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Il Punto del Direttore

Torna “Il Punto d’Incontro” per la Marsica. Buon vento a tutti noi!

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É con orgoglio che presento la nuova edizione de “Il Punto d’Incontro”, la pubblicazione che, in distribuzione dai giorni scorsi, torna dopo una lunga assenza nelle case dei marsicani e della quale, come per Marsicanews con cui è gemellata, sono direttrice. É proprio dall’unione di forze e di passioni che nasce questa nuova avventura. Un ringraziamento, sentito e doveroso, per il loro indispensabile supporto va ai miei colleghi, Annalisa De Meis e Francesco Vassallo, che con perizia, abnegazione e dedizione sono impegnati con me nel rinnovamento della testata Marsicanews e nella realizzazione della pubblicazione cartacea, come un “Grazie” di cuore va agli uomini di cultura, Sergio Natalia e Ilio Leonio in testa, che hanno offerto il loro prezioso contributo per la realizzazione di questo primo numero. Un ringraziamento agli editori e supporti operativi, il Gruppo D’Amore e l’associazione La Marsica, per l’impegno e per il coraggio nell’investire sull’informazione, in un tempo in cui essa soffre di molti mali, ma resta, come sempre, baluardo della democrazia e della partecipazione consapevole. L’obiettivo, con umiltà e impegno, è quello di ben informare, offrendo spunti di riflessione e spazi di dibattito, aggiungendo un tassello al panorama marsicano dell’informazione, fatto per la maggior parte di colleghi che – con la dignità e la forza del loro valore, cui non necessita il nutrirsi di perenni lagnanze o meschinerie nei confronti di questo o quello – lavorano ogni giorno in prima linea e dietro le quinte, spesso tra mille difficoltà e talvolta, se si esclude quella derivante dalla consapevolezza di aver fatto un buon lavoro, con poche soddisfazioni.

É un nuovo percorso quello che “Il Punto d’Incontro” inizia quest’anno. Vogliamo farlo con un ringraziamento ai lettori per l’attenzione e l’apprezzamento dimostrati – testimoniati anche dai tanti messaggi giunti in redazione – e con una dichiarazione d’intenti.

La parola che è il sottile fil rouge di questo nuovo numero, e che tornerà, ricorrente, in quelli futuri, è Territorio. E’ una parola importante, tanto da essere forse, a tratti, anche abusata. Però è una parola che racchiude quanto ha contribuito a formarci e ci contraddistingue, quanto ci ispira, ciò con cui ci misuriamo e anche, semplicemente, quanto ci è caro. “Territorio” sono le montagne e la distesa a vista d’occhio di appezzamenti punteggiati dai pioppi e attraversati dai canali, sono le vestigia che riaffiorano dal tempo e vengono trasformate, da uomini e associazioni armati di fervore e competenza, in un appassionante viaggio nella storia, accessibile a tutti. È la storia stessa, e quella che appartiene ai marsicani e dalla quale i marsicani vengono è una storia straordinaria, fatta di conquiste a denti stretti, scioperi a rovescio e l’indomita, indomabile volontà di esserci. Da guerrieri a pescatori a contadini, per essere poi scossi dal sisma nelle fondamenta, devastati ma non annientati, pronti a ricominciare. Il nostro territorio è questo: la crisi economica che morde, in un contesto generale nel quale il Paese è più che colpito, che non conosce precedenti, per le premesse e l’incognita delle prospettive, trova comunque un popolo che si mette in gioco, che rilancia, che difende i suoi tesori, che non si arrende e cerca anche nuove strade per darsi un futuro migliore. Una comunità, quella marsicana come quella abruzzese, che dalle ferite ha imparato a ricostruire, a non mollare, a non andarsene, a esserci. Perché a volte, ed è meno scontato di quanto possa sembrare, ci vuole più coraggio a restare che ad andarsene. A restare, o a tornare, e a restare in piedi, anche se la terra trema, o è avara. Questo è il Territorio, questi siamo noi. Nel Punto d’Incontro parleremo di storia, ma anche di cronaca, di tradizioni, di futuro e di sviluppo possibile, di sport e di cultura, e delle persone che sono protagoniste di tutto questo. Parleremo delle cose che non vanno, ma anche di quelle che vanno, e di quelli che sono gli artefici del buono e del meno buono.

Che sia un “buon nuovo corso” per tutti voi, da tutti noi e…continuate a seguirci!

@La Direttrice, gli Editori e la Redazione del Punto d’Incontro e di Marsicanews

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1 Comment

1 Comment

  1. Francesco D'Amore

    2 Aprile 2017 at 17:10

    Grazie a te Monica, a tutti i tuoi colleghi della redazione, a tutti i nostri lettori! Auspico che la partnership con Marsicanews porti buoni frutti!

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Abruzzo

FESTA DEL PAPÀ : QUANDO LA LEGGE NEGA L’ESSERE PADRE

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Ci sono padri straordinariamente felici di essere padri e di fare da padri. Perché è l’esperienza più bella della loro vita. Perché il figlio è, la loro vita. Perché crescere, educare, giocare, gioire col proprio cucciolo nutre il cuore, la mente, l’anima.

Ci sono madri (non tutte chiaramente) che negano ai padri questo diritto. Negandogli così di vivere.

Ci sono padri che passano notti e settimane insonni; che subiscono: alienazioni genitoriali, telefonate interrotte con il figlio, figli manipolati, menzogne inculcate nel figlio e parole infamanti; assistono ad: accordi violati, aggressioni al patrimonio; vivono improvvisi sospetti imprevisti del figlio. Padri che vivono il figlio come un ostaggio, vile merce di scambio, corpo contundente, strumento di vendetta; arma non convenzionale. Ci sono padri che non vivono più serenamente, che non lavorano più serenamente, che non gioiscono più, che non riescono più ad immaginare il proprio futuro. Ci sono padri che si impoveriscono, aggrediti patrimonialmente. Che finiscono a fare la coda dai padri gesuiti o dormono in auto. Che hanno sconvolgimenti esistenziali non più riparabili, destinati a restare come inchiostro d’odio su candida seta. Ci sono padri negati.

Uno dei maggiori drammi della società moderna, nella quale una coppia su due è destinata a separarsi, riguarda i padri che si “separano”, ai quali si oppongono le madri con “violenza” negando loro l’esercizio della condivisione genitoriale nella crescita del figlio. La letteratura spiega che in una “separazione” (in un matrimonio o in una convivenza more uxorio) le donne tendono spesso a usare il figlio come arma e i padri invece strumentalizzano il mantenimento.

Diventa dunque essenziale il ruolo del giudice e degli avvocati che assistono le parti.

Occorre infatti che la legge venga applicata con equilibrio, saggezza e responsabilità, dai giudici minorili e che gli avvocati che assistono i genitori in tale delicato conflitto siano innanzitutto competenti, esperti e responsabili. Ho invece conosciuto tanti cialtroni che danneggiano le parti e soprattutto l’interesse dei minori arrecando danni irreparabili. Tali incompetenti andrebbero sanzionati con la radiazione o l’espulsione.

Il Tribunale per i Minorenni (T.M.) esercita nello spirito della realizzazione del migliore interesse del minore e ha giurisdizione penale, civile e amministrativa. E’ organo specializzato della giustizia, composto da quattro giudici (due togati e due onorari). In Italia ci sono 29 tribunali minorili, con 782 magistrati, dei quali circa 600 sono onorari. La selezione dei giudici andrebbe fatta col massimo rigore possibile poiché gestiscono situazioni di straordinaria importanza.

La competenza in materia civile non è esclusiva (concorrente con il tribunale ordinario e e il giudice tutelare) ma di assoluto rilievo, decidendo anche in tal senso: interventi a tutela dei minori i cui genitori non adempiono in modo adeguato o affatto ai doveri verso i figli (art. 147 cod. civ.); può limitare l’esercizio della potestà genitoriale, attivando l’intervento dei servizi socio-sanitari (art. 333 cod. civ.); può allontanare il minore dalla casa familiare (artt. 330, 333 e 336 cod. civ.); può dichiarare i genitori decaduti dalla potestà sui figli (art. 330 cod. civ.); può dichiarare lo stato di adottabilità del minore; regola l’affidamento dei figli di genitori non sposati, che hanno cessato la convivenza e che sono in situazione di conflitto rispetto all’esercizio della potestà genitoriale (art. 317 bis cod. civ.).

Ricordiamoci dunque che dove c’è un padre negato, c’è sempre un bambino negato.

STORIA DELLA FESTA DEL PAPÀ

La Festa del papà è celebrata in tutto il mondo, anche se in date differenti, e la tradizione vuole che i figli festeggino i papà con regali e biglietti pieni di sentimento. La storia di questa festa è piuttosto recente e risale precisamente al 5 luglio del 1908, giorno in cui venne festeggiata per la prima volta nella città di Fairmont, in Virginia Occidentale, presso la chiesa metodista locale in commemorazione della morte di oltre 360 uomini, 250 dei quali padri di famiglia, nel disastro di Monongah, la più grave sciagura mineraria degli Stati Uniti.

Successivamente, per la precisione il 19 giugno del 1910 a Spokane nello Stato di Washington, la Signora Sonora Smart Dodd, all’oscuro della celebrazione avvenuta a Fairmont e ispirata da un sermone ascoltato in chiesa per la festa della mamma del 1909, organizzò la prima festa del papà così come la conosciamo oggi e fece in modo che la ricorrenza venisse ufficializzata. Ancora oggi infatti diversi Paesi seguono la tradizione statunitense e festeggiano i propri papà la terza domenica di giugno. Nei Paesi cattolici invece, proprio come l’Italia, questa festa viene legata al giorno di San Giuseppe e celebrata quindi il 19 marzo.

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Attualità

L’IMBROGLIO DELLA CRISI VENEZUELANA.

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In Abruzzo la comunità Venezuelana si avvicina alla quota di 1000 cittadini.

Loro, tramite lettere e documenti ci hanno chiesto di fare luce su quanto sta succedendo alla loro lontana terra natìa.

Spesso, nelle “cose del mondo” , la verità dei fatti raramente coincide con la sua versione ufficiale. Le idee dominanti – come diceva il vecchio Marx – restano quelle della classe dominante. E il caso del Venezuela di questi ultimi mesi si configura appunto nei termini di una gigantesca truffa informativa volta a coprire la sopraffazione di un popolo e la spoliazione di una nazione.

Il principale mito da sfatare riguarda le cause di fondo del dramma venezuelano. I media occidentali non hanno avuto dubbi nell’additare gli esecutivi succedutisi al potere dopo l’elezione del “dittatore” Chávez alla presidenza nel 1998 come unici responsabili della crisi, nascondendone la matrice di gran lunga più importante: le barbare sanzioni americane contro il Venezuela decise da Obama nel 2015 e inasprite da Trump nel 2017 e nel 2018.

Spese sociali mai così alte. La “dittatura” di Chávez, confermata da 4 elezioni presidenziali e 14 referendum e consultazioni nazionali successive, è stata condotta sotto il segno di uno strappo radicale con la storia passata del Venezuela: i proventi del petrolio sono stati in massima parte redistribuiti alla popolazione invece che intascati dall’oligarchia locale e imboscati nelle banche degli Stati Uniti.

Nonostante Chávez abbia commesso vari errori di malgoverno e corruzione tipici del populismo di sinistra – errori confermati in seguito dal più debole Maduro – sotto la sua presidenza le spese sociali hanno raggiunto il 70% del bilancio dello Stato, il Pil pro capite è più che triplicato in poco più di 10 anni, la povertà è passata dal 40 al 7%, la mortalità infantile si è dimezzata, la malnutrizione è diminuita dal 21 al 5%, l’analfabetismo è stato azzerato e il coefficiente Gini di disuguaglianza è sceso al livello più basso dell’America Latina (dati Fmi, Undp e Banca Mondiale).

Ma la sfida più temeraria lanciata dal Venezuela “socialista” è stata quella contro l’egemonia del dollaro. L’economia ha iniziato a essere de-dollarizzata favorendo investimenti non statunitensi, tentando di non farsi pagare in dollari le esportazioni, e creando il Sucre, un sistema di scambi finanziari regionali basato su una cripto-moneta, il Petro, detenuta dalle banche centrali delle nazioni in affari col Venezuela come unità di conto e mezzo di pagamento. Il tempo della resa dei conti con il Grande Fratello è arrivato perciò molto presto. Molti hanno evocato lo spettro del Cile di Allende di 30 anni prima.

Ma il Venezuela di oggi è preda ancora più consistente del Cile. Dopo la Russia, è il Paese più ricco di risorse naturali del pianeta: primo produttore mondiale di petrolio e gas, secondo produttore di oro, e tra i maggiori di ferro, bauxite, cobalto e altri. Collocato a tre ore di volo da Miami, e con 32 milioni di abitanti. Poco indebitato, e capace di fondare una banca dello sviluppo, il Banco do Sur, in grado di sostituire Banca Mondiale e Fondo monetario come sorgente più equa di credito per il continente latinoamericano.

È per queste ragioni che la “cura cilena” è inizialmente fallita. Il tentato golpe anti-chavista del 2002 e le manifestazioni violente di un’opposizione divenuta eversiva e anti-nazionale, si sono scontrati con un esecutivo che vinceva comunque un’elezione dopo l’altra. Perché anche i poveri, dopotutto, votano. L’occasione per chiudere la partita si è presentata con la morte di Chávez nel 2013 e il crollo del prezzo del petrolio iniziato nel 2015.

La strategia delle sanzioni – La raffica di sanzioni emesse l’anno dopo con il pretesto che il Venezuela fosse una minaccia alla sicurezza nazionale degli Usa mettono in ginocchio il Paese. Il Venezuela viene espulso dai mercati finanziari internazionali e messo nelle condizioni di non poter più usare i proventi del petrolio per pagare le importazioni. Quasi tutto ciò che entra in un’economia che produce poco al di fuori degli idrocarburi deve essere pagato in dollari contanti. E le sanzioni impediscono, appunto, l’uso del dollaro. I fondi del governo depositati negli Usa vengono congelati o sequestrati. I canali di rifinanziamento e di rinegoziazione del modesto debito estero del Venezuela vengono chiusi. Gli interessi sul debito schizzano in alto perché le agenzie di rating al servizio di Washington portano il rischio paese a cifre inverosimili, più alte di quelle della Siria. Nel 2015 lo spread del Venezuela è di 2 mila punti, per raggiungere e superare i 6 mila nel 2017.

Gli economisti del centro studi Celag hanno quantificato in 68,6 miliardi di dollari, il 34% del Pil l’extra costo del debito venezuelano tra il 2014 e il 2017. Ma il più micidiale degli effetti del blocco finanziario del Venezuela è il rifiuto delle principali banche internazionali, sotto scacco americano, di trattare le transazioni connesse alle importazioni di beni vitali come il cibo, le medicine, i prodotti igienici e gli strumenti indispensabili per il funzionamento dell’apparato produttivo e dei trasporti. Gli ospedali venezuelani restano senza insulina e trattamenti antimalarici. I porti del paese vengono dichiarati porti di guerra, portando alle stelle le tariffe dell’import-export. Il valore delle importazioni crolla da 60 miliardi di dollari nel 2011-2013 a 12 miliardi nel 2017, portandosi dietro il tonfo del 50% del Pil.

Le banche di Wall Street – I beni che riescono comunque a essere importati vengono accaparrati e rivenduti di contrabbando dagli oligopoli dell’industria alimentare che dominano il settore privato dell’economia venezuelana. La stessa delinquenza di alto livello che tira le fila del sabotaggio del Clap, il piano di emergenza alimentare del governo che soccorre 6 milioni di famiglie. È stato calcolato che tra il 2013 e il 2017 l’aggressione finanziaria al Venezuela è costata tra il 110 e il 160% del suo Pil, cioè tra i 245 e i 350 miliardi di dollari. Senza le sanzioni, l’economia del Venezuela, invece di dimezzarsi, si sarebbe sviluppata agli stessi tassi dell’Argentina.

Durante il 2018 si sviluppa in Venezuela una crisi umanitaria interamente indotta. Che si accompagna a un’iperinflazione altrettanto fasulla, senza basi nei fondamentali dell’economia, determinata da un attacco del mercato nero del dollaro alla moneta nazionale riconducibile alle 6 maggiori banche d’affari di Wall Street.

È per questo che il rapporto dell’esperto Onu che ha visitato il Venezuela nel 2017, Alfred De Zayas (di cui non avete mai sentito parlare ma che contiene buona parte dei dati fin qui citati), propone il deferimento degli Stati Uniti alla Corte Penale Internazionale per i crimini contro l’umanità perpetrati in Venezuela dopo il 2015.

Mirko Marchione

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Il Punto del Direttore

Dopo il Molise cosa succederà?

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E adesso cosa succederà dopo il Molise?

La vittoria nella regione a tutti sconosciuta ed ora da tutti conosciuta darà il la ad un governo di centrodestra o sarà un po’ il canto del cigno con una (im)probabile alleanza M5s-Pd?

Intanto l’Italia senza governo va avanti, come se nulla fosse (?) o come se un governo ci fosse, quello del buon senso e del tutto va male, sicuramente non era meglio quando si stava peggio, perchè peggio di così ci sono solo i film giapponesi senza sottotitoli.

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Editoriale

Tanti auguri a noi…

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Vi dovevo una risposta, ma prima di entrare nel merito della questione, mi sembra opportuno dedicare due righe al nostro compleanno.

Era il 9 settembre del 2013 quando Antonio, il nostro editore, finalizzava tecnicamente il mio lavoro editoriale, approntato nelle calde (quelle di allora) settimane di agosto. Non nuovo a simili dinamiche (per destino e forse non per vocazione, ero già stato più volte direttore responsabile di varie testate) mi affacciavo comunque in una realtà con diverse novità e con vari aspetti della professione che erano stati riveduti e corretti nel periodo in cui il sottoscritto era rimasto inattivo (un annetto).

Una macchina mastodontica che nemmeno ve lo immaginate quanto, e dinamiche in definizione ancora adesso, mentre vi scrivo questo ennesimo editoriale, più un sacco di ringraziamenti da fare a chi ci ha creduto e a chi mi ha aiutato ad arrampicarmi verso una cima, che in molti occasioni sembra davvero raggiunta.

Anche per questo, con enorme orgoglio saluto la mia redazione, che purtroppo in parte non è più quella che vide la luce con noi. Scelte dolorose sono state fatte in corso d’opera e anche correzioni di rotta, notti insonni, dirette live, una gran quantità di video interviste e numeri crescenti e davvero molto incoraggianti.

Sarebbero troppi gli aneddoti da raccontare e quindi mi limito a tornare sulla stretta attualità e più precisamente a quel buco che poteva essere scoop, se solo…

No, vi scrivevo l’altra volta che non fu pietà, bensì scrupolo il mio, che mi costrinse a verificare una ferale notizia datami come certa (e che si è rivelata peraltro fondatissima, alla luce dei fatti). Una certa qual diffidenza mi portò a telefono con diverse persone che lì dentro sono di casa e che dovrebbero essere i padroni di casa!

Ma così evidentemente non era. Forse piuttosto si trattava di sgraditi ospiti che, a tutti i livelli, ma senza malafede, stroncarono il mio teorema con un colpo di spugna. Guarda che le macchine sono sempre lì e fra un paio di giorni torniamo a lavoro regolarmente, mi dicevano alla cornetta. Per quanto non si sa, ma intanto si riparte, aggiungevano.

Dopo un pugno di ore avrebbero trovato i cancelli sprangati…

Un pensiero che mi ha lacerato giornalisticamente e umanamente, quello legato a questo episodio e che mi ha accompagnato sino ad alcuni giorni fa, costantemente. Giornalisticamente ho fatto quello che dovevo fare; le fonti non ufficiali vanno verificate con almeno un paio di “cartine tornasole”.

Umanamente addirittura ho fatto un figurone. Ma quanti rimpianti giornalistici… e quanta rabbia “umana”. Come può, chi campa con quella pagnotta, essere l’ultimo a sapere che il forno chiude?

Anche se poi mi sono detto che la colpa è anche nostra. Perché il disimpegno politico e la disinformazione presto ci seppelliranno. Come?

Altri sette giorni e ne parleremo compiutamente…

VALE
Luca DJ Di Giampietro

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Editoriale

Mal comune, mezza… fregatura

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Dovevamo continuare la nostra disamina sull’universo della sanità, ma l’attualità, in questo editoriale, ci chiama da un’altra parte.

Altre sollecitazioni, altre valutazioni, altre brutte notizie che ci arrivano dal mondo del lavoro marsicano, abruzzese e nazionale. E’ stata la settimana della cartiera e della sua chiusura, ma non solo.

In queste ore l’Istat ha fotografato la salute dell’occupazione made in Abruzzo, sentenziando che nell’ultimo anno nella nostra regione si sono persi la bellezza di 21 mila posti di lavoro, con una diminuzione percentuale di occupati pari al 2,2%. Se allarghiamo il discorso all’ultimo triennio, i nuovi disoccupati salgono a quota 55 mila circa.

Un dato che scatena diverse riflessioni e alcune considerazioni. L’Abruzzo negli ultimi decenni aveva sviluppato una buona produttività e una discreta imprenditoria (vedi Acqua e Sapone e Divani e Divani) su basi però assai poco solide.

Lo dicevano in molti ma nessuno sembrava capire. E così nel periodo in cui l’Italia combatteva la sua battaglia per sovrastare l’economia d’Oltremanica, in una stucchevole riedizione della “Perfida Albione”, noi, che siamo più all’amatriciana, ci dilettavamo affermando che non era giusto metterci a capo delle graduatorie del Mezzogiorno perché l’Abruzzo era ormai un vanto del centro Italia.

Una querelle mai risolta del tutto e che invece ora ha trovato soluzione; infatti i dati dell’Abruzzo sono addirittura peggiori di quelli di molte regioni del sud.

Tuffo nel passato che accomuna un po’ tutta la regione, senza particolari distinguo. Ovvio che il traino rimane nel pescarese ma il punto debole, a sorpresa (negativa o positiva?), non è la Marsica. O meglio.

Non ce la passiamo bene ma i numeri parlano chiaro; un decimo dei nuovi disoccupati della regione sono marsicani, un decimo della popolazione abruzzese è marsicana. Quindi, siamo in media; non so se il dato ci dovrebbe far ridere o piangere, tanto in questo caso il detto mal comune mezzo gaudio non è confermato dai fatti.

Che altrove stiano meglio o peggio di noi, poco cambia per la quotidianità marsicana che, giorni fa, è stata sconvolta dalla notizia della chiusura della cartiera Burgo.

Un pò prima della ferale novella, in verità io ero già a conoscenza di quanto stesse per accadere lì dentro, tanto da stendere un assai problematico pezzo sull’argomento. Che giustamente portava in calce un laconico “e quindi” di un lettore, che evidentemente si lamentava per l’ambiguità dell’articolo.

Odio le persone false e perciò ve la dico tutta. Cosa c’era dietro quell’approssimativo esercizio di stile? Forse un attacco di pietà cristiana?

Fra sette giorni ve lo dico.

VALE

Luca DJ Di Giampietro

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Editoriale

C’era una volta la Texas, e c’è ancora…

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Qualche tempo fa, fra il serio e il faceto, Antonello Tangredi mi girò un documento targato 1991 (!) e riferito a tutte le beghe contrattuali e, di riflesso, sindacali di quella che allora si chiamava Texas Instruments.

Il “giochetto” mediatico puntava a dimostrare quanto fossero stati precursori i redattori di quel pezzo ma anche quanto siano ancora attuali gli argomenti elencati in quel breve documento.

Una considerazione dalla duplice chiave di lettura; quella positiva è che si parlava di scenari apocalittici, che poi in realtà il tempo ha attutito (ma non eliminato). Quella negativa è invece che gli appunti sollevati sono ancora tutti lì, ben lungi dal risolversi.

La turnazione, la formazione, l’organizzazione del lavoro atipica, perché spiccatamente americana, non si poteva toccare allora e non si può ritoccare neanche adesso che la proprietà è passata ad essere europea.

Questo aspetto, volenti o nolenti, penso sia chiaro a tutti; ce ne faremo una ragione, c’è di peggio nella vita.

Per il resto le osservazioni sono ben altre. Il sistema Texas proponeva poche tutele e molti privilegi. Se il mercato tira siamo tutti più ricchi, se smette di tirare voi venite a fondo con noi, e più di noi.

Da questo schema non si è più usciti, ma, piuttosto, l’aspetto disarmante della questione è che il resto del mercato del lavoro, alle prese con la crisi economica, si è modellato ad immagine e somiglianza di quanto accadeva dalle nostre parti già la bellezza di 23 anni fa e non il contrario.

Purtroppo non sono stati i redattori del pezzo di cui sopra a tirare su il sistema ma il sistema a tirare giù loro e noi, di riflesso.

In tutto questo teorema c’è qualche buona considerazione da sottolineare. Bicchiere mezzo pieno perché?

Perché diverse proprietà si sono avvicendate sul medesimo sito, che mostra sì dei limiti evidenti, ma anche un’appetibilità che altrimenti non avrebbe senso se non avesse mercato.

Ed è qui che il vostro direttore deve fare pubblica ammenda perché in passato si era dimostrato decisamente (troppo?) disfattista al riguardo. Cacciatori di dote, profittatori, se ne andranno al primo soffio di tramontana, pensai.

E invece, nella loro aurea mediocritas, ancora tengono botta, assecondando al massimo il mercato sì ma senza avere la valigia sempre pronta in corridoio.

C’è da stringere la cinghia? E noi la stringiamo (stiamo parlando infatti di una realtà che comunque con l’indotto 10 anni fa dava da mangiare al doppio delle persone…) ma i pantaloni no, quelli non li buttiamo!

C’era una volta la Texas, e c’è ancora…

VALE

Luca DJ Di Giampietro

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Editoriale

Questa o quella per me pari sono???

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Si è dimesso l’assessore alla cultura della Provincia de L’Aquila e un apprezzato collega giornalista non ha potuto non notare la circostanza che non si fosse mai accorto dell’esistenza di questo assessorato. Non per colpa della suddetta, penso, ma piuttosto per limiti strutturali dell’istituzione.

Una considerazione che di per sé sarebbe un buon assist per quanto sta portando a compimento proprio in questi giorni il premier Renzi che prova a silurare un soggetto che, come molte altre istituzioni, ha fallito in questi decenni.

Però, c’è un però. Anzi, più di uno.

Il primo è rintracciabile nella storia post unitaria che ha visto le province quale collante fra il vertice e la base, prima e meglio, per esempio, delle Regioni. Queste ultime, create per attuare un disegno costituzionale rimasto per troppo tempo incompiuto, sono arrivate con gran  fracasso quarant’anni fa ma non hanno mai funzionato a pieno (anzi… spesso a vuoto) risultando più dei perfetti carrozzoni politici piuttosto che degli enti amministrativi degni di questo nome.

E l’impressione, da profani, è che proprio questo essere degli organi di partito li ha sempre preservati da qualsiasi intervento risoluto e risolutivo. Sì, insomma, un buono sponsor conta più di mille azioni. E così un simbolo dei privilegi e (spesso) della corruzione rimane lì a scrutarci con un malcelato appagamento per averla fatta franca per l’ennesima volta.

Serbatoio di sodi buttati, di clientelismo e di confusione di intenti, rimane come fortino dei quadri intermedi quando invece ci saluta la Provincia. O almeno, la Provincia come la intendevamo una volta.

In attesa di capire quali saranno le sue nuove competenze a livello pratico e nel quotidiano, sappiamo già alcune cose che reputo, nel mio piccolo, discretamente rilevanti.

In effetti, sempre a caccia di forme di democrazia (più) diretta, da un po’ di anni a questa parte,  abbiamo invece segnato il passo, in questa occasione come in altre precedenti (vedi la strutturazione dei collegi elettorali, con le nomine decise direttamente nelle segreterie di partito a Roma).

E così non sceglieremo più noi i nostri rappresentanti di zona ma chi ci è immediatamente sopra (e cioè i sindaci). Una sorta di filtro già visto un po’ con tutti gli enti territoriali della nostra storia recente (su tutti le comunità montane).

E vista la pessima riuscita e i pochi incoraggianti precedenti per esperimenti di tal guisa, c’è da stare molto poco allegri. E se poi pensiamo che le nomine dall’alto sono un cavallo di battaglia del centro destra mentre questa riforma nasce nell’ambito del centro sinistra, come dire… chi ci salverà?

Questa o quella per me pari sono???

VALE

Luca DJ Di Giampietro

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