Italia

I precari storici: Non crediamo più a questi politici

«Chi conosce le dinamiche anche economiche del mondo dell’istruzione sa distinguere i proclami dai fatti. Io alla “Buona Scuola” non ci avevo creduto prima e non ci credo ora». È lapidaria Luciana Malerba, 36enne insegnante precaria di Filosofia e psicologia a Firenze. «Ho due lauree e due specializzazioni – prosegue -, insegno dal 2007, quando mi sono dovuta spostare in Toscana dalla Sicilia. All’inizio lavoravo un mese, oggi per fortuna lavoro tutto l’anno. Al momento sono settima in graduatoria, ma è una cosa che può significare tutto e nulla: se ci saranno posti vacanti entrerò in ruolo, altrimenti tra 6 anni mi ritroverai ancora qui». Quello dei posti vacanti – ovvero le cattedre senza titolare che lo Stato ogni anno “copre” con una supplenza – è il vero rebus dell’assunzione dei precari. E dà la misura del fabbisogno di insegnanti di cui necessita il mondo della scuola: la spinosa differenza tra organico di fatto – quello che include anche i precari che occupano posti vacanti – e organico di diritto, formato dai soli professori di ruolo. «Queste assunzioni non sono frutto della “Buona Scuola”, ma della sentenza della Corte di Giustizia Europea a cui abbiamo contribuito con i nostri ricorsi – spiega Marcello Pacifico, presidente nazionale del sindacato Anief – e il governo non procede ancora, perché, nonostante la bolla di sapone del tre settembre, quando aveva promesso di assumere 150mila precari, non ha dei numeri chiari. Fino ad oggi non ha fatto un censimento serio dei posti disponibili. Eppure è facile sapere quali cattedre sono vacanti e quali no: basta chiedere ai presidi quanti precari hanno il contratto fino al 31 agosto e quanti fino al 30 giugno».

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