Connect with us

Editoriale

A proposito di Terrorismo Biologico

Pubblicato

on

Terrorismo: una parola che incute terrore solo a pronunciarla. Un macroconcetto che in sé ne comprende altri che lo caratterizzano fortemente, nella sua essenza più profonda: fanatismo ideologico e religioso, annientamento incondizionato dell’“altro”, imposizione incontrovertibile delle proprie scale valoriali e delle gerarchie che le sottendono, ma soprattutto, lo dice il nome stesso, terrore nella sua forma più turpe e barbarica. Sì perché, come è lecito attendersi, il terrore oltre a essere il suo nucleo linguistico ne rappresenta anche quello semantico, la sua caratteristica immanente e, al tempo stesso, la finalità prima e irrinunciabile: scatenare e diffondere il panico più cieco verso il proprio nemico, una nazione, la sua popolazione civile, causando più vittime possibile e rendendola consapevole della propria, evidente debolezza.
L’atto terroristico si declina in effetti diretti, le vittime come detto, ma anche in ricadute indirette altrettanto importanti nella loro drammaticità, come ad esempio il modificare drasticamente la linea politica o punire la condotta “infedele”, da un punto di vista religioso, dei destinatari delle azioni, ricadute contestualizzate da una potente risonanza mediatica che le medesime azioni conseguono grazie ai mezzi di comunicazione di cui disponiamo: in questo senso il ricordo non può non andare all’11 settembre 2001, un attentato, quello alle Torri gemelle, pensato e realizzato nei minimi dettagli, con i tempi e i ritmi della regia televisiva, per far sì che quello spettacolo di sangue fosse visto dal maggior numero possibile di persone.
Scopo finale delle azioni può essere quindi sia un improvviso, radicale ribaltamento di uno status quo stabilizzato nel tempo, sia, paradossalmente, il mantenimento, grazie alla violenza, di una data situazione politica, catalizzando però, questo è il denominatore comune di entrambe le finalità, attenzione e fidelizzando, grazie ad essa, nuovi aderenti alla causa, nuovi sanguinari sostenitori. Funzionale a tale risonanza può quindi essere l’efferatezza, la ferocia e l’enorme peso umano e sociale dei gesti stessi di distruzione: sequestrare cento bambini in una scuola può essere in questo senso più efficace, ai fini della strategia del terrore, che sterminare cento militari adulti in una caserma, perché il risalto mediatico dato all’evento sarà, purtroppo, infinitamente maggiore.
Per questi motivi il terrorismo come lo intendiamo noi, è un fenomeno caratteristico del XX secolo, il primo periodo storico in cui l’umanità dispone di media tanto potenti e tanto invasivi, un fenomeno quindi la cui recrudescenza e direttamente proporzionale allo sviluppo tecnologico di una data società.
Gli attentati terroristici di notevole gravità, generano, come è ovvio, una reazione dura da parte dell’ordine costituito: nessun gruppo terroristico può perpetuare le proprie azioni nel tempo se non abbia un folto numero di seguaci che lo appoggi, che lo rifornisca di armi, di aiuti economici, di informazioni, di aree geografiche dove nascondere i propri capi, insomma uno strato sociale che ne condivida la causa e le istanze violente per il raggiungimento delle proprie finalità. Questo è il contesto dove vive e da cui si nutre il terrorismo, compito dei suoi oppositori, degli organi deputati alla difesa di una nazione è neutralizzarlo staccandolo da questo contesto, dalle sue stesse radici.
Tuttavia esiste una declinazione del fenomeno terroristico più terribile e spaventosa perché eleva alla massima potenza una delle caratteristiche principali del terrorismo stesso, il suo carattere di invisibilità, elemento che amplifica il suo potenziale distruttivo e omicida in modo tanto silenzioso quanto irreversibile: parliamo del terrorismo biologico. Le caratteristiche appena citate sono rintracciabili nella sua stessa natura: infatti esso consiste nell’utilizzo intenzionale di agenti biologici (virus, batteri, tossine, ecc) in azioni contro popolazioni che si concretizzano in attentati, sabotaggi, stragi volte a creare morte, panico e isteria collettiva. Gli agenti biologici utilizzati possono essere reperiti in natura, o possono essere modificati dall’uomo al fine di aumentarne la virulenza e la diffusione nell’ambiente attraverso l’aria, l’acqua o il cibo.
Il CDC (Centers for Disease Control and Prevention) statunitense suddivide le armi cosiddette biologiche in tre categorie, discriminandole per rapidità di diffusione e per rischio di mortalità che recano:
Categoria A: comprende organismi e tossine molto pericolose per la collettività (come il carbonchio, il botulino, la peste, il vaiolo e il tristemente famoso virus ebola per citarne alcuni) il cui utilizzo è caratterizzato dai seguenti aspetti: una facile trasmissione da persona a persona; un potere altamente letale, l’emergere di episodi di panico e di isteria collettiva e la pressante necessità di adottare speciali contromisure su vasta scala per la tutela della salute pubblica.

Categoria B: comprende organismi moderatamente pericolosi, caratterizzati da una diffusione potenziale su scala ridotta, da una scarsa capacità di provocare malattie potenzialmente letali e dalla necessità di misure di monitoraggio della salute pubblica meno intensive e invasive rispetto a quelle annoverate nella categoria precedente.

Categoria C: comprende organismi patogeni emergenti, potenzialmente modificabili, attraverso l’ingegneria genetica, per essere trasformati in armi biologiche. Le caratteristiche principali di tali organismi sono: una facile disponibilità nell’ambiente, una facile produzione e un alto potenziale in termini di virulenza e di impatto sulla salute pubblica.

Sin dai tempi più antichi sono stati utilizzati piani e strategie per diffondere agenti patogeni contro il nemico, come ad esempio, l’impiego di cadaveri o carcasse di animali infetti per contaminare pozzi, cisterne e raccolte d’acqua utilizzate dagli eserciti e dalle popolazioni assediate, veleni e sostanze tossiche rintracciabili in natura o realizzate appositamente. I tartari, ad esempio, catapultavano cadaveri uccisi dalla peste bubbonica oltre le mura delle città assediate, come a Caffa nel 1346, per diffondere il contagio e la morte prima della battaglia. Gli inglesi, durante la guerra dei sette anni (1756-63), per sconfiggere gli indiani alleati dei francesi, si aiutarono con armi biologiche ante litteram: come atto di amicizia regalarono ai loro nemici coperte, ma queste provenivano da ospedali che accoglievano malati di vaiolo che così si diffuse tra gli indiani causando migliaia di morti.
La medesima strategia venne utilizzata nel 1763 in Nova Scozia da Sir Jeffrey Amherst, governatore dello Stato, il quale distribuì ai pellerossa coperte utilizzate negli ospedali, diffondendo così, anche in questo caso, il morbo del vaiolo tra le tribù indigene. Nello stesso periodo gli inglesi, per portare a termine la colonizzazione in Nuova Zelanda, mandarono tra i maori, gruppi di prostitute malate di sifilide, sterminando così le popolazioni di quelle terre allora incontaminate.
In tempi relativamente più recenti, durante il XIX secolo, la ricerca scientifica ha fornito l’opportunità di isolare e produrre agenti patogeni specifici come, ad esempio, il Bacillus Anthracis e lo Pseudomonas Mallei.
Durante il primo conflitto mondiale La Germania sviluppò un programma di guerra biologica infettando il bestiame con gli agenti patogeni dell’antrace e del cimurro. Nello stesso periodo la Gran Bretagna sviluppò un suo progetto sugli effetti delle spore di antrace e sul loro raggio di diffusione quando lanciate con una bomba convenzionale. L’isola Gruinard, al largo delle coste della Scozia, fu scelta come luogo degli esperimenti e i dati ottenuti furono utilizzati sia dalla Gran Bretagna sia dagli USA.
Subito dopo la prima guerra mondiale si cominciò a riflettere sulla pericolosità delle armi biologiche concepite dalla mente umana, tale riflessione si palesò in tentativi diplomatici volti a limitare la proliferazione incondizionata e l’uso di armi di distruzione di massa..
Tuttavia nel 1931, durante l’occupazione della Manciuria da parte del Giappone, i nipponici utilizzarono i prigionieri di guerra come cavie da laboratorio. Inoltre sono documentate dettagliatamente almeno cinque incursioni sulla Cina da parte di aerei giapponesi con lo scopo di spargere la peste bubbonica che risalgono al 1941.
Nel 1956 l’Unione Sovietica accusò gli USA di aver usato armi biologiche in Corea. Il programma statunitense in questo campo cambiò negli anni: si utilizzarono agenti biologici surrogati per elaborare e modellare organismi sempre più devastanti. Molti test consistettero nel diffondere segretamente i suddetti organismi su aree popolate, come l’irrorazione su San Francisco del batterio della Serretia Marcescens. In seguito a questo episodio il programma venne dichiarato concluso. Ma nel 1969 si notò in quella zona un aumento di 5/10 volte delle infezioni dovute al batterio.
Dalla fine degli anni ’60 le armi batteriologiche hanno assunto un’importanza sempre più marginale: le continue ricerche di carattere microbiologico, hanno, infatti, finito per limitare fortemente il numero dei microrganismi “segreti”, cioè quelli sconosciuti, contro cui il nemico non ha alcuna difesa
Finalmente, nel 1972, è stata concepita una necessaria risposta legislativa al problema: un trattato internazionale, firmato da 160 Paesi e ratificato da 140, ha messo al bando tutte le armi batteriologiche (Biological and Toxin Weapons Convention). Nonostante questo divieto, verso la metà degli anni ’80 del secolo scorso, la corsa alle armi batteriologiche è ripresa con nuovo vigore, continuando progressivamente fino ai tempi attuali. Da allora la storia dei trattati va di pari passo con quella degli esperimenti che continuano in molti paesi. Mentre nel passato le armi biologiche erano pensate e costruite soprattutto per sfiancare, aggredire e decimare gli eserciti nemici, oggi è purtroppo la popolazione civile ad essere bersaglio delle azioni bio-terroristiche.
Pensiamo ad un ipotetico caso concreto. In caso di attacco bio-terroristico, le risposte immediate devono arrivare dalla polizia, dai vigili del fuoco e dal personale medico più vicino. È chiaro che nei momenti immediatamente successivi all’incidente non si conosce la natura dell’agente infettante, per cui è importante coinvolgere, nei piani di emergenza, anche esperti microbiologi (da inviare eventualmente sul campo per i rilevamenti o i campionamenti del caso) che possano fornire risposte più precise nel minor tempo possibile.
Anche Al Qaeda ha abbracciato questa forma di terrorismo, tentando, fortunatamente senza successo, di produrre armi biologiche in laboratori ubicati nelle città afghane di Jalalabad e Kandahar.
Tuttavia occorre sottolineare che, rispetto all’ampia risonanza pubblica che questa minaccia ha storicamente avuto, si conoscono, fortunatamente, pochi tentativi di azioni da parte di gruppi terroristici, volte a provocare eccidi tra la popolazione civile mediante l’impiego di agenti CBRN (chimici, biologici, radioattivi e nucleari). Nell’ambito di questa considerazione fanno eccezione il caso di contaminazione da salmonella di 751 persone (con esito non letale) da parte della setta di Rajneesh in Oregon negli Stati Uniti nel 1984 e i diversi attentati commessi dall’Aum Shinri Kyo in Giappone, con l’uso di agenti chimici e biologici, che nel 1995 hanno provocato la morte di 17 persone e il ricovero di 1200 tra Matsumoto e Tokio.
Nell’agosto del 2005, le rivelazioni che una cellula di Al Qaeda stava progettando un attentato con gas sarin contro la Camera dei Comuni britannica e il lancio di profilattici pieni di una polvere viola contro il Primo ministro Tony Blair, durante l’ora delle interrogazioni, avvenuto nel maggio dell’anno precedente, hanno fatto emergere l’alto grado di vulnerabilità dei parlamenti nazionali e l’evidente deficit previsionale e di preparazione nel gestire casi di questo tipo. Come reazione a questi eventi, su entrambe le sponde dell’Atlantico sono state promosse misure volte a individuare metodi adeguati ed efficaci per la rilevazione di eventuali attacchi del genere. Gli USA hanno mostrato l’impegno maggiore con un’iniziativa globale denominata “Biodefense for the 21st Century”, lanciata nell’aprile 2004 dal Presidente Bush. Secondo uno studio, dopo l’11 settembre, i fondi di bilancio complessivamente stanziati per questa causa sono aumentati di sedici volte, da 305 milioni di dollari nell’esercizio 2001 a circa 5 miliardi di dollari per gli esercizi 2004, 2005 e 2006. L’incremento dei finanziamenti destinati alla ricerca nel settore della difesa da agenti biologici del National Institute of Health è ancora più sorprendente: essi sono aumentati di 34 volte dal 2001 al 2006. Il governo britannico ha stanziato, nel 2003, 260 milioni di sterline per lo stesso scopo. Questi sono solo alcuni esempi.
Tuttavia oltre ad agenti biologici, anche agenti chimici o radioattivi possono essere usati come arma di bioterrorismo. Il CDC classifica gli agenti chimici in base alla attività da essi esplicata sulla pelle, nei polmoni, nel tratto gastrointestinale e sul sistema nervoso.
Gli agenti radioattivi invece sono incolori, inodori ed invisibili. La contaminazione di cibo, acqua, oggetti o la mera esposizione a tali agenti può causare gravi inabilità fino alla morte ed è difficile da evidenziare. I sintomi di tale esposizione alle radiazioni possono includere nausea, vomito, diarrea e, a seconda del grado di esposizione, gengive sanguinanti, epistassi, ecchimosi, e perdita di capelli. Un esempio di un agente radioattivo è il polonio 210 che, nel 2006, è stato la causa della morte del dissidente russo, Alexander Litvinenko.
Nel marzo del 1999 la prestigiosa rivista Archives of Dermatology dedicò ben 12 pagine all’analisi delle manifestazioni cutanee di una guerra biologica e in un convegno tenutosi a S. Francisco nello stesso periodo sul bioterrorismo e sulla guerra batteriologica, la dottoressa Margaret Hamburg, denunciò che agenti chimici e virali letali come il botulino, l’antrace e la peste bubbonica potevano essere acquistati illegalmente su Internet da potenziali terroristi con estrema facilità, tanto da essere considerate armi più appetibili rispetto a quelle convenzionali perché relativamente economiche, facilmente reperibili e occultabili.
Il colonnello Edward Eitzen, capo dell’Istituto di ricerche mediche sulle malattie infettive dell’esercito americano, ammise in un’intervista il timore di attentati perpetrati attraverso la diffusione di agenti biologici come il botulino o l’antrace rivelando testualmente: “Se qualcuno liberasse nell’atmosfera il batterio dell’antrace nei pressi di una città di 500 mila abitanti, potrebbe causare la morte di oltre 90 mila persone entro una settimana”.
Pochi anni fa in Gran Bretagna sei presunti terroristi islamici furono arrestati mentre stavano preparando una strage nella metropolitana di Londra con un assalto a base del tristemente famoso gas Sarin.
Il genetista Matthew Meselson, professore all’ Università di Harvard, ha dichiarato che oltre ad un nuovo impegno nella ricerca scientifica per combattere le bio-armi occorre sollecitare la creazione di strumenti legislativi internazionali, che operino su un duplice campo: preventivo e repressivo.
Quale potrebbe essere l’obiettivo di un attacco bio-terroristico di massa? Con un semplice aerosol in cui sono disperse le spore di un batterio killer si possono infettare città, aeroporti, ospedali, stadi e sistemi di trasporto come la metropolitana. Il problema principale appare evidente: a differenza dei bombardamenti, gli attacchi con le armi biologiche sono silenziosi e l’epidemie possono essere subdole, riscontrabili solo dopo tempo e, purtroppo, dopo un elevato numero di casi o di sintomi insoliti. È ormai assodato che, in caso di attacco batteriologico, il primo problema è quello di individuare nel minor tempo possibile il tipo di virus utilizzato per salvare il maggior numero di vite nel caso di fenomeni epidemici.
Insomma appare chiaro e drammaticamente urgente iniziare un’intensa attività sinergica di ricerca scientifica e soprattutto di prevenzione, che veda coinvolti mondo scientifico e istituzionale per poter combattere un nemico, il bioterrorismo, tanto subdolo quanto distruttivo. Un attività che coinvolga tutti, educhi le popolazioni stesse a quelle misure necessarie volte a reagire ad un attacco bio-terroristico, e soprattutto renda questo mostro dei nostri tempi più debole e meno invisibile.

Prof. Sandro VALLETTA
(Ha collaborato il Dott. Marino D’AMORE)

Continua a leggere
Clicca per commentare

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Abruzzo

FESTA DEL PAPÀ : QUANDO LA LEGGE NEGA L’ESSERE PADRE

Pubblicato

on

Ci sono padri straordinariamente felici di essere padri e di fare da padri. Perché è l’esperienza più bella della loro vita. Perché il figlio è, la loro vita. Perché crescere, educare, giocare, gioire col proprio cucciolo nutre il cuore, la mente, l’anima.

Ci sono madri (non tutte chiaramente) che negano ai padri questo diritto. Negandogli così di vivere.

Ci sono padri che passano notti e settimane insonni; che subiscono: alienazioni genitoriali, telefonate interrotte con il figlio, figli manipolati, menzogne inculcate nel figlio e parole infamanti; assistono ad: accordi violati, aggressioni al patrimonio; vivono improvvisi sospetti imprevisti del figlio. Padri che vivono il figlio come un ostaggio, vile merce di scambio, corpo contundente, strumento di vendetta; arma non convenzionale. Ci sono padri che non vivono più serenamente, che non lavorano più serenamente, che non gioiscono più, che non riescono più ad immaginare il proprio futuro. Ci sono padri che si impoveriscono, aggrediti patrimonialmente. Che finiscono a fare la coda dai padri gesuiti o dormono in auto. Che hanno sconvolgimenti esistenziali non più riparabili, destinati a restare come inchiostro d’odio su candida seta. Ci sono padri negati.

Uno dei maggiori drammi della società moderna, nella quale una coppia su due è destinata a separarsi, riguarda i padri che si “separano”, ai quali si oppongono le madri con “violenza” negando loro l’esercizio della condivisione genitoriale nella crescita del figlio. La letteratura spiega che in una “separazione” (in un matrimonio o in una convivenza more uxorio) le donne tendono spesso a usare il figlio come arma e i padri invece strumentalizzano il mantenimento.

Diventa dunque essenziale il ruolo del giudice e degli avvocati che assistono le parti.

Occorre infatti che la legge venga applicata con equilibrio, saggezza e responsabilità, dai giudici minorili e che gli avvocati che assistono i genitori in tale delicato conflitto siano innanzitutto competenti, esperti e responsabili. Ho invece conosciuto tanti cialtroni che danneggiano le parti e soprattutto l’interesse dei minori arrecando danni irreparabili. Tali incompetenti andrebbero sanzionati con la radiazione o l’espulsione.

Il Tribunale per i Minorenni (T.M.) esercita nello spirito della realizzazione del migliore interesse del minore e ha giurisdizione penale, civile e amministrativa. E’ organo specializzato della giustizia, composto da quattro giudici (due togati e due onorari). In Italia ci sono 29 tribunali minorili, con 782 magistrati, dei quali circa 600 sono onorari. La selezione dei giudici andrebbe fatta col massimo rigore possibile poiché gestiscono situazioni di straordinaria importanza.

La competenza in materia civile non è esclusiva (concorrente con il tribunale ordinario e e il giudice tutelare) ma di assoluto rilievo, decidendo anche in tal senso: interventi a tutela dei minori i cui genitori non adempiono in modo adeguato o affatto ai doveri verso i figli (art. 147 cod. civ.); può limitare l’esercizio della potestà genitoriale, attivando l’intervento dei servizi socio-sanitari (art. 333 cod. civ.); può allontanare il minore dalla casa familiare (artt. 330, 333 e 336 cod. civ.); può dichiarare i genitori decaduti dalla potestà sui figli (art. 330 cod. civ.); può dichiarare lo stato di adottabilità del minore; regola l’affidamento dei figli di genitori non sposati, che hanno cessato la convivenza e che sono in situazione di conflitto rispetto all’esercizio della potestà genitoriale (art. 317 bis cod. civ.).

Ricordiamoci dunque che dove c’è un padre negato, c’è sempre un bambino negato.

STORIA DELLA FESTA DEL PAPÀ

La Festa del papà è celebrata in tutto il mondo, anche se in date differenti, e la tradizione vuole che i figli festeggino i papà con regali e biglietti pieni di sentimento. La storia di questa festa è piuttosto recente e risale precisamente al 5 luglio del 1908, giorno in cui venne festeggiata per la prima volta nella città di Fairmont, in Virginia Occidentale, presso la chiesa metodista locale in commemorazione della morte di oltre 360 uomini, 250 dei quali padri di famiglia, nel disastro di Monongah, la più grave sciagura mineraria degli Stati Uniti.

Successivamente, per la precisione il 19 giugno del 1910 a Spokane nello Stato di Washington, la Signora Sonora Smart Dodd, all’oscuro della celebrazione avvenuta a Fairmont e ispirata da un sermone ascoltato in chiesa per la festa della mamma del 1909, organizzò la prima festa del papà così come la conosciamo oggi e fece in modo che la ricorrenza venisse ufficializzata. Ancora oggi infatti diversi Paesi seguono la tradizione statunitense e festeggiano i propri papà la terza domenica di giugno. Nei Paesi cattolici invece, proprio come l’Italia, questa festa viene legata al giorno di San Giuseppe e celebrata quindi il 19 marzo.

Continua a leggere

Abruzzo

Liceo “Vitruvio”: piccoli scrittori crescono

Pubblicato

on

Concorso di narrativa fantascientifica “Il mio Asimov – Sfide”: un’anteprima della Settimana Scientifica 2019

Si è svolta ieri, Venerdì 8 Marzo, preso il Liceo Scientifico “M. Vitruvio P.”, la cerimonia di premiazione del concorso di narrativa fantascientifica “Il mio Asimov – Sfide” che è giunto alla sua 3^ edizione. L’iniziativa è stata ideata e curata dai professori Giuseppe Leone e Roberta Placida, che, insieme al Dirigente Scolastico, prof. Francesco Gizzi, sostenitore entusiasta dell’evento, hanno anche provveduto alla valutazione degli elaborati e alla composizione della classifica finale che ha visto sul podio, per il secondo anno consecutivo, Gabriele Valente, della classe IV I, con il racconto “Progetto Prometeo”; seconda classificata Floriana Rossi, della classe V A, con il racconto “Oltre le apparenze: la vera sfida”; terza classificata Gaia Zaffiri, classe II B, con il racconto “Io ti conosco”.
Gli allievi vincitori sono stati premiati con buoni per l’acquisto di libri offerti da Libreria Panella (1° premio), Mr Book (2° premio), Power School Languages, da spendere presso la Libreria “La Sorgente” (3° premio).
Nel suo intervento di apertura il Dirigente Scolastico ha espresso notevole soddisfazione e ha sottolineato ancora una volta come queste iniziative siano “la scuola bella”, quella che entusiasma e che spinge a mettersi in gioco in sfide sempre nuove per il raggiungimento di obiettivi sempre più alti.
La qualità dei racconti, sia dal punto di vista stilistico che tematico, è migliorata molto, tanto che stilare la classifica finale è stato difficile. Importante notare la profondità delle tematiche affrontate che spaziano da temi come l’inquinamento, le sperequazioni sociali, la ricerca della propria identità, la libertà individuale e di specie, a temi come la fratellanza, il tempo e la sua fuga, tema affrontato da sempre dagli artisti.
I criteri di assegnazione dei punteggi sono stati: originalità, aderenza al tema assegnato, stile nei canoni della fantascienza e capacità di coinvolgimento dell’intreccio.

Continua a leggere

Abruzzo

LO STRANO CASO DI VIA BOITO. UN GIORNO PRIVATA E L’ALTRO PUBBLICA. INTANTO I CITTADINI SONO AL BUIO.

Pubblicato

on

Da anni i residenti di Via Boito cercavano risposte dal Comune. Fecero richiesta di cessione volontaria e gratuita al comune di Avezzano della via appunto Arrigo Boito al fine di avere in cambio illuminazione, pulizia quando nevica, asfalto e possibilmente fogne. Tutto ciò gli fu concesso finalmente con conferenza dei servizi del 9 giugno 2017. Sembrava la fine di lunghi anni di silenzio e menefreghismo.

Da allora però, nonostante numerosi solleciti sia da parte del portavoce che da parte dell’ufficio tecnico (si veda foto) l’amministrazione non si è mai degnata di rispondere.

Lo scorso anno su pressioni da parte degli abitanti il comune fece pulire la strada dalla neve, rompendo tra l’altro i cavi dell’elettricità, che gli stessi abitanti hanno ripristinato a proprie spese, lasciato come si evince dalle foto 2 transenne su un lato.

In questo momento la strada è pubblica e privata allo stesso tempo, ma nonostante l’ok dell’ufficio tecnico e i molteplici solleciti la situazione viene ancora oggi ignorata.

Fino a tre mesi fa l’illuminazione è stata pagata dai residenti, ma ora visto che sono stufi di pagare per un servizio che dovrebbe essere pubblico, la strada è al buio totale.

I residenti si sentono cittadini di serie B.

La città bella deve essere bella tutta ed è triste pensare che ci sono famiglie e bambini che non hanno nemmeno i servizi pubblici essenziali pur pagando le tasse come tutti gli altri.

Noi di marsicanews siamo qui per dar voce ai cittadini e speriamo che dando risalto mediatico a questa situazione in risalto si possa muovere qualcosa ed il sindaco o chi per esso decida finalmente di risolverla.

Continua a leggere

Altri articoli

IL FALSO ALLARME RAZZISMO IN ITALIA. IL NEMICO CHE NON ESISTE.

Pubblicato

on

La marcia contro il razzismo ieri ha avuto grande successo. Ma davvero in Italia esiste un pericolo razzista? Davvero dietro la richiesta di legalità e le paure per flussi migratori fuori controllo c’è un’ondata xenofoba?

Io ho la mia idea. Si chiama “attenzione indotta”. È quel fenomeno per cui dal momento in cui tu decidi di comprare una Vespa, vedi Vespe dappertutto. E se vuoi cambiare casa, vedi “Vendesi” dappertutto. Si studia in psicologia. In politica, attraverso raffinati meccanismi della propaganda – e attenzione: speculari, cioè usati sia da chi cavalca la paura dell’altro sia da chi denuncia il razzismo – significa portare l’interesse delle persone su una cosa che succede da sempre, a cui però nessuno fino ad allora ha dato un senso particolare.

È da trent’anni, o di più, che la gente muore nel Mediterraneo. Io me li ricordo da ragazzino, sulle spiagge della Sicilia, i pescherecci spiaggiati con le scritte in arabo. Ma nessuno diceva nulla. A parte Andrea Camilleri. A proposito: lui la storia di Montalbano e i migranti l’ha scritta tre anni fa, poi adesso va in onda sulla Rai e arriva la macchina della propaganda antirazzista a scatenare la polemica. Ma leggi Davide Enia, Appunti per un naufragio, e vedi da quanto tempo la gente muore nel mare di Lampedusa… Ma allora non c’erano i Saviano, i Veronesi, gli Albinati a scriverci sopra articoli e libri, non c’erano i collegamenti di Che tempo che fa…

E perché oggi sì?

Perché c’è Salvini al governo. Prima non c’era un nemico cui dare la responsabilità di tutto ciò. È un marketing irresistibile: chi non anela all’aureola della bontà? Il kulturkampf antirazzista ormai ha preso il posto dell’antimafia declamatoria. Non avendo altro modo per sconfiggere la Dc, a un certo punto se ne fece la centrale di Cosa Nostra. Volendo sbrigarsi a spegnere Salvini lo si laurea razzista, ovvero quanto di più abietto possa esserci. È una scorciatoia della dialettica. Si chiama criminalizzazione.

Esiste davvero un pericolo “razzismo” in Italia??

Gli insulti, le scritte, il malessere per chi non fa parte della tua comunità ci sono sempre stati in contesti – come dire? – “colorati”. Oggi succede coi migranti africani. Fino agli anni ’70 coi terroni. Eppure allora i grandi giornali non puntavano il dito, scandalizzati, contro chi metteva nei locali di Torino i cartelli “Qui i meridionali non entrano”. Abbiamo fatto sempre finta di niente. Ma ora che il nemico è imbattibile, elettoralmente, bisogna demonizzarlo.

A Milano in prima fila c’erano i candidati alla segreteria del Pd, Sala, la Boldrini, Landini… Viene da pensare che siano pagati da Salvini. Più usano questo meccanismo della propaganda anti-razzista, più la Lega cresce nei consensi. E però c’è da ridere: pensa un po’ tutti papaveri di Forza Italia ormai campioni del politicamente coretto che avrebbero voluto esserci e non possono…

Si evoca l’incubo razzismo per potere applicare l’equazione Salvini uguale nazista. Ma solo perché non hanno altri argomenti forti.

La sfilata di ieri a Milano è ancora una volta la vetrina della minoranza egemone che perpetua la propria sfida alla maggioranza silenziosa attraverso la criminalizzazione dell’avversario.

Loro è come se ti dicessero: “Tu, Salvini… Tu, che voti lega… vincerai anche le elezioni, sarai anche al governo, ma sei un nazista”. Serve a squalificare l’avversario politico e a intimorire l’opinione pubblica. E a sentirsi, appunto, dalla parte giusta.

Poco importa se la lotta all’immigrazione clandestina costituisce un obiettivo politico che non presuppone alcuna discriminazione fondata sulla razza, ma unicamente il rispetto della legalità.

Io non ci sto ad essere additato come razzista. Non ci sto a sentire dire che gli italiani sono razzisti.

Non è così. Non è vero. E va gridato a tutto il mondo!
Gli stranieri residenti in Italia al 1° gennaio 2018 sono 5.144.440 e rappresentano l’8,5% della popolazione residente.

In un paese razzista non sarebbe possibile.

Mirko Marchione

Continua a leggere

Attualità

L’IMBROGLIO DELLA CRISI VENEZUELANA.

Pubblicato

on

In Abruzzo la comunità Venezuelana si avvicina alla quota di 1000 cittadini.

Loro, tramite lettere e documenti ci hanno chiesto di fare luce su quanto sta succedendo alla loro lontana terra natìa.

Spesso, nelle “cose del mondo” , la verità dei fatti raramente coincide con la sua versione ufficiale. Le idee dominanti – come diceva il vecchio Marx – restano quelle della classe dominante. E il caso del Venezuela di questi ultimi mesi si configura appunto nei termini di una gigantesca truffa informativa volta a coprire la sopraffazione di un popolo e la spoliazione di una nazione.

Il principale mito da sfatare riguarda le cause di fondo del dramma venezuelano. I media occidentali non hanno avuto dubbi nell’additare gli esecutivi succedutisi al potere dopo l’elezione del “dittatore” Chávez alla presidenza nel 1998 come unici responsabili della crisi, nascondendone la matrice di gran lunga più importante: le barbare sanzioni americane contro il Venezuela decise da Obama nel 2015 e inasprite da Trump nel 2017 e nel 2018.

Spese sociali mai così alte. La “dittatura” di Chávez, confermata da 4 elezioni presidenziali e 14 referendum e consultazioni nazionali successive, è stata condotta sotto il segno di uno strappo radicale con la storia passata del Venezuela: i proventi del petrolio sono stati in massima parte redistribuiti alla popolazione invece che intascati dall’oligarchia locale e imboscati nelle banche degli Stati Uniti.

Nonostante Chávez abbia commesso vari errori di malgoverno e corruzione tipici del populismo di sinistra – errori confermati in seguito dal più debole Maduro – sotto la sua presidenza le spese sociali hanno raggiunto il 70% del bilancio dello Stato, il Pil pro capite è più che triplicato in poco più di 10 anni, la povertà è passata dal 40 al 7%, la mortalità infantile si è dimezzata, la malnutrizione è diminuita dal 21 al 5%, l’analfabetismo è stato azzerato e il coefficiente Gini di disuguaglianza è sceso al livello più basso dell’America Latina (dati Fmi, Undp e Banca Mondiale).

Ma la sfida più temeraria lanciata dal Venezuela “socialista” è stata quella contro l’egemonia del dollaro. L’economia ha iniziato a essere de-dollarizzata favorendo investimenti non statunitensi, tentando di non farsi pagare in dollari le esportazioni, e creando il Sucre, un sistema di scambi finanziari regionali basato su una cripto-moneta, il Petro, detenuta dalle banche centrali delle nazioni in affari col Venezuela come unità di conto e mezzo di pagamento. Il tempo della resa dei conti con il Grande Fratello è arrivato perciò molto presto. Molti hanno evocato lo spettro del Cile di Allende di 30 anni prima.

Ma il Venezuela di oggi è preda ancora più consistente del Cile. Dopo la Russia, è il Paese più ricco di risorse naturali del pianeta: primo produttore mondiale di petrolio e gas, secondo produttore di oro, e tra i maggiori di ferro, bauxite, cobalto e altri. Collocato a tre ore di volo da Miami, e con 32 milioni di abitanti. Poco indebitato, e capace di fondare una banca dello sviluppo, il Banco do Sur, in grado di sostituire Banca Mondiale e Fondo monetario come sorgente più equa di credito per il continente latinoamericano.

È per queste ragioni che la “cura cilena” è inizialmente fallita. Il tentato golpe anti-chavista del 2002 e le manifestazioni violente di un’opposizione divenuta eversiva e anti-nazionale, si sono scontrati con un esecutivo che vinceva comunque un’elezione dopo l’altra. Perché anche i poveri, dopotutto, votano. L’occasione per chiudere la partita si è presentata con la morte di Chávez nel 2013 e il crollo del prezzo del petrolio iniziato nel 2015.

La strategia delle sanzioni – La raffica di sanzioni emesse l’anno dopo con il pretesto che il Venezuela fosse una minaccia alla sicurezza nazionale degli Usa mettono in ginocchio il Paese. Il Venezuela viene espulso dai mercati finanziari internazionali e messo nelle condizioni di non poter più usare i proventi del petrolio per pagare le importazioni. Quasi tutto ciò che entra in un’economia che produce poco al di fuori degli idrocarburi deve essere pagato in dollari contanti. E le sanzioni impediscono, appunto, l’uso del dollaro. I fondi del governo depositati negli Usa vengono congelati o sequestrati. I canali di rifinanziamento e di rinegoziazione del modesto debito estero del Venezuela vengono chiusi. Gli interessi sul debito schizzano in alto perché le agenzie di rating al servizio di Washington portano il rischio paese a cifre inverosimili, più alte di quelle della Siria. Nel 2015 lo spread del Venezuela è di 2 mila punti, per raggiungere e superare i 6 mila nel 2017.

Gli economisti del centro studi Celag hanno quantificato in 68,6 miliardi di dollari, il 34% del Pil l’extra costo del debito venezuelano tra il 2014 e il 2017. Ma il più micidiale degli effetti del blocco finanziario del Venezuela è il rifiuto delle principali banche internazionali, sotto scacco americano, di trattare le transazioni connesse alle importazioni di beni vitali come il cibo, le medicine, i prodotti igienici e gli strumenti indispensabili per il funzionamento dell’apparato produttivo e dei trasporti. Gli ospedali venezuelani restano senza insulina e trattamenti antimalarici. I porti del paese vengono dichiarati porti di guerra, portando alle stelle le tariffe dell’import-export. Il valore delle importazioni crolla da 60 miliardi di dollari nel 2011-2013 a 12 miliardi nel 2017, portandosi dietro il tonfo del 50% del Pil.

Le banche di Wall Street – I beni che riescono comunque a essere importati vengono accaparrati e rivenduti di contrabbando dagli oligopoli dell’industria alimentare che dominano il settore privato dell’economia venezuelana. La stessa delinquenza di alto livello che tira le fila del sabotaggio del Clap, il piano di emergenza alimentare del governo che soccorre 6 milioni di famiglie. È stato calcolato che tra il 2013 e il 2017 l’aggressione finanziaria al Venezuela è costata tra il 110 e il 160% del suo Pil, cioè tra i 245 e i 350 miliardi di dollari. Senza le sanzioni, l’economia del Venezuela, invece di dimezzarsi, si sarebbe sviluppata agli stessi tassi dell’Argentina.

Durante il 2018 si sviluppa in Venezuela una crisi umanitaria interamente indotta. Che si accompagna a un’iperinflazione altrettanto fasulla, senza basi nei fondamentali dell’economia, determinata da un attacco del mercato nero del dollaro alla moneta nazionale riconducibile alle 6 maggiori banche d’affari di Wall Street.

È per questo che il rapporto dell’esperto Onu che ha visitato il Venezuela nel 2017, Alfred De Zayas (di cui non avete mai sentito parlare ma che contiene buona parte dei dati fin qui citati), propone il deferimento degli Stati Uniti alla Corte Penale Internazionale per i crimini contro l’umanità perpetrati in Venezuela dopo il 2015.

Mirko Marchione

Continua a leggere

Abruzzo

VIOLENZA SULLE DONNE. SPORTELLO ITINERANTE ANTI-VIOLENZA

Pubblicato

on

Un sostegno alle donne vittime di violenza che viaggia tra i comuni marsicani: lo “Sportello itinerante anti-violenza Marsica” è la nuova iniziativa gratuita della Cooperativa Sociale Estia.
Tavola Rotonda tra i comuni marsicani giovedì 28 febbraio ore 15:30 presso la sede della Cooperativa Sociale Estia di Cerchio.
Durante la Tavola Rotonda di giovedì 28 febbraio, a partire dalle ore 15:30, la Cooperativa Sociale Estia presenterà ufficialmente il progetto “Sportello itinerante anti-violenza Marsica”, che partirà nel mese di marzo del corrente anno. Presenzieranno all’incontro gli Assessori al sociale, i Sindaci e le Istituzioni comunali della Marsica.

Il progetto nasce dall’idea di creare uno sportello gratuito che possa viaggiare tra i comuni marsicani per andare letteralmente incontro alle donne. Un’iniziativa innovativa e di grande prestigio a sostegno di donne vittime di violenza e dei loro figli.
Si tratta di un nuovo servizio dalla marcata valenza sociale che si estenderà in modo capillare sul territorio, investendo ogni comune interessato all’iniziativa. Lo sportello sarà gestito da professionisti ed esperti del settore psicologico, giuridico e sociale della Cooperativa Sociale Estia.

In seguito ai primi colloqui, la donna potrà essere presa in carico e proseguire il proprio percorso, nella più completa privacy, al centro d’ascolto della Cooperativa Sociale Estia nel comune di Cerchio.

Lo sportello marsicano itinerante risulta essere infatti la parte iniziale di un sostegno continuo e completo. Permettere alle donne di uscire da un silenzio potratto per anni rappresenta il punto d’inizio per altri percorsi, quali la denuncia, pratiche di separazione, ricerca di un lavoro, sostegno psicologico ai figli.

“Siamo orgogliosi di questo progetto fortemente innovativo che vedrà protagonista la Marsica unita nella lotta alla violenza, unita in difesa delle sue donne”, dichiarano i fondatori della Cooperativa Sociale Estia.

La Cooperativa Sociale Estia organizza, inoltre, incontri di formazione rivolti a tutta la collettività, agli studenti delle scuole e ai professionisti del settore, al fine di sensibilizzazione sul tema della violenza, e indagare le cause e le possibili azioni da intraprendere.

Saranno presenti alla Tavola Rotonda l’Assessore Avv. Leonardo Casciere del comune di Avezzano, l’Assessore Avv. Franco Paolini del comune di Cerchio, il Sindaco Gianluca De Angelis del comune di Lecce nei Marsi, la Dott.ssa Valeria Gentile Consigliere del comune di Magliano dei Marsi, il Sindaco Maria Olimpia Morgante e il Consigliere Franco Farina del comune di Scurcola Marsicana, la Dott.ssa Sara D’Agostino Consigliere del comune di Collarmele, il Sindaco Antonella Buffone e l’Assessore Veronica Venditti del comune di Balsorano, l’Assessore Valentina Angelucci del comune di Luco dei Marsi, il Consigliere Vincenzo Casasanta del comune di Gioia dei Marsi, l’Assessore Luigi Soricone del comune di Pescina, il Sindaco Giulio Lancia e l’Assessore Umberto Niscola del comune di San Vincenzo Valle Roveto, il Sindaco Eramo Manfredo del comune di Ortona dei Marsi, la Dott.ssa Ricci Loretta del comune di Villavallelonga, il Consigliere Simona Barbati del comune di Ovindoli.

Continua a leggere

Altri articoli

NUOVE EMAIL TRUFFA – “NOTIFICA IN MERITO A DEBITO” – AGENZIA ENTRATE. POLIZIA POSTALE E AGENZIA DELLE ENTRATE INVITANO ALL’ATTENZIONE

Pubblicato

on

Truffe online a gogo viaggiano sulle nostre email. L’ultimo allarme
arriva dall’Agenzia delle Entrate
[https://www.agenziaentrate.gov.it/wps/portal/entrate/agenzia/agenziacomunica/!ut/p/a1/rZJNc5swEIb_CjlwBC0CG9Ebzpcd20lt14nh4pGEsGUjoFiEjn99xUzSpp2mHzPVRburR7urV4tStEFpSZ_ljmpZlbTo_XS49TDcjiPAU-KvLiF-XPgBGWGYegF6QilKc8YLmaFk0sVLb_u8INl8fBjTUTg9fhY8qbIv51mc8m],
con l’allerta rilanciata anche sulla pagina Facebook della Polizia
Postale “Commissariato di PS On Line – Italia
[https://www.facebook.com/commissariatodips/?ref=br_rs]” e sul sito
istituzionale di quest’ultima che lo “Sportello dei Diritti
[http://www.sportellodeidiritti.org/]” ritiene utile segnalare per
informare tutti coloro che possiedono dispositivi perchè tutti
potenzialmente nel mirino dei criminali informatici. A tale scopo,
pubblichiamo integralmente il comunicato dell’ente per comprendere i
rischi che possiamo correre: «L’Agenzia informa che in questi
giorni stanno circolando delle email con oggetto del tipo “Notifica
in merito a debito. Atto N. xxxxxxxxx” provenienti da un mittente
denominato “Servizi finanziari”. I messaggi avvertono gli utenti
di un presunto debito e invitano a consultare una lettera allegata,
recando in calce i riferimenti telefonici reali di uffici
dell’Agenzia delle Entrate. Il documento allegato ai messaggi è in
realtà un virus informatico che può infettare i computer degli
utenti. L’Agenzia, totalmente estranea all’invio di queste false
comunicazioni, invita i cittadini a cestinare immediatamente queste
email e, in ogni caso, a non aprire file allegati o cliccare su
eventuali collegamenti web sospetti.». Insomma, un modo subdolo per
approfittare di una nostra disattenzione e del timore che il Fisco
ingenera nei contribuenti per accedere abusivamente nei nostri
dispositivi, rileva Giovanni D’Agata, presidente dello “Sportello
dei Diritti [http://www.sportellodeidiritti.org/]”. Ecco perché è
utile seguire alcuni semplici consigli riportati anche sul sito
[https://www.commissariatodips.it/notizie/articolo/nuove-email-truffa-notifica-in-merito-a-debito-agenzia-entrate.html?fbclid=IwAR27wGHKL_CNxhaM_nvXCPYTPvt47RhK8xobQpMmIA0eEBIJUbufT89jy0k]
istituzionale della forza di polizia specializzata nella lotta al
crimine informatico:

– non aprire alcun allegato e non cliccare su eventuale link
contenuto nel testo della mail;

– installare e tenere sempre aggiornato il proprio sistema Antivirus;

– modificare periodicamente le password dei servizi on line.

Nel caso siate comunque incappati nella frode potrete rivolgervi agli
esperti della nostra associazione tramite i nostri contatti email
info@sportellodeidiritti.org o segnalazioni@sportellodeidiritti.org
per valutare immediatamente tutte le soluzioni del caso per evitare
pregiudizi.

Continua a leggere

In Evidenza