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Violenze in famiglia, rompiamo il silenzio

Qualche tempo fa è stato presentato un progetto, realizzato dalla divisione di Neurochirurgia Infantile dell’Ospedale Bambin Gesù, finalizzato a offrire un aiuto concreto ai bambini testimoni di violenza e una risposta ai professionisti, insegnanti, operatori del territorio, pediatri, alle famiglie in disagio. E subito ho pensato a Francesca. Ha la cameretta piena di giocattoli, i  vestitini in fine “moda baby”, lo zainetto firmato per la scuola, ma, a scuola,  non ci va volentieri. Fatica a socializzare e non mangia. Tutto la spaventa, anche una sciocchezza. Spesso trema e si copre le orecchie come non volesse ascoltare. Come fa quando suo padre, ubriaco , urla e picchia la madre. Lei si nasconde sotto il tavolo.

Poi ho pensato a Emanuela. Ha 13 anni, una bella casa, il computer, il telefonino, due televisori, il videolettore. Ma quando sua madre se n’è andata di casa dopo l’ennesima lite, lei è piombata nel tunnel della depressione. Dentro qualcosa si è spezzato: è passiva, disinteressata, guarda le cose senza vederle. Infine c’è Ibrahim,un ragazzo timido e insicuro. Vive con la nonna, che lo ha sottratto, come ha potuto, alle botte che, fin da piccolo, gli davano entrambi i genitori. Ora ha 14 anni ma niente sogni, niente speranze. Se gli si chiede che cosa vuole fare da grande, lui prima dice niente, poi dice che gli piacerebbe vivere tutti insieme. Gli manca la gioia di vivere. Dietro questi nomi di fantasia,per garantire la privacy ai veri protagonisti delle situazioni riportate,vedo tanti altri volti: di bambini, di adolescenti, il cui sviluppo psicologico e affettivo è danneggiato, a volte irrimediabilmente, proprio per il fatto di vivere in famiglie dove si scatenano forme di violenza fisica o psicologica, dove ci sono separazioni conflittuali e difficili.

Sentiamo ripetere che “le famiglie non vanno lasciate sole”. Ma l’interrogativo continua a rotare nel cervello: chi deve aiutarle? E come ? E’ dimostrato che i bambini testimoni di violenza hanno gli stessi danni di quelli che vengono direttamente abusati: stati di ansia, angoscia, depressione, rabbia, paura delle minacce, gravi sensi di colpa perché si sentono colpevoli di quello che i genitori fanno: litigi o botte. E se è importante far emergere il malessere devastante che molti bambini e adolescenti vivono, spesso in silenzio, quando rimangono spettatori impotenti di fronte a liti furibonde dei genitori, o peggio, a scene di pestaggio e violenza sessuale da parte di uno dei genitori verso l’altro, è altrettanto importante andare alla radice del disagio. Certamente si creano situazioni difficili da gestire; dove però un intervento non vale l’altro; dove, se indovini, puoi anche impedire il disastro totale, se non indovini può essere il caos. Mi chiedo perché, almeno per un buon numero di famiglie, è quasi più “naturale” ricorrere a strutture di tipo giudiziario per chiedere aiuto, anche se in troppi casi il vero problema rimane irrisolto? Si riscontra invece una certa diffidenza nel rivolgersi a strutture che operano a livello psicologico. Perché?

Non è forse meglio trovare prima soluzioni che facciano leva sulle risorse che una famiglia può avere al suo interno, e magari solo in un secondo momento ricorrere all’avvocato, al giudice? Cos’è che realmente manca ? L’ aiuto effettivo, la capacità di cercarlo o non piuttosto una cultura di maggior fiducia verso quel tipo di strutture che sono di mediazione delle relazioni bambino – genitore? Me lo domando e, se permettete, lo domando…

 

    Prof. Sandro Valletta

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