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I due volti della violenza. Fascino e repulsione

Qualche tempo fa, in una famosa discoteca della Capitale, un ragazzo diciassettenne è stato ridotto in fin di vita da diversi giovani energumeni. Non è la prima volta che accade sì tale increscioso fatto di cronaca con giovani che si “divertono” a picchiare qualcuno, anche coetaneo, forse il primo che si trovano davanti e senza un motivo ben preciso.

Questa volta è toccato, a detta degli Abitanti del Quartiere, ad un bravo ragazzo che,mentre si divertiva, spensieratamente è stato avvicinato da questi teppisti e,improvvisamente, sono volati calci e pugni a raffica il tutto in presenza di numerose persone che hanno assistito inermi al “massacro” e senza avvertire le Forze dell’ordine. Il giovane, anche se ricoverato d’urgenza perche’ in gravi condizioni, non ha rischiato la vita… ma delle ferite morali sono rimaste le cicatrici ben visibili e molto profonde che difficilmente si rimargineranno…

E’ sicuramente difficile dare una spiegazione a questi episodi. Uscire di casa per trascorrere una serata tranquilla in discoteca con gli amici e ritrovarsi il giorno dopo in fin di vita in ospedale, senza conoscerne il motivo, non è normale. Purtroppo, notizie di cronaca piu’ recenti evidenziano, di fatto, come il fenomeno della violenza sia molto diffuso in Italiane tanto che in alcuni piccoli Centri si può parlare di vera emergenza sociale.

Alla luce di tutto cio’ è lecito domandarsi cos’è che spinge uno o più individui ad essere violenti nei confronti dei propri simili?Come nasce la violenza?
Per darci una risposta potremmo far riferimento alla sapienza greca che ha sempre qualcosa da insegnarci. Nella scena impressionante del Prologo del Prometeo di Eschilo, il titano viene incatenato alla roccia da due terribili servitori di Zeus, Kratos, la forza, e Bia, la violenza; di fronte alle parole, piene di compassione, di Efesto, che è stato chiamato a fornire le catene per l’occorrenza, Kratos, la forza, dialoga con lui e cerca di fornire una giustificazione della sua ingrata funzione, mentre Bia, la violenza cieca, porta avanti il suo atroce lavoro, mugugnando, gesticolando, urlando, ma senza parlare…
La tradizione classica cui ho fatto riferimento vuole dirci che la violenza non ha un logos; è incapace di assumere una forma. Non può parlare perché non possiede il logos, la parola, il pensiero. Difatti il violento è colui che non accetta il dialogo perché non lo riconosce. Il soggetto che rinuncia alla “parola”, al “pensiero”, non percorre altra strada oltre quella della violenza fino al suo punto più estremo che e’quello della brutalità cieca e irragionevole che rende l’uomo simile alla bestia e fa nascere dentro di lui il desiderio di “fare tutto a pezzi”. Tale atteggiamento costituisce l’essenza fenomenologica della violenza.

Ma cos’è che ci affascina della violenza?
La violenza nasce dalla volontà di potenza. Ciò che ci fa arrivare a questo comportamento è il potere. Difatti il violento è pre-potente; è colui che cerca di auto-affermarsi, di imporre il suo ego su un altro soggetto.
Dalla violenza noi vogliamo essere salvati e liberati perché in realtà vogliamo esserlo anche da noi stessi ma non sappiamo liberarcene se non rinunciando,in qualche modo o totalmente,a noi stessi.In merito,ci viene a sostegno il celebre dramma del 1772 di G.E. Lessing, “Emilia Galotti”, la giovane borghese di Guastalla che, tentata dalla violenza del Principe, non trova altra via di uscita oltre quella di chiedere al padre di ucciderla, per salvarsi dalla brutalita’, ma, soprattutto, perché scopre con orrore che nel profondo del suo cuore è portata a compiacersene.

Ho preso come esempio questa commedia perché meglio illustra il rapporto che si viene a creare tra l’essere umano e il comportamento prepotente.Esiste una verità della violenza che affonda le sue radici nell’intimo dell’uomo. Esso risulta avere, per natura, un atteggiamento ambivalente nei confronti della violenza: da una parte si è sempre opposto ad essa; dall’altra, come asserivo poc’anzi, sembra che ne sia stato sempre crudelmente attratto.

In quest’ultimo caso non possiamo non fare riferimento alla “spettacolarizzazione della violenza”: il campo artistico, televisivo e cinematografico pullulano di immagini violente. Nelle arti figurative è stata in particolare la violenza della guerra a turbare l’immaginazione degli artisti; si pensi anche a quella reale trasmessa quotidianamente dai telegiornali o, se vogliamo, a quella costruita ad arte nei film. Siamo assuefatti da questi giochi visivi, da questi segni che,forse,sentiamo nostri perche’ ci appartengono in quanto l’atto violento per alcuni è manifestazione di vita. E’ fascino. E’ cambiamento.
E’ possibile salvarsi dalla violenza?

Dopo queste riflessioni sono convinto che possiamo trovare la “salvezza” nei testi sacri che sono una parte fondamentale della nostra Cultura. La tradizione ebraico – cristiana ci rammenta che “Dio si è fatto uomo”. E’ un Dio che ha scelto la strada dell’umiltà. Come LUI cosi anche l’uomo deve rendersi umile e piccolo. Deve sapere accettare e comprendere l’altro cosi come egli è. Deve imparare a riconoscerlo.
Solo quando l’etica precederà la teoria, cioè solo quando la realtà precederà il pensiero, allora saremo in grado di Amare il prossimo… perché una persona Ama quando sa comprendere…

Prof. Sandro VALLETTA

                                                                      (Ha collaborato il Dott. Carlo MANNA)

 

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