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Editoriale

Lo stalker ha la gonna o i pantaloni?


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E’ di pochi giorni fa, la notizia della denuncia di un 45enne di Roma alla Procura della Repubblica di Avezzano, per il reato di atti persecutori, nei confronti della sua ex ragazza.

Questa notizia porta nuovamente alla ribalta un fenomeno sempre più spesso all’attenzione dei media: lo stalking.

Il termine, mutuato dell’inglese “to stalk”, significa letteralmente “fare la posta” e comprende una serie di comportamenti intrusivi (quali aspettare, inseguire, raccogliere informazioni, minacciare), che limitano fortemente la libertà e la privacy di chi li subisce, generando paura ed ansia, e che nei casi più estremi comprendono il rischio di morte.

Solo negli ultimi anni, questi comportamenti hanno ricevuto un’“etichetta”, dal punto di vista giuridico e sociale. Con l’introduzione della Legge numero 38 del Codice Penale del 23 aprile 2009, oggi lo stalking è un reato, perseguibile penalmente, con condanna dai 6 mesi a 4 anni di reclusione.

Dal punto di vista mediatico e socio-politico, esso ci viene quasi sempre presentato come un fenomeno di genere.

Inizialmente, infatti, la battaglia per sostenere una legge che sanzionasse lo stalking, è stata portata avanti in un’ottica di tutela per le donne, sia a causa di un clima generale, in cui la violenza delle donne viene percepita come meno pericolosa, sia a causa del silenzio degli uomini, dovuto ad una loro maggiore difficoltà a mostrare fragilità ed emozioni.

L’Osservatorio Nazionale Stalking dichiara: “Nel nostro centro riceviamo spesso telefonate di uomini vittime di persecuzioni, appostamenti, inseguimenti da parte di donne, e chiedono di essere aiutati e ascoltati, ma lo fanno in sordina, timidamente. Per motivi culturali hanno maggiore resistenza a denunciare. Percepiscono come una vergogna il fatto di non riuscire a gestire da soli la situazione e hanno paura di sentirsi ridicoli”.

Seppure assumendo forme diverse, si tratta, dunque, di un fenomeno trasversale, che riguarda sia le donne sia gli uomini, appartenenti ad ogni fascia d’età, professione, e cultura.

Spesso lo stalking nasce all’interno di relazioni d’“amore” e in questi termini viene descritto da tutti i protagonisti, seppure nella sua accezione di “amore malato”.

A mio avviso, il rischio di utilizzare nel gergo quotidiano una rigida distinzione tra amore sano ed amore malato, indiscutibilmente utile sul piano clinico, è molto alto. Si rischia, infatti, che ognuno di noi inserisca la propria esperienza nella più confortevole definizione di amore sano, a scapito dei più eclatanti casi sottoposti all’attenzione mediatica, che invece vivrebbero un amore malato, facendo da capro espiatorio per tutti.

Secoli di riflessioni letterarie e psicologiche sull’amore non ne hanno dato una definizione univoca. Oggettivi sono i fatti che vedono la più grave forma di violenza nascere all’interno della relazione più intima.

Questo apre la riflessione sulla coppia nell’epoca moderna: l’epoca della parità dei sessi, dei rapporti di coppia limitati nel tempo e nella progettualità, o per dirla con le parole di Bauman dell’“amore liquido”. Ecco paradossalmente aumentare i cosiddetti legami disperanti, “né con te né senza di te”, e la violenza causata dalla non accettazione della separazione dall’altro, che alle volte si trasforma in atto criminale.

Appare, dunque, fondamentale spostare la riflessione sull’aspetto comunicativo e relazionale del fenomeno, considerando chi lo agisce e chi lo subisce quali persone che vivono un profondo disagio psicologico, e necessitano di un supporto clinico mirato.

Allo stesso tempo, occorre estendere la medesima riflessione ad ogni forma di relazione, ponendo l’accento sulla necessità nella nostra società di una educazione alla gestione delle emozioni e del conflitto, in un’ottica di prevenzione da forme diverse di violenza, di cui ognuno di noi è potenzialmente attore e vittima.

Solo favorendo un cambiamento culturale, che riconosca la violenza appartenente ad ognuno di noi, si può superare la paura a guardare dentro ed intorno a noi, a non sottovalutare il racconto di amici, parenti o colleghi, a leggere le notizie che fanno più scalpore, non come fenomeni giornalistici, ma come tragiche storie di semplici persone, che potremmo essere noi.

Solo in questo modo è possibile forse evitare di guardare la morte “per amore” come si guarda un film dietro uno schermo, e fare qualcosa invece di cambiare canale, per non dover dire davanti all’irreparabile: “Ora è troppo tardi!”

Dott.ssa Rosanna Pierleoni

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