Italia

Riforme e promesse, Palazzo Chigi è un cantiere aperto

Un anno fa la crisi mordeva già, e la politica – obbligata alle larghe intese dal risultato elettorale – appariva immobile alla maggioranza degli italiani. A Napoli direbbero che Enrico Letta, persona seria e rispettabile, stava friggendo il pesce con l’acqua: faceva il possibile con una coalizione variopinta e pochi soldi in cassa, camminando sul filo. Era la linea che molti suoi predecessori, in epoche anche più difficili, avevano tentato di seguire a Palazzo Chigi: sarebbe piaciuta molto a un Paese pieno di fiducia nella classe politica, non ebbe altrettanto successo in un clima di disperazione e di tifo per i forconi che in quei giorni minacciavano Montecitorio. Nell’era della pancia, più che della testa, il governo Renzi è arrivato al momento giusto. E ha usato due scorciatoie che gli hanno permesso di non disperdere completamente il patrimonio iniziale di speranza: la poesia degli annunci, che ha fatto passare in secondo piano la prosa dei numeri, e la centralità del presidente del Consiglio, che ha spazzato via la dottrina degli equilibri di maggioranza e la stessa visibilità delle opposizioni. Qualcosa è stato fatto, moltissimo è stato annunciato. Che per il consenso interno va bene, almeno nel primo periodo, ma per i partner europei un po’ meno: le famose slide di Cottarelli sulla spending review sono leggenda metropolitana, sulla cui esistenza e consistenza sono aperte da mesi dispute filosofiche.

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