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Cultura

I sentieri resistenti negli Appennini – Linea Gustav e Brigata Majella,


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linea gustav

Dall’8 settembre1943 fino alla liberazione di Roma, dopo lo sfondamento, da parte delle forze alleate del “fronte di Cassino”, ossia della linea Gustav, che tagliava trasversalmente l’Italia da Cassino a Ortona, le popolazioni abruzzesi, dell’alto Molise e del basso Lazio si sono trovate coinvolte nelle forme più brutali del secondo conflitto mondiale.  Bombardamenti, evacuazioni di massa, rastrellamenti, razzie, stragi e scontri corpo a corpo, casa per casa:  un complesso di brutalità che hanno segnato la sorte di intere popolazioni che mai nella loro storia avevano subito conseguenze tanto drammatiche e disumane. Fino a quel momento erano state le aspre montagne dell’appennino a scoraggiare il passaggio della guerra nei minuscoli centri abbarbicati sulle pendici dei monti dell’Appennino abruzzese-molisano.  Burroni, profonde e scoscese insenature, contrafforti a strapiombo, torrenti impetuosi che travolgono tutto quello che si frappone al loro passaggio: la natura aveva vegliato, fino a quel punto, sul lento scorrere della sobria e relativamente tranquilla vita delle genti d’Abruzzo. Poi, però è arrivato l’8 settembre  del 1943 e l’Abruzzo diventa il teatro e lo snodo storico del secondo conflitto mondiale in Italia.  Il re Vittorio Emanuele III decide di fuggire da Roma nella notte tra l’8 e il 9 settembre. Il corteo reale sceglie la Tiburtina-Valeria e, stranamente indisturbato, arriva fino al castello di Crecchio e poi al porto di Ortona. Qui il re e i dignitari di corte si imbarcano verso Brindisi liberata dagli alleati. Ancora oggi (seminascosta da impalcature di lavori perennemente in corso) nel porto di Ortona è possibile leggere la lapide che l’amministrazione repubblicana del dopoguerra fece affiggere per gridare “ eterna maledizione alla monarchia dei tradimenti”.

Nel giro di quattro giorni e nel raggio di pochi chilometri l’Abruzzo assiste a un’altra fuga eccellente, quella di Benito Mussolini che, rocambolescamente, fugge dall’albergo di Campo Imperatore, sul Gran Sasso dove era stato imprigionato dopo il suo arresto avvenuto il 25 luglio in seguito alla sua esautorazione avvenuta per opera del Gran Consiglio del fascismo. Con una spettacolare operazione dal cielo, il 12 settembre, un reparto di paracadutisti tedeschi, su ordine di Hitler, libera il duce del fascismo senza sparare un solo colpo di fucile. Le genti abruzzesi ignorano che sulla loro terra si sta dipanando un tratto fondamentale della storia contemporanea. Ma non potranno ignorare –  a costo di un prezzo drammaticamente elevato pagato direttamente con il sangue- che la storia sta riservando loro uno sviluppo destinato a segnare, con il marchio della barbarie, la memoria di un territorio che la montagna aveva, fino ad allora, preservato dalle devastazioni della guerra. Gli strateghi della Wehrmacht ( il federmaresciallo Albert Kesselring in primis) convincono Hitler che per contenere l’avanza da sud degli alleati ( gli americani al comando del generale Mark W. Clark lungo la fascia tirrenica; gli inglesi e canadesi comandati dal generale Bernard L. Montegomery lungo la fascia adriatica) il terreno ideale è proprio quello che si snoda sul territorio abruzzese-molisano, con le sue montagne aspre e imponenti. E’ la linea Gustav, o anche linea di Cassino, che parte da Marina di Minturno-Cassino sul Tirreno, per arrivare a Ortona sull’Adriatico. I punti avanzati sono rappresentati dai fiumi Sangro, Aventino, Volturno e Garigliano ai margini dei quali si elevano naturali sbarramenti montuosi, vere e proprie insuperabili fortificazioni impensabili da superare con un esercito moderno o con mezzi corazzati. Uno sbarramento naturale facilmente difendibile. Le poche criticità erano rappresentate dagli scarni centri abitati. Bisognava deportare le popolazioni per radere al suolo gli edifici nella logica della “terra bruciata” così come veniva definita in un’ordinanza del comando tedesco del 18 settembre del 1943.  Il territorio abruzzese-molisano viene, allora, trasformato in un campo di difesa ad oltranza. Per farlo la Wehrmacht mette in atto una brutale determinazione che, se in un primo tempo aveva riguardato razzie di bestiame e viveri con saccheggi e requisizioni indiscriminate, successivamente sfocia in stragi ed eccidi di civili  che non vogliono lasciare le loro povere case, che devono essere ridotte in macerie. Povera gente: uomini, donne e bambini che si dividono un “pane che non c’è”; l’unico vincolo esistenziale è la terra e la casa, non hanno altro. Le bestie sono state requisite dai tedeschi, il grano e la farina lo stesso,  le violenze e i soprusi non si contano. E’ in questa terra di nessuno che si consuma una delle stragi più efferate consumate in Italia dall’esercito tedesco: la strage di Pientrasieri-Limmari. Un piccolo villaggio di 450 anime, sopra la vallata del Sangro. Il 30 ottobre 1943 Kesserling ordina lo sgombero totale della zona. “Tutti coloro che si trovano ancora in paese o sulle montagne circostanti, saranno considerati ribelli e ad essi sarò riservato il trattamento stabilito dalle leggi di guerra dell’Esercito germanico”, così il testo del bando di Kesserrling. Lo stesso bando aggiungeva che per esigenza di guerra il paese doveva essere distrutto. Prende il via la mattanza. Una donna paralitica non può lasciare la casa con le proprie gambe e non c’è nessuna che l’aiuta. Viene arsa viva nella sua abitazione data alle fiamme.  Per alcuni giorni le pattuglie tedesche visitano i casolari di Limmari e uccidono chiunque vi trova dentro, vecchi, giovani, bambini e neonati: 128 persone inermi, di cui 60 donne, 34 bambini al di sotto dei 10 anni, molti vecchi. Non fu una rappresaglia perché nella zona non vi fu alcun atto della resistenza contro i tedeschi. Una strage gratuita che qualcuno definirà come una “combinazione mortale” tra criminalità di regime e criminalità individuale.  “ Passa alla storia come prova evidente che gli uomini in guerra si trasformano in belve “ ( Maria Rosaria La Morgia e Mario Setta, Terrà di Libertà,  Edizioni Tracce).  Oggi a Pietransieri sorge un sacrario con i nomi di tutte le vittime della strage e dove viene conservata la medaglia d’oro al  valor militare.  Analoghe atrocità si verificano nello stesso lasso di tempo nella zona del Sangro, e in altre parti dell’Abruzzo a ridosso della linea Gustav:  Gessopalena (rappresaglia contro 41 innocenti che furono rinchiusi in un casolare e fatti saltare con le bombe), Trasacco ( 4 persone fucilate per aver nascosto un maiale), Capistrello ( 33 persone uccise per rappresaglia), all’Aquila ( esecuzioni di nove martiri ritenuti ribelli), Filetto ( 17 esecuzioni), Onna ( 17 esecuzioni).  In un contesto così drammatico per la popolazione civile matura, nella coscienza degli abruzzesi, uno spirito profondo di Resistenza civile. Ci furono persone che imbracciarono le armi, ma anche povera gente che, nonostante le sofferenze e le privazioni, offrì rifugio ai soldati alleati scappati dopo l’8 settembre dal campo di prigionia di Fonte d’Amore, nei pressi di Sulmona. Soldati inglesi, sudafricani, canadesi fuggiti dal campo sui contrafforti del massiccio del Morrone, proprio sotto l’Eremo di Sant’Onofrio, dove Pietro da Morrone, il futuro Papa Celestino Quinto ( il pontefice del dantesco “gran rifiuto”) ricevette i messi che gli annunciarono nel 1294 l’elezione al soglio di Pietro.  Sul Morrone i pastori divisero con i fuggiaschi quel poco che avevano , un po’ di formaggio e un pezzo di pane raffermo. Qualche volta nemmeno questo, ma solo un pugno di erbe della Majella.  Nascosti, rifocillati e poi accompagnati per i passi della Majella innevata da dove, tanti di loro, poterono raggiungere le linee degli alleati. Guidati per i passi di montagna da uomini e donne capaci di riconoscere nella nebbia o nell’oscurità i “sentieri della libertà”.  Gli stessi sentieri oggi battuti da migliaia di giovani, provenienti da tutta Italia, che in occasione dell’anniversario della Liberazione, il 25 aprile, si danno appuntamento a Sulmona. Partono a piedi e dopo 3-4 giorni, passando per il Guado di Coccia, raggiungono Taranta Peligna dove si erge il mausoleo della Brigata Majella, sotto le Grotte del Cavallone, dove Gabriele d’Annunzio ambientò il dramma “La Figlia di Jorio”.

Sentieri della libertà che il Cai ( Club Alpino Italiano) di Cassino e dell’Aquila (sottosezione di Coppo dell’Orso) ogni anno ripercorrono con una maratona a piedi da marina di Minturno fino a Ortona, oltre 200 chilometri, gran parte coperti a piedi, per onorare la memoria delle vittime delle stragi nazifasciste e per celebrare le popolazioni che con coraggio e sofferenza riuscirono a salvare centinaia di prigionieri alleati, altrimenti destinati a sicura morte tra i rigori dell’aspra montagna abruzzese e la fame. Come ricordò l’allora Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, in occasione dell’inaugurazione della prima edizione del Sentiero della Libertà, dividemmo “ il pane che non c’era”.  Il tenente Ciampi, dopo l’8 settembre, sbandato, raggiunse Scanno, in Abruzzo. Anche lui passò le linee tedesche con l’aiuto di persone del posto cui ha manifestato sempre profonda gratitudine.  Da Cassino a Ortona, l’alfa e l’omega della linea Gustav: due città distrutte dalla guerra, accomunate dal sacrificio di migliaia di cittadini. Se le immagini della battaglia di Montecassino fanno, ormai, parte della memoria collettiva legata alla liberazione dell’Italia dal nazifascismo, lo stesso non si può dire della Battaglia di Ortona (la Stalingrado d’Italia, come ebbe a definirla Winston Churcill). Lo statista inglese fotografò quella battaglia che vide contrapposti l’VIII armata britannica e reparti scelti dell’esercito tedesco con queste parole: “ la prima grande battaglia per le vie di un centro abitato e da essa imparammo molto”.  Fu un Natale di sangue per i cittadini di Ortona quello del dicembre del 1943. Il teatro di una battaglia d’ inaudita violenza tra tedeschi e canadesi, l’unica combattuta casa per casa  nel corso dell’intera campagna  d’Italia. Un inferno di trabocchetti ed esche esplosive, mine, tiro incrociato di mitragliatrici e di cecchini con fucili di precisione. Un massacro assolutamente sproporzionato rispetto all’obiettivo. I civili intrappolati nelle cantine, nei rifugi, nelle chiese, nell’ospedale, senza cibo né acqua. Alla fine saranno migliaia i caduti.  Di sentieri della libertà battuti dalla Resistenza civile è disseminato l’Abruzzo, al pari dei sentieri della libertà battuti dalla Resistenza armata della Brigata Maiella, della banda L’Aquila alle pendici del Gran Sasso, della banda Francavilla, della banda Marsica. E poi le battaglie e le rivolte. La Battaglia di Bosco Martese, nel teramano, che anticipa  ( non soltanto in senso cronologico),  quella del Centro-nord ( Costantino Felice, “ Dalla Maiella alla Alpi, Guerra e resistenza in Abruzzo”, Donzelli).  E’ il 25 settembre 1943, una formazione partigiana appena costituitasi (1400 uomini), sui Monti della Laga, ingaggia un durissimo combattimento contro un reparto corazzato della Wehrmacht, costringendolo alla ritirata. Nell’ottobre del 1943 la città di Lanciano insorge contro i tedeschi, nello scontro trovano la morte 47 tedeschi e 23 lancianesi, 11 in combattimento e 12 per rappresaglia. La rivolta lancianese è considerata uno degli esempi più luminosi d’ insurrezione popolare contro la tirannide nazifascista, caratterizzato da partecipazione popolare e moto spontaneo, di “urto elementare” tra bisogni ineludibili della popolazione e prepotenza dell’invasore.All’Aquila una quarantina di giovani, tra il 14 e il 18 settembre, decise di nascondersi in montagna, prevalentemente nel timore di venire presi per il lavoro coatto o per la leva obbligatoria. Alcuni, mossi, da spirito ribellistico, erano armati. Nel pomeriggio del 22 settembre il gruppo si recò verso la collina di San Giuliano per proseguire alla volta di Collebrincioni, dove nei pressi del cimitero si unì ad una ventina di ex prigionieri inglesi e slavi.

La mattina del 23 settembre nel corso di un rastrellamento e dopo un conflitto a fuoco con i tedeschi, i fuggiaschi vengono catturati e riportati all’Aquila.  Dieci tra i giovani furono considerati ribelli armati e come tali condannati a morte. Uno solo di loro fu salvato grazie all’intervento di un console della milizia fascista. Il Cai dell’Aquila, con un contributo del Comune, ha predisposto la sentieristica della memoria sulle tracce dei martiri aquilani. “ Vi è una continuità spirituale e materiale fra l’assistenza data alla gente di ogni classe sociale a coloro che cercavano rifugio in queste città, in questi paesi, in queste montagne, e la costituzione della gloriosa Brigata Maiella, che percorse combattendo, da Sud a Nord, il suo sentiero di gloria: da queste terre, da questi monti fino all’Emilia, a Bologna, dove i suoi uomini entrarono per primi, il giorno della liberazione di quella città. E ancora si spinsero più a nord fino ai confini della Patria, segno spontaneo vissuto di quella che è la nostra grande forze: l’unità d’Italia”,  Presidente della Repubblica Azeglio Ciampi ( Sulmona, 17 maggio 2001). In questo passaggio della lettera di Ciampi ai giovani partecipanti al Sentiero della libertà sono riassunte la vita e le gesta dei volontari della libertà, ossia dei partigiani della Brigata Maiella, unica formazione partigiana a essere stata insignita della Medaglia d’oro al valor militare.  “Erano italiani ma indossavano l’uniforme inglese; erano soldati con regolare tesserino militare ma non prendevano ordini dagli ufficiali del Regio Esercito; portavano il tricolore sul bavero invece delle stellette; erano patrioti ma venivano considerati partigiani; erano combattenti per la libertà ma non facevano parte del Corpo volontari per la libertà; erano resistenti ma operavano di fronte al nemico e non dietro le linee; compivano operazioni di guerra e non azioni di guerriglia; erano repubblicani ma erano stimati e lodati pubblicamente dall’erede al trono Umberto di Savoia; erano tutti volontari e potevano andarsene in qualsiasi momento, ma nessuno lo fece mai” ( Marco Patricelli,  Patrioti, Storia della Brigata Maiella alleata degli alleati, Ianieri). Basterebbe questa sintesi estrema per fare della Brigata Maiella un simbolo della guerra di liberazione. Da Casoli – dove la banda fu fondata dall’avvocato Ettore Troilo, che gli diede il nome della “ montagna madre”, la Maiella –  a Pizzoferrato, da Sulmona, all’Aquila, da Montefortino a Brisighella, Falloscoso, Pesaro, Bologna e  Asiago, quando il cannone cesserà di tuonare la Brigata Maiella risulterà la formazione col più lungo ciclo operativo della guerra di liberazione e l’unica a combattere al di fuori del territorio di costituzione, risalendo la Penisola sul fronte adriatico assieme ai “fratelli d’armi” polacchi.  Lungo tutto il cammino – reciterà la motivazione del conferimento della medaglia d’oro al valor militare – una scia luminosa di abnegazione e di valore ripete e riafferma più epiche e gloriose della tradizione del volontarismo italiano. 54 caduti, 131 feriti di cui 36 mutilati, 15 medaglie d’argento, 43 medaglie di bronzo e 144 croci al valor militare, testimoniano e rappresentano il tributo offerto dai Patrioti della Maiella alla grande causa della libertà ”.

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