Italia

Mattarella e gli arbitri…

Un arbitro imparziale, che chiede l’aiuto e la correttezza dei giocatori per gestire al meglio la partita. È questo il senso del discorso di insediamento del nuovo capo dello Stato, Sergio Matarella, che ieri ha giurato fedeltà alla Repubblica davanti alle Camere riunite. Un discorso che dura poco più di mezz’ora, poco politico e poco programmatico ma rivolto molto al sociale, ai cittadini e alle loro difficoltà. Il settennato, insomma, sarà all’insegna della ricostruzione sociale del paese. E la politica dovrà fare la sua parte. «Condizione primaria per riaccostare gli italiani alle istituzioni è intendere la politica come servizio al bene comune» dice il capo dello Stato per il quale non c’è tempo da perdere: «È necessario ricollegare alle istituzioni quei tanti nostri concittadini che le avvertono lontane ed estranee. La democrazia non è una conquista definitiva ma va inverata continuamente». Mattarella rende omaggio alla Resistenza e ricorda il valore dell’antifascismo. Si commuove quando ricorda «gli eroi» Falcone e Borsellino, vittime della mafia «cancro pervasivo», poi cita Stefano Taché, il bimbo di due anni rimasto ucciso nell’attacco terroristico alla Sinagoga di Roma nell’ottobre 1982, e promette il «massimo impegno» per i due marò, Salvatore Girone e Massimiliano Latorre. Il presidente della Repubblica pronuncia il suo discorso con un tono di voce pacatissimo (si impiccia con i fogli e poi riprendee il filo) ed è interrotto per 42 volte dagli applausi.

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