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Referendum tribunali, il coordinamento “boccia” la Consulta


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Referendum pro-tribunali “respinto” dalla Consulta perché l’eventuale abrogazione della normativa avrebbe determinato “un vuoto normativo” con la conseguente “paralisi dell’indefettibile funzione giurisdizionale”.

Decisione bocciata dal coordinamento nazionale dei comitati pro-referendum: la normativa precedente avrebbe potuto rivivere automaticamente, come sostenuto dalle 9 Regioni che hanno impugnato la legge. “La sentenza lascia l’amaro in bocca”, dichiara l’avvocato Fabiana Contestabile, coordinatore nazionale del movimento, “perché la Corte Costituzionale, seguendo esclusivamente le proprie costruzioni giurisprudenziali, ha SCELTO di dichiarare inammissibile il referendum. Sarebbe stato sufficiente dire che la normativa precedente non è stata mai abrogata dalla nuova (così come in effetti è), oppure sostenere la riviviscenza delle vecchie norme, per dare voce ai 23 milioni di cittadini che anelavano un confronto democratico”.

Aspettativa mortificata dalla Consulta. “Era una decisione già presa prima di entrare in udienza”, aggiunge, Mario Petrella che, insieme al collega Roberto Di Pietro, ha rappresentato tre delle nove regioni davanti alla Corte Costituzionale, “probabilmente perché l’Italia non poteva permettersi di far sapere all’Europa che l’unica riforma nominalmente strutturale era stata sottoposta al referendum abrogativo”. Sul motivo principale di inammissibilità prosegue “non condivido il ragionamento della Corte, in quanto la stessa sostiene implicitamente che il Parlamento avrebbe potuto rifiutarsi di legiferare per colmare il vuoto che si sarebbe venuto a creare per effetto del voto referendario. Quindi, la Corte ha ribadito il principio secondo il quale, il Parlamento italiano, potrebbe anche usare il potere legislativo contro la espressa volontà del Popolo che gli ha delegato tale potere.  Questo principio è inaccettabile, liberticida e giustifica una vera e propria usurpazione di potere”.

Petrella, oltre che dal punto di vista di etica giuridica, ritiene non condivisibile l’operato della Corte nemmeno sotto l’aspetto strettamente giuridico, “perché”, evidenzia l’avvocato, “non ha tenuto conto del fatto che i termini soppressione di tribunali -sostituzione della tabella A- non sono sinonimo di abrogazione, ed ha quindi erroneamente ritenuto che i decreti legislativi 155 e 156 avessero avuto effetti abrogativi”. Sull’aspetto finanziario interviene l’avvocato Roberto Di Pietro: “la riforma sulla geografia giudiziaria non comporta alcun risparmio di spesa: la stessa Corte, infatti, slegando la normativa dalla legge di bilancio ha ridimensionato la presunta importanza della riforma sotto il profilo della spending review”. Un segnale al Governo e al Parlamento si legge nelle ultime righe della sentenza “dove” sottolinea Di Pietro, “la Corte, conscia del vulnus creato impedendo la pronuncia del corpo elettorale, quasi sollecita Parlamento e Governo, ad apportare correttivi alla riforma entro il prossimo 13 settembre”.

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