Editoriale

Sindrome da alienazione genitoriale (pas): ci sono soluzioni?

Si terrà il prossimo 5 dicembre, davanti al giudice di pace di Avezzano, l’udienza per ingiurie legate a un figlio conteso dai genitori: il padre ha denunciato la ex moglie accusandola di minacce di morte e di aver negato la relazione con il figlio. A Gioia dei Marsi, invece, una madre ha chiesto l’intervento dei carabinieri per farsi restituire suo figlio di due anni, dopo averlo portato dall’ex consorte per fargli passare una giornata con il padre, a termine della quale l’ex marito e l’ex suocera non volevano lasciarle il bambino.
Questi due fatti di cronaca evocano tutte quelle situazioni di conflittualità familiare in cui l’oggetto del conflitto è la relazione con i figli. Si tratta di dinamiche disfunzionali che richiamano la cosiddetta PAS, Parental Alienation Syndrome, individuata nel 1985 dallo psichiatra Richard Gardner, psichiatra infantile e forense, e successivamente tradotta in italiano da altri autori con l’espressione “Sindrome di Alienazione Genitoriale”.
Si tratta di un disturbo psicopatologico di bambini tra i 7 e i 15 anni, che rappresenta la risposta della famiglia al cambiamento avvenuto con la separazione.
Ognuno degli ex coniugi – convinto di aver ragione – tratta i figli come propri confidenti ed attua comportamenti che hanno lo scopo di separarli dall’altro genitore e di cementarli a sé. Questo disturbo può portare al compimento di veri e propri reati, o innescare un meccanismo legale volto a tentare di impedire all’ex partner la relazione con i figli.
La PAS si manifesta attraverso l’indottrinamento di un genitore, afflitto da odio patologico nei confronti dell’ex coniuge, e l’allineamento da parte dei figli col genitore alienante, fino al punto in cui il figlio stesso mette in atto una vera e propria campagna di denigrazione che non trova fondamento in motivazioni reali e valide per l’ingenerare un simile odio.
Proprio per questa assenza di motivazioni reali, essa non si diagnostica se vi sono presenti abusi sessuali o violenze, tuttavia, spesso è caratterizzata da dichiarazioni o denunce infondate, aventi anche ad oggetto abusi sessuali.
Potremmo definire questa patologia relazionale, per il coinvolgimento di tutti gli attori della scena familiare; ognuna delle persone coinvolte è, infatti, -per lo più inconsapevolmente- parte attiva nel mantenimento e nell’ irrigidimento di tali dinamiche: il figlio può accettare la dinamica con lo scopo di rafforzare il legame patologico con il genitore alienante, con la voglia di acquisire potere, appoggiando il genitore percepito come più forte, oppure, per scongiurare il timore di diventare lui stesso vittima dell’odio che avverte e di perdere l’amore e la protezione dei genitori.
Il genitore alienato può contribuire inconsapevolmente alla degenerazione della dinamica patologica con atteggiamenti passivi e vittimistici. La sua paura di essere rifiutato dal figlio può portarlo ad allontanarsi sempre di più, rinforzando le credenze dei figli e le paure che sono alla base dei loro atteggiamenti.
Il genitore alienante, a sua volta, lascia agire un lutto non elaborato che rischia di fossilizzarsi in modo patologico per decenni, se non per tutta la vita.
Quali sono gli effetti della PAS sui figli?
Secondo Gardner essa costituisce una forma di abuso emotivo che, in quanto tale, attiva nei figli diversi meccanismi di difesa, quali l’onnipotenza, la svalutazione, la dissociazione, l’identificazione con l’aggressore.
Anche il genitore alienato subisce un abuso emotivo: l’odio del suo ex partner si materializza come vendetta compiuta per mano dei figli, al punto che Gardner descrive la sua terribile sofferenza paragonandola ad uno “stato di morte vivente” (“state of living death”).
E’ di fondamentale importanza riuscire a diagnosticare i casi di PAS da altri apparentemente simili, perché, qualora ci si trovasse in presenza di abuso o incuria realmente commesso dal genitore accusato e rifiutato, la diagnosi di PAS non sarebbe applicabile.
Qual è il tipo di intervento auspicabile per gestire simili dinamiche?
Di primaria importanza è la prevenzione, attraverso una corretta informazione e forme di sostegno e di consulenza destinate sia ai bambini più esposti alla PAS, sia ai loro genitori che stanno per intraprendere una separazione. Il genitore alienato, spesso confuso e incapace di gestire il rapporto coi figli, con una corretta informazione può imparare a gestire i suoi comportamenti alla luce di queste conoscenze. Va aiutato a cogliere l’amore del figlio dietro il suo odio e la paura dietro il suo rifiuto; va spronato a tenere duro e non arrendersi, e a non cedere a reazioni di rabbia derivanti dalla convinzione di essere rifiutato e non amato dai propri figli, che potrebbero contribuire a tessere la tela della sindrome stessa.
In secondo luogo, appare fondamentale che operatori della giustizia e quelli psico-sociali lavorino in sinergia, attraverso interventi multidisciplinari, in quanto una chiara e rapida azione giudiziale mirata a scoraggiare qualsiasi tentativo di sabotaggio da parte del genitore alienante può garantire un buon margine di successo ad interventi psicoterapeutici o di mediazione familiare, e viceversa senza efficaci interventi di questo tipo può risultare inutile anche la migliore delle previsioni normative.
Quando i professionisti del settore non sono adeguatamente formati si rischia non solo di non essere d’aiuto, ma di rinforzare la conflittualità e la dinamica stessa. Salluzzo a questo riguardo considera la PAS una patologia iurigena, che viene rinforzata dai meccanismi giuridici che invadono le mura domestiche.
Occorre precisare che di fronte a situazioni tanto complesse è ostico sia per gli avvocati, sia per altre figure professionali, che non siano state specificamente formate, restare neutrali nelle dispute sull’affidamento. Infatti, è elevato il rischio che essi, senza volerlo, consolidino la sindrome, invece di curarla, lasciandosi manipolare. Allo stesso modo si corre il rischio di consolidare nel figlio la convinzione dell’esistenza di un genitore buono ed uno cattivo.
Inoltre, prima di giungere a simili diagnosi bisogna essere consapevoli di come a seguito del divorzio simili atteggiamenti di rifiuto di un genitore da parte dei figli possono verificarsi anche senza che vi sia dietro un atteggiamento manipolatorio da parte dell’altro genitore.
È importante dunque, che gli operatori conoscano le dinamiche tipiche delle separazioni conflittuali, per cui ogni atteggiamento del figlio viene letto secondo la logica che vede i genitori impegnati nel conflitto, attribuendo ogni loro comportamento all’altro coniuge, che in una dinamica di demonizzazione è visto come la causa di ogni male.
Non tenere conto di questo e attribuire a qualsiasi situazione l’etichetta di PAS rischia di allontanare gli operatori dalla reale comprensione di quanto sta accadendo alla famiglia e al bambino e di non leggere i suoi atteggiamenti per quello che sono realmente, ma solo come proiezione del conflitto esistente tra i due coniugi.
Quindi, dal momento che il clima rovente e persecutorio delle separazioni spesso induce i due genitori ad attribuire le cause di qualsiasi disagio all’azione ostile dell’ex coniuge, l’accusa PAS potrebbe alle volte essere un sospetto che non trova riscontro nella realtà.
A mio avviso, qualora i professionisti del settore- siano essi avvocati, mediatori familiari o psicoterapeuti- si lascino sedurre dalla voglia di cercare un colpevole o semplicemente “qualcuno più colpevole di un altro”, fallirebbero il loro intervento, correndo il grande rischio di rinforzare la radice stessa della dinamica disfunzionale.
Appare fondamentale lavorare sulla gestione del conflitto e sulla relazione degli ex coniugi, fare chiarezza sulla realtà psicologica sottesa dietro gli atteggiamenti dei figli, e aiutare i genitori a spostare l’attenzione dal campo di battaglia in cui sono immersi ad un obiettivo comune, come due genitori che osservano il comportamento problematico del figlio e che insieme si chiedono cosa stia chiedendo loro.
Spetta a noi professionisti del settore assumere un punto di vista differente che esca dalla voglia di condannare qualcuno per la tragedia in corso- perché senza dubbio quando è reciso il legame di un genitore con il figlio- di tragedia si tratta, e spostare lo sguardo verso nuovi campi, porre attenzione agli atteggiamenti, attivi e passivi, di tutti gli attori che anche senza volerlo rinforzano la dinamica fonte di sofferenza.
Si tratta di creare noi in primis uno spazio mentale che esca dalla logica colpevolizzante e che sia pregno di una genuina disponibilità ad accogliere la sofferenza e a proporre nuovi modi di pensare e di relazionarsi, che fungano da valide alternative a quelle disfunzionali ed irrigidite che li allontanano da ciò che desiderano realmente: tornare ad essere genitori dei propri figli e figli dei propri genitori.

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