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Professionalità educazione e sensibilità non abitano al Cim… l’esperienza di una nostra lettrice

I miei venti minuti in sala d’attesa.

 

Decido di fare un saluto velocissimo ad una mia amica che lavora al CIM (Centro Igiene Mentale)  per farle conoscere  il libro che ho appena pubblicato.  Entrando nell’ambulatorio  di via Salto ad Avezzano  si ha l’impressione di essere trattati come pecore in un recinto.  Ogni volta che ci entro, per un motivo o un altro, è così. “I pastori abruzzesi” dietro la vetrata  ti trattano con superficialità e supponenza. Qualsiasi domanda tu ponga, ti senti rispondere: DEVI ASPETTARE.  Un mantra…

Partiamo dal principio che, chi si presenta in quell’ambulatorio, con o senza un preventivo appuntamento, vive comunque un disagio, per lo più di natura psicologica, non fa perciò bene sentirsi trattare come esseri inutili o, addirittura, fastidiosi.

Ho chiesto notizie della mia amica psicologa indicandone nome e cognome “Devi  aspettare”  “quanto?”  “devi aspettare“ Sì,  scusi, il mio tempo ha –  minimo –  lo stesso valore del suo, per cui cortesemente, mi faccia sapere se sono dieci minuti o un’ora!  Brutalmente: “chi sei?”  Scandisco il mio nome.  Chiamando l’interno, alza gli occhi al soffitto  e sbuffa  “C’è questa tizia (sbagliando il mio cognome)  che non vuole aspettare (come se la mia impazienza fosse contro ogni regola morale)”. Mi informa che sono dieci minuti di attesa.  Dopo un quarto d’ora esce il medico che però non è quello che io ho chiesto. Quindi, oltre ad essersi mostrato scortese, supponente e ad aver sbagliato il mio di cognome, il “pastore abruzzese” non si è preoccupato nemmeno di ascoltare quello della psicologa di cui avevo bisogno.

Mentre decido di fare da me e andarmi a cercare la persona giusta, una donna di circa ottanta anni, avendo assunto com’è l’andazzo,  si rivolge con garbo all’addetta dietro il vetro:  Scusi , avevo un appuntamento alle nove, sono le dieci e trenta , quanto devo aspettare ancora?  “ Devi aspettare” – “Sì, ma quanto?”- “ Il dottore ha altro da fare, siediti e aspetta… “. Un appuntamento fissato,  un’ora e mezza di inutile attesa, ottant’anni..

Ora, se ho un appuntamento perché devo aspettare e, se devo aspettare, perché non mi è dato sapere quanto, anche se con approssimazione?

Ma perché paghiamo queste persone? perché lo facciamo per lasciar gestire loro un ambulatorio che necessita di personale qualificato, anche se non particolarmente sensibile, ma  almeno attento, preparato, paziente, quanto meno educato?

Spero di tornare al CIM solo dopo che la mia ragione mi avrà totalmente abbandonato, magari per dar loro un po’ di filo da torcere…

Rita Genovesi

 

3 Comments

3 Comments

  1. Ilaria Giacomini

    Ilaria Giacomini

    16 gennaio 2014 at 17:28

    Veritiero questo articolo purtroppo si sentono tutti luminari e la povera gente che non può andare fuori deve stare sotto sti professoroni

    • rita genovesi

      16 gennaio 2014 at 20:18

      Non veritiero, VERO: non è un racconto di fantasia, purtroppo….

  2. lucia

    16 gennaio 2014 at 23:40

    si è vero, sono le impiegate della ASL che si sentono sotto una campana di vetro….. sanno che il loro posto e quindi il loro stipendio è intoccabile…non rischiano nulla e danno l’impressione di farti un favore a rispondere!!!!! Cretine e maleducate!!! Chi di dovere le richiami e le licenziiiiiiiiiii così capiranno quello che avevano!!!

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