fanno, ormai, parte della memoria collettiva legata alla liberazione dell’Italia dal nazifascismo, lo stesso non si può dire della Battaglia di Ortona (la Stalingrado d’Italia, come ebbe a definirla Winston Churcill). Lo statista inglese fotografò quella battaglia che vide contrapposti l’VIII armata britannica e reparti scelti dell’esercito tedesco con queste parole: “ la prima grande battaglia per le vie di un centro abitato e da essa imparammo molto”.  Fu un Natale di sangue per i cittadini di Ortona quello del dicembre del 1943. Il teatro di una battaglia d’ inaudita violenza tra tedeschi e canadesi, l’unica combattuta casa per casa  nel corso dell’intera campagna  d’Italia. Un inferno di trabocchetti ed esche esplosive, mine, tiro incrociato di mitragliatrici e di cecchini con fucili di precisione. Un massacro assolutamente sproporzionato rispetto all’obiettivo. I civili intrappolati nelle cantine, nei rifugi, nelle chiese, nell’ospedale, senza cibo né acqua. Alla fine saranno migliaia i caduti.  Di sentieri della libertà battuti dalla Resistenza civile è disseminato l’Abruzzo, al pari dei sentieri della libertà battuti dalla Resistenza armata della Brigata Maiella, della banda L’Aquila alle pendici del Gran Sasso, della banda Francavilla, della banda Marsica. E poi le battaglie e le rivolte. La Battaglia di Bosco Martese, nel teramano, che anticipa  ( non soltanto in senso cronologico),  quella del Centro-nord ( Costantino Felice, “ Dalla Maiella alla Alpi, Guerra e resistenza in Abruzzo”, Donzelli).  E’ il 25 settembre 1943, una formazione partigiana appena costituitasi (1400 uomini), sui Monti della Laga, ingaggia un durissimo combattimento contro un reparto corazzato della Wehrmacht, costringendolo alla ritirata. Nell’ottobre del 1943 la città di Lanciano insorge contro i tedeschi, nello scontro trovano la morte 47 tedeschi e 23 lancianesi, 11 in combattimento e 12 per rappresaglia. La rivolta lancianese è considerata uno degli esempi più luminosi d’ insurrezione popolare contro la tirannide nazifascista, caratterizzato da partecipazione popolare e moto spontaneo, di “urto elementare” tra bisogni ineludibili della popolazione e prepotenza dell’invasore.All’Aquila una quarantina di giovani, tra il 14 e il 18 settembre, decise di nascondersi in montagna, prevalentemente nel timore di venire presi per il lavoro coatto o per la leva obbligatoria. Alcuni, mossi, da spirito ribellistico, erano armati. Nel pomeriggio del 22 settembre il gruppo si recò verso la collina di San Giuliano per proseguire alla volta di Collebrincioni, dove nei pressi del cimitero si unì ad una ventina di ex prigionieri inglesi e slavi.

La mattina del 23 settembre nel corso di un rastrellamento e dopo un conflitto a fuoco con i tedeschi, i fuggiaschi vengono catturati e riportati all’Aquila.  Dieci tra i giovani furono considerati ribelli armati e come tali condannati a morte. Uno solo di loro fu salvato grazie all’intervento di un console della milizia fascista. Il Cai dell’Aquila, con un contributo del Comune, ha predisposto la sentieristica della memoria sulle tracce dei martiri aquilani. “ Vi è una continuità spirituale e materiale fra l’assistenza data alla gente di ogni classe sociale a coloro che cercavano rifugio in queste città, in questi paesi, in queste montagne, e la costituzione della gloriosa Brigata Maiella, che percorse combattendo, da Sud a Nord, il suo sentiero di gloria: da queste terre, da questi monti fino all’Emilia, a Bologna, dove i suoi uomini entrarono per primi, il giorno della liberazione di quella città. E ancora si spinsero più a nord fino ai confini della Patria, segno spontaneo vissuto di quella che è la nostra grande forze: l’unità d’Italia”,  Presidente della Repubblica Azeglio Ciampi ( Sulmona, 17 maggio 2001). In questo passaggio della lettera di Ciampi ai giovani partecipanti al Sentiero della libertà sono riassunte la vita e le gesta dei volontari della libertà, ossia dei partigiani della Brigata Maiella, unica formazione partigiana a essere stata insignita della Medaglia d’oro al valor militare.  “Erano italiani ma indossavano l’uniforme inglese; erano soldati con regolare tesserino militare ma non prendevano ordini dagli ufficiali del Regio Esercito; portavano il tricolore sul bavero invece delle stellette; erano patrioti ma venivano considerati partigiani; erano combattenti per la libertà ma non facevano parte del Corpo volontari per la libertà; erano resistenti ma operavano di fronte al nemico e non dietro le linee; compivano operazioni di guerra e non azioni di guerriglia; erano repubblicani ma erano stimati e lodati pubblicamente dall’erede al trono Umberto di Savoia; erano tutti volontari e potevano andarsene in qualsiasi momento, ma nessuno lo fece mai” ( Marco Patricelli,  Patrioti, Storia della Brigata Maiella alleata degli alleati, Ianieri). Basterebbe questa sintesi estrema per fare della Brigata Maiella un simbolo della guerra di liberazione. Da Casoli – dove la banda fu fondata dall’avvocato Ettore Troilo, che gli diede il nome della “ montagna madre”, la Maiella –  a Pizzoferrato, da Sulmona, all’Aquila, da Montefortino a Brisighella, Falloscoso, Pesaro, Bologna e  Asiago, quando il cannone cesserà di tuonare la Brigata Maiella risulterà la formazione col più lungo ciclo operativo della guerra di liberazione e l’unica a combattere al di fuori del territorio di costituzione, risalendo la Penisola sul fronte adriatico assieme ai “fratelli d’armi” polacchi.  Lungo tutto il cammino – reciterà la motivazione del conferimento della medaglia d’oro al valor militare – una scia luminosa di abnegazione e di valore ripete e riafferma più epiche e gloriose della tradizione del volontarismo italiano. 54 caduti, 131 feriti di cui 36 mutilati, 15 medaglie d’argento, 43 medaglie di bronzo e 144 croci al valor militare, testimoniano e rappresentano il tributo offerto dai Patrioti della Maiella alla grande causa della libertà ”.

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Cultura

“Le monete antiche della Collezione Torlonia”, visita guidata al Castello Piccolomini di Celano

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Celano – Domenica 23 settembre Limes-società cooperativa archeologica, organizza una visita guidata gratuita all’interno del Castello Piccolomini di Celano per ammirare “Le monete antiche della Collezione Torlonia”.

Il castello ospita, infatti, una sezione archeologica dedicata alla Collezione Torlonia composta da reperti rinvenuti durante il prosciugamento del lago Fucino. La prenotazione è obbligatoria, per informazioni contattare 39.7431107 oppure coop.limes@libero.it

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Attualità

Il prete antimafia don Marcello Cozzi ad Avezzano: dall’incontro con Gaspare Spatuzza alla difesa dei giornalisti d’inchiesta

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Avezzano – Don Macello Cozzi, il prete antimafia, ha presentato ad Avezzano il suo ultimo libro “Ho incontrato Caino – Pentiti. Storie e tormenti di vite confiscate alle mafie”. L’incontro, promosso dal Rotary Club di Avezzano, si è svolto ieri sera presso il ristorante Umami. Don Marcello Cozzi, già vicepresidente nazionale di Libera e oggi coordinatore del servizio nazionale antiracket e antiusura, è conosciuto principalmente per la sua attività vicina a testimoni o collaboratori di giustizia e pentiti di mafia.
“Non sono uno scrittore, cerco di fare il prete. – ha esordito – Tanti anni fa ho iniziato un cammino insieme a Libera, nata per fare in modo che la risposta all’aggressione mafiosa non fosse limitata ad una stagione, ma strutturata nella società civile, e per stare accanto ai familiari delle vittime innocenti di mafia che non hanno avuto uno straccio di verità o un frammento di giustizia. Quello dei familiari – continua – è un grido di dolore e di rabbia”.

Don Marcello Cozzi, che in venti anni confessa di aver incontrato centinaia di persone vicine alla mafia, nel libro meziona le esperienze più significative, quelle che lo hanno segnato maggiormente. Tra esse vi è l’incontro con Gaspare Spatuzza (membro di Cosa Nostra, implicato in 42 omicidi tra cui la strage di via D’Amelio e l’uccisione di Don Pino Puglisi ndr.) allora recluso segretamente al 41 bis nel carcere dell’Aquila. “Mi viene incontro come se fossimo stati amici da sempre, ma ci vollero mesi per entrare in confidenza. Si aprì quando iniziai ad incontrarlo non più nel parlatorio, ma nella sua stanza. Spatuzza – continua –  Non parlerà quasi mai di fatti di mafia, ma principalmente del suo cammino personale interiore. Ad un certo punto però io gli chiesi in che modo si può sconfiggere la mafia. Lui mi risposte che sarebbe sufficiente un ufficio reclami. Spatuzza – spiega – con questa frase intendeva sottolineare l’assenza dello Stato che spinge verso l’illegalità, verso le mafie. Egli, infatti, si avvicinò al mondo mafioso per capire che fine avesse fatto il fratello maggiore vittima di lupara bianca”.

Don Marcello Cozzi si sofferma successivamente sulle storie delle donne di mafia, quelle trattate come fossero oggetti che, nello stesso tempo, rivestono un ruolo di supporto nell’organizzazione mafiosa, come la custodia delle armi, e che  spesso prendono il posto dei loro uomini quando questi finiscono in carcere o vengono uccisi. Alle donne di mafia, destinate a vestire di nero per tutta la vita, spetta poi di dover vendicare padri, mariti o fratelli uccisi per mano mafiosa. “Non esistono buoni per sempre e non esistono cattivi per sempre. Questo mi hanno insegnato le persone che ho incontrato. E’ la loro sofferenza ed il loro tormento che mi restituisce speranza – conclude il prete antimafia cercando di fornire un senso alla sua missione che egli stesso ha definito laica e religiosa nello stesso tempo. Infine Don Marcello Cozzi spezza una lancia a favore dei giornalisti d’inchiesta esprimendo vicinanza a Salvo Palazzolo, firma di punta di La Repubblica, oggetto in questi giorni di perquisizioni e sequestri per la sua attività di inchiesta sulle stragi di Capaci e via D’Amelio. “Siamo in un Paese strano – commenta, mostrando tutto il suo disappunto a riguardo.

Nel corso dell’incontro è intervenuta anche il magistrato avezzanese Bianca Maria Serafini, che sul tema ha fornito un’importante testimonianza personale. Oggi magistrato di sorveglianza presso il Tribunale dell’Aquila, in passato è stata giudice penale proprio in terra di ‘Ndragheta. Federica Di Marzio 

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Cultura

Omaggio a Edoardo Gagliardi, sabato l’inaugurazione della mostra

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Avezzano – Sarà inaugurata sabato, 15 settembre, alle 18,30, l’omaggio all’artista Solitario Nero, Edoardo Gagliardi (1939 -2003). a cura del Gruppo Artisti Marsarte con L’Associazione Culturale Madonna Del Passo e il patrocinio del Comune di Avezzano. La mostra si terrà nei locali della parrocchia Madonna Del Passo – Piazzale Madonna Del Passo, ad Avezzano.

Presenterà la manifestazione la dott.ssa Rossana Petricola, dopo il saluto del Presidente dell’Associazione Culturale Madonna del Passo, Rocco Nubile, interverranno l’assessore alla Cultura dott. Pierluigi Di Stefano, il vice presidente della Provincia dell’Aquila prof. Alberto Lamorgese e il presidente del Gruppo Artisti Marsarte prof. Maurizio Lucci.

Curatore della Mostra Dott Francesco Subrani.

Orario di apertura della mostra dalle ore 10,00 alle 12,30 e dalle 16,00 alle 19,30.

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Cultura

Tra cultura, viaggio e convivio il finale speciale della ricchissima rassegna “Vacanze luchesi”

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Luco dei Marsi – È in programma per questa sera, giovedì 13 settembre, alle 21, nella sala consiliare del Comune di Luco dei Marsi, la presentazione del libro: “La costa dei Trabocchi tra il feltrino e il Sangro”, di Rocco Cuzzucoli Crucitti. Storia, ambiente, processi produttivi e trasformazioni socio-economiche di uno dei tratti più interessanti della costa abruzzese nell’analisi e nello sguardo dell’Autore, che propone una lettura originale e affascinante del rapporto tra territorio e comunità. L’incontro letterario, a cura dell’associazione “Lucus”, è parte dell’ideale gemellaggio culturale tra entroterra e costa che proseguirà con la gita in programma per domenica, 16 settembre, nei suggestivi luoghi descritti nell’opera – i trabocchi, l’Abbazia di San Giovanni in Venere, l’Eremo dannunziano, tra gli altri – evento finale che siglerà la lunga e ricchissima rassegna estiva “Vacanze luchesi”. Saranno presenti, con la sindaca Marivera De Rosa e l’Autore, i relatori Lino Olivastri e Aurelio Manzi. Per informazioni sulla visita culturale e conviviale di domenica: 389/1130000.

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Le Dee del bosco di Angitia e visita guidata ad Anxa domani a Luco dei Marsi

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Luco dei Marsi – La magia del mito e il fascino della storia negli eventi dedicati ai siti archeologici del territorio nell’ambito del festival “SITe.it, 20 anni e tre giorni d’informazione”, in programma per i giorni 7, 8 e 9 settembre a Luco dei Marsi, località Petogna, nel Circolo ippico Marsicano. Domani, venerdì 7 settembre, l’appuntamento è alle 10, nel Circolo ippico, con la dottoressa Emanuela Ceccaroni, della Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio, per una lezione a tema: “Le Dee del bosco di Angitia”. A seguire si terrà la visita guidata nell’area di Anxa. L’ingresso è libero. Tutti sono invitati a partecipare.

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Grande attesa per il concerto dei The Kolors, la presentazione in Comune

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Avezzano – È stato presentato questa mattina, nella sala consiliare, l’appuntamento più atteso dell’Estate Avezzanese, il concerto dei The Kolors, una delle sole due date abruzzesi del Summer tour 2018. L’evento, in agenda per sabato 8, alle 21.30, è stato organizzato dall’amministrazione comunale in collaborazione con alcuni sponsor. Si tratta di imprenditori locali che sono riusciti a portare il nome della città fuori dall’Italia ma anche provenienti da altre regioni che hanno realizzato o stanno per farlo, importanti lavori di edilizia scolastica.

Presenti il vice sindaco Lino Cipolloni, affiancato dall’assessore alla Cultura Pierluigi Di Stefano, dall’assessore alla Sicurezza Leonardo Casciere e dall’assessore alle Attività produttive Renata Silvagni, oltre a Fabrizio Ferrini, dell’agenzia organizzatrice. Per gli sponsor hanno partecipato Gianluca Savina, in rappresentanza della Italsav Import Export, società avezzanese leader nel campo del commercio d’esportazione e spedizione a Cuba; Angelo Massimiani, in rappresentanza del Centro Anesis una delle realtà di riabilitazione più grande della città; Maria Di Marco, in rappresentanza della Codimar, l’impresa che ha realizzato la scuola primaria di Borgo Angizia; Antonio Forte, della Cobar Costruzioni Barozzi, la ditta pugliese che si è aggiudicata l’appalto della costruzione della scuola di via Puglie, i cui lavori inizieranno la prossima settimana; Andrea Vignoli, in rappresentanza della società Cosmo, che si appresta ad aprire una delle più grandi attività commerciali di Avezzano, offrendo al territorio nuove opportunità di lavoro.

È iniziato intanto il lavoro dei commercianti del centro che hanno scelto di rimanere aperti per tutta la serata, su sollecitazione dell’amministrazione comunale, che ha offerto anche la possibilità di occupare gratuitamente il suolo pubblico antistante i locali. In sala: Alberto Mazzei per la Confartigianato Imprese Avezzano e Solidea D’Alanno per la Confesercenti. Il primo soccorso sanitario sarà garantito dalla Misericordia di Avezzano presieduta da Alessandro D’Amato, che metterà a disposizione oltre ai volontari, 5 ambulanze e due medici.

Il concerto si terrà in piazza Risorgimento dove domani, giovedì 6 settembre, a partire dalle 18.30, si svolgerà l’inaugurazione della nuova fontana, riqualificata con un importante investimento della fondazione Carispaq.

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Concluse le Celebrazioni siloniane

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Pescina. A conclusione delle Celebrazioni siloniane, tenutesi a Pescina dal 18 al 30 agosto scorso, a quarant’anni dalla scomparsa dello scrittore Ignazio Silone avvenuta a Ginevra il 22 agosto del 1978, il Sindaco della Città di Pescina, Stefano Iulianella, e il Presidente del Centro Studi, Prof.ssa Ester Lidia Cicchetti, tracciano un resoconto del lavoro svolto e rivolgono i dovuti ringraziamenti a quanti hanno collaborato alla realizzazione dei circa 30 appuntamenti culturali che hanno accompagnato la seconda metà del mese di agosto appena trascorso.

“Un programma intenso”, scrivono in una nota Stefano Iulianella ed Ester Lidia Cicchettii, “nutrito e dai contenuti culturali elevati, scandito da una serie di incontri pomeridiani nei quali sono state messe in risalto le diverse sfaccettature della complessa personalità dello scrittore pescinese, presentando al pubblico argomenti di novità, frutto di minuziose ricerche storiche ed archivistiche che hanno incuriosito ed appassionato. Unitamente alle attente e rigorose indagini storico-filologiche su alcune delle sue opere, sulla loro diffusione attraverso la musica di Hanns Eisler, ma anche sulla tragica vicenda che ha colpito il fratello Romolo, morto nel carcere di Procida nel 1932, gli intellettuali intervenuti durante l’Agosto siloniano hanno offerto un ricco ventaglio di sguardi sulla figura dello scrittore: il Silone Padre Costituente; quello inedito e segreto, mosso dagli ideali di amicizia e libertà e fiducioso verso l’essere umano; il giornalista fondatore di Tempo Presente; il “Cristiano senza Chiesa” e i rapporti con il Cristianesimo e la teologia riformata; il Silone “vivo”, l’attualità e l’universalità del suo pensiero e dei sui scritti, ricordate anche attraverso l’esempio di vita di uomini come don Attilio Cecchini, intervenuto personalmente al recital a lui dedicato.

Il ciclo di appuntamenti è stato arricchito dalla testimonianza di coloro che hanno dedicato a Silone gran parte della propria produzione critica, come è stato ribadito in occasione della giornata dedicata al Prof. Vittoriano Esposito, ma anche grazie alla voce di chi, come Romolo Tranquilli (il pronipote), ha frequentato personalmente lo scrittore.

I meeting letterari sono stati abbinati poi a una serie eventi serali, attrazione per un folto pubblico proveniente da varie parti d’Abruzzo e da altre Regioni, in cui l’opera di Ignazio Silone è stata raccontata attraverso la musica, la recitazione, il canto o la semplice lettura di passi delle sue opere. Le vicende di Fontamara, dell’Avventura di un povero cristiano, del Segreto di Luca, delle novelle di Silone hanno ripreso vita, anche attraverso i racconti in vernacolo, negli scenari naturali del centro storico della Città, all’interno della Basilica Concattedrale di Santa Maria delle Grazie e del Teatro San Francesco.

Carica di emozioni è stata la giornata del 22 agosto, in cui si è tenuta la XXI edizione del Premio Internazionale Ignazio Silone, assegnato quest’anno, da una Giuria di personalità esperte, alla Professoressa Maria Nicolai Paynter, docente all’Hunter College, City University of New York, che ha ricevuto il premio dal Vice Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura On. Giovanni Legnini alla presenza delle Istituzioni della Regione Abruzzo e delle Autorità Civili, Militari e Religiose per la sua ultima opera letteraria, Ignazio Silone e Marcel Fleischmann. Amicizia e Libertà, ma soprattutto per la rigorosa ricerca scientifica condotta su Silone durante tutta la sua carriera accademica. I premi hanno altresì riguardato la sezione delle Tesi di Laurea, assegnata ex aequo alle dott.sse Roberta Tranquilli e Maria Laura Zazza. Quattro sono state invece le menzioni Che fare?…a Fontamara, assegnate a personalità o Istituzioni che abbiano dedicato attenzione e studio alla figura di Ignazio Silone: la Prof.ssa Maria Moscardelli per le argomentazioni in difesa dello scrittore pescinese; Pompeo Tranquilli, già Sindaco della nostra Città, scomparso da pochi mesi, Siloniano di animo; Antioco Cianfarani per le preziose donazioni librarie al Centro Studi; e la comunità di Aielli e degli artisti per la realizzazione del murales con la trascrizione integrale di Fontamara.

La realizzazione dell’Agosto siloniano è stata possibile solo grazie ad un grande lavoro di squadra, a sinergie importanti che si sono ritrovate intorno ad un progetto culturale condiviso, a chi ancora crede che sulla cultura valga la pena investire. Nostro desiderio pertanto è ringraziare innanzitutto la Regione Abruzzo del Presidente Luciano D’Alfonso che mai ha fatto mancare il sostegno ad un evento così rappresentativo della cultura regionale abruzzese; al Consigliere Regionale Maurizio Di Nicola che si è speso nel corso di questa legislatura affinché la Personalità e le opere di Ignazio Silone ricevessero il giusto riconoscimento sia attraverso una modifica alla precedente Legge Regionale, con l’introduzione della sezione “Silone digitale” e l’istituzionalizzazione della data del Premio, sia attraverso la vicinanza personale e istituzionale che ha riservato alle due edizioni del Premio vissute in seno al Consiglio Regionale.

Un sentito e sincero ringraziamento alla Responsabile dell’Agenzia per la Promozione Culturale di Avezzano, dott.ssa Annamaria Marziale e al suo staff di collaboratrici per la eccellente guida ricevuta; alla dott.sa Serena Circenzi, instancabile collaboratrice ed eccellente risorsa per tutti noi; agli Amministratori Comunali tutti, spalla preziosa in ogni evento, ai giovani studenti dell’alternanza scuola-lavoro con la speranza di aver offerto loro un’opportunità quanto meno unica; agli studenti di ogni ordine e grado che hanno onorato Silone leggendo le sue opere sulla tomba; a tutti i componenti del Direttivo del Centro Studi per l’aiuto offerto; ai Dipendenti Comunali per l’apporto logistico e gestionale; all’insostituibile e bravo Luca Di Nicola per la conduzione della giornata del Premio; a tutti quei privati cittadini che si sono avvicinati spontaneamente, desiderosi di rendersi utili; a tutti coloro che hanno messo a disposizione i propri studi, le proprie ricerche e conoscenze animando i dibattiti e le tavole rotonde pomeridiane; a chi ha raccontato meravigliosamente Silone attraverso le arti più disparate; a coloro che sono stati presenti almeno una volta ai nostri incontri culturali; a coloro che non ne hanno perso nemmeno uno; a chi, seppur distante fisicamente, non ci ha fatto sentire soli nemmeno un istante.

La mia gratitudine personale infine va alla Professoressa Ester Cicchetti, insostituibile Presidente del Centro Studi siloniano, professionista seria e appassionata, per aver saputo trasmettere a tutti noi il suo amore per lo studio, per la ricerca, per la verità”.

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