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Editoriale

Solo Baby squillo?


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Sempre più frequentemente la Cronaca ci propone casi di prostituzione giovanile che riguardano giovani donne dei settori alti della società.
Nel corso dell’ultimo anno i fatti di cronaca delle baby squillo dei Parioli e delle ragazze doccia di Milano hanno fatto da apripista circa le riflessioni da fare rispetto a una serie di comportamenti adolescenziali a rischio.
Il modo in cui la stampa ha affrontato queste questioni appare, spesso, inconsistente e banale e probabilmente riflette la mancanza di chiavi di lettura libere da luoghi comuni.
Un film uscito nelle sale cinematografiche alcuni mesi fa potrebbe darci degli spunti per riflettere sull’argomento.
Siamo a Parigi, “Giovane e Bella” narra il delicato passaggio all’età adulta di Isabelle, liceale diciassettenne di buona famiglia.
Isabelle perde la verginità la notte prima del diciassettesimo compleanno con un ragazzo conosciuto al mare; nella scena del primo rapporto sessuale, in una sorta di sdoppiamento, si osserva a debita distanza mentre è incapace di provare piacere, ma nello stesso tempo capace di procuralo all’aitante tedesco. Al ritorno dalle vacanze estive la ritroviamo in tailleur e tacchi alti nei panni di Lea.
Isabelle vive in una famiglia della buona borghesia parigina. I suoi genitori sono separati da alcuni anni, ma questo non sembra crearle particolare disagio. Vive con la madre, il compagno della madre e un fratello più giovane di lei. Non ha problemi di soldi: sua madre le da tutto ma per tutto il film vediamo Isabelle contare i soldi ricevuti dai suoi clienti e metterli da parte, e mai spenderli in qualche modo. Tutto inizia come un gioco: l’invito da parte di uno sconosciuto all’uscita da scuola a rincontrarlo in cambio di soldi o borse griffate. Da lì un’escalation di appuntamenti presi tramite internet.
La pellicola è ricca di indizi per eventuali interpretazioni. Numerose strade vengono tracciate, ma mai nessuna percorsa fino alla fine: la separazione dei genitori vissuta apparentemente senza strascichi; l’assenza del padre cui si farà riferimento durante i colloqui psicologici; il sentirsi di poco valore; la silenziosa ipocrisia di una famiglia ammodo che non rinuncia a qualche spinello e a dei flirt vissuti in segreto; lo pseudonimo Lea, nome della nonna materna; l’atteggiamento compulsivo nel prendere gli appuntamenti e nel contare i soldi. Tanti i dubbi e i “forse” che si innescano in chi, come i vari personaggi, osserva e cerca di sbrogliare la matassa.
Ora, nonostante il regista nelle intenzioni abbia certamente cercato di raccontarci la storia di Isabelle/Lea sospendendo ogni giudizio moralistico, col proposito di lasciare lo spettatore libero di seguire il proprio filo di interpretazione, il film sembra rimanere prigioniero di non pochi luoghi comuni: da una parte l’adolescenza letta come un mistero in cui prende il sopravvento l’aspetto ormonale e dall’altra l’idea che tutte le donne siano un po’ Lea se soltanto avessero lo stesso coraggio della protagonista, così come sembrerebbe emergere in un dialogo della scena finale del film. Così, benché da un lato ci venga proposto un punto di vista che parrebbe non prediligere alcuna interpretazione, dall’altro il regista sembra ammiccare ad una presunta universalità della sessualità femminile volta alla prostituzione. E “forse” è proprio per questo motivo che il film lascia in bocca un retrogusto di amara insensatezza.
Il fenomeno della prostituzione giovanile così come altri comportamenti adolescenziali a rischio potrebbero essere interpretati come il tentativo di costruire quelle soluzioni che gli adolescenti sentono emotivamente valide per risolvere alcuni situazioni. Situazioni che spesso il mondo degli adulti vive come prive di speranze.
La sessualità è infatti stata investita da grandi aspettative e da altrettanti grandi timori da parte della precedente generazione. Gli adolescenti, in questo senso, sembrerebbero sfidare le paure dei genitori proponendo, a loro modo, un esempio di come si possa vivere la sessualità senza la vergogna o la paura di esseri giudicati ostentando un corpo e un atteggiamento sessualizzato; e di come si possa superare il timore di essere “sedotte e abbandonate” o di rimanere incastrati in rapporti di dipendenza e sfruttamento, sperimentando una serie di pratiche sessuali basate su costrizioni fisiche, col l’intento ultimo di dimostrare che la sottomissione può essere vissuta anche come un gioco e non come un pericolo.
Il fenomeno della prostituzione giovanile, così come di altri comportamenti adolescenziali a rischio, genera confusione, smarrimento e preoccupazione ed è forte la necessità di chiavi di lettura che non producano il banale e insoddisfacente effetto alone cui rischiamo di abituarci.

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