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“Vestirò la divisa che amo tanto per l’ultima volta. Indosserò la sciarpa e la sciabola. E mi lascerò morire davanti alla sede del Governo, qui a Roma”, Marco, maresciallo dei Granatieri, parla con dolore.

E non solo per il cancro che lo sta divorando da anni, da quando scortava i convogli militari in Somalia. No, il dolore che traspare, dalle sue parole, dai suoi discorsi arriva anche dal fatto che si sente tradito dal grande amore della sua vita: l’esercito. “Con me porterò solo una Bibbia e una croce. Poi mi incatenerò davanti a Palazzo Chigi. Smetterò di bere e di mangiare. Reciterò il Rosario in silenzio attendendo la morte”, spiega l’ex granatiere.

Inscenerà quella che potrebbe essere la sua ultima protesta per rivendicare pensione e risarcimenti. “Ho vinto tutti i processi. I giudici mi hanno dato ragione. Ma ora aspetto da quasi un anno che mi venga dato ciò che mi spetta”. Marco ne ha bisogno per vivere. Spende, per continuare a sopravvivere, circa 2000 euro al mese. “Vivo di elemosine. Dell’aiuto degli altri, del buoncuore della gente normale, di chi magari soffre come me”. Sospira. Il cancro lo sta divorando dal 1994.

“Ho contratto il male laggiù in Africa. Avevo scariche di dissenteria – dice -. Ma i medici che mi visitavano non riuscivano a diagnosticare il male che aveva cominciato a divorarmi”. Allora era poco più di un ragazzino. Ma era già sergente (con i gradi di maresciallo in tasca), orgoglioso di servire la Patria e aiutare chi stava male. Non sapeva che quella missione vissuta con tanto entusiasmo gli stava dando la morte. L’ha saputo solo quando, dopo un blocco totale del suo organismo già minato dal cancro, ad una visita gli furono trovate dieci metastasi al fegato. In quel momento scoprì che aveva contratto una delle cinque forme più rare ed incurabili di tumore di tutto il pianeta.

Da allora ha perso il posto di lavoro: “Riformato perché non più in grado di svolgere il mio lavoro. Cacciato dall’Esercito con un calcio, usato e gettato via.  Ma i militari non sono tutti cattivi”. In medici e professori ha speso cifre folli: “Uno di loro per una visita di dieci minuti, per dirmi che non c’era niente da fare, mi ha preso un milione e seicento mila lire di allora”. Solo in visite ha speso di tasca sua circa 18mila euro. Ora, dopo aver fatto cure da cavia per istituti specializzati, “ma sono ancora vivo grazie a loro”, non si cura più. “Qua in Italia non c’è più nulla da fare.

Potrei tentare di entrare in qualche istituto specializzato all’estero. Ma per vedere se rientro in certi casi mi servono 60mila euro da spendere in test. Dovrei cacciarli io. Ma non ho un centesimo”. Così Marco va a morire davanti ai politici che “si sono dimenticati di me e non pensano a tutti i ragazzi in divisa che ogni giorno maneggiano sostanze cancerogene senza saperlo, correndo il rischio di ammalarsi”. Il maresciallo Marco ha bisogno di aiuto economico e di volontari. Ormai è allo stremo delle forze e non ha più un centesimo. “Busserò a tutte le porte, deciso a tornare a casa con ciò che mi spetta o dentro una cassa da morto”.

Poi partirà armato di un rosario e del coraggio, indossando una divisa che ama tanto, si incatenerà da qualche parte e attenderà la morte pregando la Madonna. Con grande dignità attenderà che la Vecchia Signora passi a prenderlo. Con la speranza possa sentire ancora le note dell’alzabandiera e che la sua esistenza solitaria non finisca accompagnata dalle note del silenzio in una solitaria notte autunnale capitolina…

 

    Prof. Sandro VALLETTA

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