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Ilario Lepre, l’eroe con gli scarpini che ha vinto la malattia


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Spesso i supereroi si nascondono dietro il sorriso di persone apparentemente normali. Nessuna strana tuta aderente, né maschere. Potrebbe addirittura succedere di intravederli sul campo di calcio. Ilario Lepre ha cominciato a far magie col pallone tra i piedi. E’ uscito di casa appena dodicenne, allievo giovanissimo di Maurizio Sarri prima, ai tempi della San Giovannese, e di Antonio Conte poi, nell’Arezzo. La lunga trafila nelle tante piazze italiane, poi l’arrivo a Capistrello, dove l’ormai cresciuto scugnizzo tatuato ha trovato una squadra di calcio e una famiglia. Fede calcistica napoletana (neanche a dirlo), anche se da piccolo tifava Milan. Sua mamma ce l’ha messa tutta per farlo convertire, e pare ci sia riuscita prendendolo per la gola. Pizza e risotto alla pescatora, e il nostro caro supereroe si è visto costretto a soccombere. Con la scoperta della malattia la sua vita è cambiata, e lui con lei. Ricorda ogni momento, ogni faccia della paura. Per qualche tempo ha creduto che il mostro cattivo potesse avere la meglio.

“E’ stato come un fulmine a ciel sereno. Ero un ragazzo tranquillo, preoccupato solo per come sarebbe andata la prossima partita. Una mattina di gennaio mi svegliai con un dolore. Non appena arrivato al campo ne parlai col fisioterapista. Mi consigliò di fare una visita perché quel sintomo poteva significare tutto e niente,  e lui stesso si espose fissandomi un appuntamento in ospedale l’indomani. Il mattino seguente il dolore era sparito, ma decisi di andare dal medico per non fare brutta figura con lui. Beh, non smetterò mai di ringraziarlo. Immediatamente il dottore mi disse che si trattava di un tumore. Credo abbia continuato a parlare, io però, dopo quella parola, non ho capito più niente. Mi è crollato il mondo addosso. Il mio primo pensiero è stato per mio figlio. Ho cominciato a immaginare la sua vita, lui che cresceva senza di me. Non potevo accettarlo. Tornai al campo e parlai col presidente. In un attimo riuscì a mettermi in contatto con un oncologo bravissimo. Andai a Roma, e lì mi dissero che si trattava di un tumore maligno. Realizzai che potevo non esserci più da un momento all’altro e persi le parole”.

Quello che è accaduto dopo è l’esempio di come le persone a volte possano ridarti la vita. Una vera e propria staffetta di solidarietà, dai campi e dagli spalti di mezza Italia, angoli di mondo in cui Ilario ha lasciato un pezzetto di cuore. La notizia di quel ragazzo vittima di un brutto male non poteva lasciare indifferenti, troppo ingiusta, scorretta. Il calvario è durato cinque mesi, un tempo indefinito trascorso a fortificare una corazza che i ragazzi spesso,  goliardicamente, ostentano.  “Mi sono chiuso nell’intimità della mia famiglia. La mia fine non poteva essere quella. Dopo un primo periodo passato a tentare di capirci qualcosa ho cominciato a lottare. Ce l’ho messa davvero tutta. Ad ogni terapia, giorno dopo giorno, mi rendevo conto di quanto fosse importante tornare a sorridere. La mia luce in fondo al tunnel era mio figlio, e grazie a lui alla fine ho vinto”.

Parlarne non è e non potrà mai essere un tabù. E’ il senso delle storie a lieto fine, esistono per essere tramandate nel tempo. “Non ho problemi a raccontare ciò che mi è accaduto. Al contrario, spero di essere d’aiuto a chi sta attraversando un momento difficile. Spesso una parola di conforto  può valere tanto. Io adesso sto bene e penso che tutto questo sia accaduto per mettermi alla prova. Mi sento una persona diversa, riesco ad apprezzare anche un semplice gesto, mentre prima ero una persona più menefreghista e meno credente”.

Ilario ha ritrovato la fede, ma ci confessa di non aver perso la vena scaramantica in occasione di ogni partita. Esiste un rituale da ripetere rigorosamente il giorno prima della gara e appena prima di scendere in campo, ma a quanto pare non è dato sapere di cosa si tratta. Riusciamo, però, a strappargli una promessa: “Se il Capistrello dovesse approdare ai play off svelerò questo mio grande segreto!”.

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