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Cronaca e Giudiziaria

Guerra del latte: scamorza abruzzese in via di estinzione


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Il prodotto simbolo del settore caseario abruzzese rischia di scomparire. Il motivo? Il prezzo del latte fresco moltiplica quattro volte nel passaggio dalla stalla allo scaffale ma agli allevatori non rimangono neanche quei pochi centesimi necessari per dare da mangiare agli animali. E’ quanto denunciato dalla Coldiretti Abruzzo che ieri mattina, per la “guerra del latte giusto”, che sta dilagando in tutta Italia, con gli allevatori provenienti da tutte le province ha allestito un vero e proprio accampamento nello spazio antistante l’Ipercoop di San Giovanni Teatino, con tanto di mucche a rischio di estinzione, per fare conoscere da dove proviene il latte e come si ottengono i formaggi senza polveri o semilavorati industriali ma anche le distorsioni economiche che strozzano gli allevatori e provocano l’abbandono delle stalle con effetti sul lavoro, sul territorio, sulla qualità dell’alimentazione e sul Made in Italy. Gli allevatori abruzzesi hanno presidiato con bandiere gialle, cappellini e gazebo l’esterno del centro commerciale e, inoltre, hanno allestito una stalla all’aperto distribuendo latte fresco pastorizzato, panini al formaggio e proponendo piccole lezioni sull’importanza della filiera corta soprattutto alle scuole intervenute per l’occasione.

Nel corso dell’iniziativa sono stati inoltre presentati i risultati del dossier nazionale “la guerra del latte” da cui è emerso che tre cartoni di latte a lunga conservazione su quattro venduti in Italia sono stranieri mentre la metà delle mozzarelle sono fatte con latte o addirittura cagliate provenienti dall’estero, ma nessuno lo sa perché non è obbligatorio riportarlo in etichetta. Dal dossier è emerso, inoltre, che gli allevatori italiani hanno perso in un anno oltre 550 milioni di euro perché il latte viene pagato al di sotto dei costi di produzione, con una riduzione dei compensi di oltre il 20 per cento rispetto allo scorso anno, mentre i prezzi al consumo non calano. “Siamo di fronte ad una palese violazione delle norme – denuncia Coldiretti – poiché il prezzo corrisposto agli allevatori è inferiore in media di almeno 5 centesimi rispetto ai costi di produzione, che variano dai 38 ai 41 centesimi al litro, secondo l’analisi ufficiale effettuata dall’Ismea, in attuazione della legge che impone che il prezzo del latte alla stalla debba commisurarsi ai costi medi di produzione”. Il risultato è che nel 2015 hanno chiuso circa mille stalle, e quelle che sono sopravvissute non possono continuare a lavorare in perdita a lungo.

La situazione nazionale non risparmia l’Abruzzo, dove la produzione del latte genera un guadagno di circa 34 milioni di euro. “Il settore lattiero caseario abruzzese, pur non essendo il principale dell’economia regionale, rappresenta una filiera di origini antichissime attualmente a rischio – dice il presidente di Aprozoo David Falcinelli –, le famose scamorze che il Boccaccio cita nelle sue Novelle o le rinomate produzioni di Rivisondoli destinate al mercato napoletano vengono sostituite ad insaputa del consumatore da cagliate e semilavorati provenienti dall’est Europa che alcune industrie abruzzesi si preparano a spacciare come tali. Una caratteristica distintiva e straordinaria della produzione lattiero-casearia abruzzese è inoltre la sicurezza alimentare delle nostre stalle, che sono le più controllate al mondo, e la qualità del prodotto offerto che serve a realizzare formaggi apprezzati in tutto il mondo grazie alle spiccate caratteristiche organolettiche legate al territorio. “Abbiamo un grandissimo patrimonio ambientale – sottolinea il presidente della Coldiretti Abruzzo Domenico Pasetti – e la chiusura di una stalla non significa solo perdita di lavoro e reddito ma anche un danno sociale in quanto la stragrande maggioranza degli allevamenti anche in Abruzzo si trova in zone montane e svolge un ruolo insostituibile di presidio del territorio”.

 

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