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Editoriale

La Medea uccide ancora!


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Due notizie di cronaca delle scorse settimane mi hanno fatto tornare alla mente la Medea di Euripide.
Un quarantottenne pescarese ha cosparso di benzina l’interno dell’automobile nella quale c’erano anche la figlia di 5 anni e l’ex compagna e poi ha dato fuoco. Mentre le fiamme lo avvolgevano ha stretto la figlia in un abbraccio mortale, davanti alla madre, la quale nel tentativo vano di salvare la figlia ha subito ustioni molto gravi ed è stata ricoverata presso l’ospedale Sant’Eugenio di Roma.
Un pescinese, residente ad Avezzano, accusato di violenza sessuale nei confronti della moglie, a sua volta accusa la consorte di aver portato via con sé il figlio e fatto perdere le sue tracce.
Senza entrare nella complessità delle singole vicende, vorrei concentrarmi e stimolare una riflessione sul filo comune di queste due tragiche vicende, ossia il ruolo svolto dai figli.
In un caso abbiamo l’uccisione del proprio figlio da parte del padre davanti alla ex compagna, madre della bambina, nell’altro la sottrazione del figlio da parte della madre, all’interno di una separazione conflittuale.
In entrambi i casi credo di possa parlare del cosiddetto “Complesso di Medea”.
La Medea di Euripide è una delle più disperate ed eroiche tragedie greche: dopo essere stata tradita e ripudiata dal marito Giasone, si tormenta dal dolore e prepara la sua vendetta fingendo una riconciliazione: tesse il vestito di nozze per la nuova moglie di Giasone intriso dei più mortali veleni, la quale muore tra grida strazianti, e poi uccide i propri figli, come discendenza e sangue di Giasone, baciandoli prima più volte. Agghiaccianti le sue parole: “O figliuoli maledetti di madre odiosa, deh, possiate morire col padre, tutta vada la casa in rovina!”.
Multiple e complesse le motivazioni psicologiche sottese a gesti tanto estremi: la voglia di privare il marito della sua discendenza, la voglia di vendetta attraverso la restituzione di un dolore pari o superiore a quello che si sta provando, un dolore e un’umiliazione che la persona non riesce a gestire, un’aggressione alla propria maternità/paternità e così via…
L’uccisione dell’innocente è il fatto di cronaca più impressionante nella nostra civiltà, specialmente quando a commetterlo sono gli stessi genitori. Tuttavia, ritengo si possa parlare di “complesso di Medea” anche in senso più metaforico, ricomprendendo quei comportamenti messi in atto da uno dei due genitori volti alla distruzione o all’impedimento del rapporto dell’ex partner con i figli.
Mi riferisco a situazioni in cui non esistono motivi validi per l’impedimento della relazione genitoriale, escludendo quindi situazioni più complesse di comprovata violenza o abuso, in cui la relazione viene circoscritta all’interno di spazi e tempi, nell’ottica di una tutela del minore.
Nelle separazioni definite “altamente conflittuali”, si assiste spesso a vere e proprie guerre, in cui i figli vengono contesi come bottini. In questo modo, l’uccisione del figlio diventa simbolica e ciò che si mira a sopprimere non è più il figlio in sé ma il legame che ha con l’altro, utilizzandolo come rivalsa verso il coniuge, e scaricando su di lui la propria frustrazione e aggressività.
Si assiste quotidianamente a battaglie legali estenuanti che sfociano in denunce di violenza o abusi –alle volte false- e in numerosi casi di sottrazione di minori.
Altre volte si dà il via competizioni più sottili, ma non meno pericolose, volte a denigrare l’altro, chiedendo al figlio di schierarsi e scegliere un genitore preferito, esigendo da lui una fedeltà e un riconoscimento da della propria superiorità nell’educarlo, nel prendersi cura di lui e nelle responsabilità per la fine della storia.
Si crea in questo modo nel bambino il cosiddetto conflitto di lealtà, imponendogli una scelta innaturale e ingiusta, tra uno dei due genitori. Il bambino in questo caso, in base alle singole situazioni e al suo temperamento, può scegliere di allinearsi al genitore prevalente, o a quello che viene percepito da lui come più debole e quindi da proteggere, o attivare comportamenti fortemente manipolatori volti a compiacere entrambi i genitori nel momento in cui è in loro presenza, ed a cambiare quindi idea, modo di comportarsi, gusti e così via.
Al di là della singola strategia messa in atto dal bambino, si tratta di una forma di abuso emotivo nei suoi confronti, che può influire negativamente nella sua vita adulta e nella realizzazione di una propria stabilità psicologica ed affettiva. Occorre pensare, infatti, ai figli come persone formate di due metà, quella materna e quella paterna. Aggredire, denigrare e svalutare l’altro significa aggredire, denigrare e svalutare anche lui. Anche senza sfociare nella violenza fisica o nella morte, si opera dunque una distruzione della vita del figlio stesso, sia sul piano concreto sia simbolico.
In entrambi i casi, gli si ruba il la vita!
Ma cosa può portare i genitori ad attivare comportamenti tanto insidiosi per i figli?
La separazione e divorzio per quanto oggi molto diffusi, sono per il singolo individuo che li vive difficili da accettare. La fine dell’unità familiare, il dolore, la rabbia e la sensazione di tradimento, unite spesso a difficoltà economiche e lavorative, possono creare un cocktail esplosivo che toglie agli ex coniugi la speranza del futuro.
Vorrei concentrare l’attenzione su questo aspetto, che accomuna situazioni estreme ad altre più comuni, ma ugualmente tragiche. La difficoltà a seguito del fallimento di un progetto di vita, a percepire se stessi e l’altro, nell’ottica di un futuro da costruire, nonostante le macerie del presente e forse proprio a partire da esse.
Sul piano simbolico si può vedere dietro questi atteggiamenti una forte distruttività nei confronti di tutto ciò che è stato creato insieme, di cui i figli sono l’emblema più evidente, e verso quanto del proprio passato e della parte di vita trascorsa insieme è volto al futuro.
A livello istituzionale ritengo fondamentale e non più trascurabile la necessità di intervenire in maniera preventiva per evitare, non solo la degenerazione di simili casi, ma anche situazioni intermedie disperanti rappresentate dalle “nuove povertà”, da migliaia di genitori cui viene impedita ingiustamente la relazione con i figli, e da bambini contesi nei tribunali o sottratti, che sono diventati ormai di una tale portata da doverli considerare dei veri e propri drammi sociali. E’ facilmente intuibile come essi possano essere terreno fertile per l’esplosione di simili tragedie.
Occorre, inoltre, accompagnare la coppia ad operare dopo la separazione una importante distinzione -per nulla semplice- tra il loro essere coppia sentimentale, ormai separata, e il loro essere coppia genitoriale. Se la prima può finire, la seconda non finirà mai. Per questo è importante non solo riconoscere il diritto alla bi-genitorialità su un piano giuridico reale, ma anche a livello culturale, attraverso progetti educativi volti ad avere una visione altra della separazione, non come un campo di guerra, ma come il luogo della riorganizzazione delle relazioni, in cui poter ricollocare se stessi, come in un una nuova casa.

Ritengo, infatti, che se opportunamente supportati e seguiti tutti i coinvolti possano accedere a nuove fasi della vita e proiettarsi verso il futuro, proprio come i figli, che sono inscindibilmente legati a quel passato comune, e fiduciosamente tesi verso il futuro.

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