Giudiziaria

La solita storia di malasanità? Sì ma c’è una speranza…

Riceviamo e pubblichiamo: “C’è una storia che parla di sanità e voglio raccontarvela perché sto imparando a mie spese che se ti trovi a giudicare un ospedale come “buono” o “cattivo” dipende non solo dai servizi o dall’organizzazione che la struttura ha da offrirti, ma soprattutto dalle persone che incontri. E questa storia va raccontata in ogni sua parte, elogiando l’operato di alcuni e denunciando le azioni di altri affinché nessuno si trovi a vivere l’orrore che ha vissuto mio fratello e che oggi a distanza di giorni alberga ancora nel cuore e nella mente di mia madre, di mio padre e nel mio.
Mercoledì 10 dicembre, mio fratello è stato ricoverato d’urgenza presso il reparto di neurologia dell’ ospedale di Avezzano con un quadro clinico estremamente critico, complesso ed altamente precario, eppure nonostante tutto ha lottato come un leone aiutato senza sosta da tutto lo staff medico ed infermieristico del reparto di neurologia che con grande passione, impegno e professionalità ha fatto di tutto perché A., questo è il suo nome, potesse tornare a casa da noi. In particolare un grazie dal profondo del cuore alla dott.ssa De Santis e a tutti gli infermieri di Neurologia e un grazie di cuore anche ai medici e agli infermieri del centro dialisi dell’ospedale di Avezzano dove A. ormai da tre anni viene seguito sempre con cura e attenzione.
Ma se da una parte c’ è chi ha lavorato mettendoci l’anima, dall’altra invece c’è chi, pur indossando un camice bianco, “ritiene opportuno” non intervenire e così ti ritrovi a vivere una tragedia nella tragedia.
Venerdì 12 Dicembre 2014 alle ore 13.30 mio fratello, in stato vigile, cosciente e sereno dal reparto di neurologia viene portato giù al pian terreno per fare una risonanza magnetica; noi, la sua famiglia, eravamo seduti nel salottino antistante la sala della risonanza ad aspettare la fine dell’esame ma dopo circa 15 minuti abbiamo rischiato di perderlo. Mentre eravamo in attesa mia madre ha sentito una tosse forte e insistente provenire da dentro. Ha gridato -“ma questo è mio figlio!” – e in un secondo si è alzata e ha spalancato la grande porta di vetro che separa la sala d’aspetto dalle stanze della risonanza, la scena davanti ai nostri occhi è stata orrenda: mio fratello da solo nel corridoio su un lettino completamente fradicio di sudore, con gli occhi sbarrati e fissi al soffitto che ansimava e tossiva con un liquido che gli usciva dalla bocca perché non respirava e stava soffocando: era in piena crisi cardiaca. Mia madre urla chiedendo l’ossigeno, e il medico o tecnico (non so chi fosse) arriva dicendo “che vuole da me signo’? lo avete già portato in queste condizioni” e nella stanza affianco con la porta aperta una dottoressa alla quale mio padre chiede aiuto e la quale, a sua volta, con la calma più assurda che io abbia mai visto, si avvicina a mio fratello a mani congiunte e dice “cosa posso farci? Non è un mio paziente”. Era una scena surreale Finalmente compare una maschera dell’ ossigeno, come sia arrivata lì non lo so, so solo che immediatamente sono comparsi due angeli del reparto di neurologia, le due infermiere che avevano precedentemente accompagnato mio fratello giù per la risonanza. Erano disgustate e sconvolte quanto noi, ma senza curarsi di niente e nessuno hanno preso il letto con mio fratello in piena crisi e nella frazione di un secondo lo hanno portato su in reparto, credo che abbiano volato, gli angeli hanno le ali dopotutto, e su in neurologia ancora una volta i medici e i cardiologi presenti non si sono arresi e hanno combattuto assieme ad A. per rianimarlo.
Non conosco i nomi di queste due persone della risonanza magnetica, ma erano di turno quel venerdì 12 dicembre alle ore 13.30; abbiamo segnalato l’accaduto al direttore del reparto di radiologia, ci auguriamo che vengano fatti approfondimenti e intraprese le dovute azioni del caso”.

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