Cultura

Grazie Francesco!


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E’ la prima parola che mi viene dal cuore alla notizia di questa “liberalizzazione”, chiamiamola così. Personalmente, convinto della stessa convinzione di Papa Francesco, già dai primi anni di attività pastorale, che risale alla fine degli anni sessanta, non mi sono fatto scrupolo di assolvere donne che avevano abortito. Convinto, allora come adesso, che i sacramenti non sono armi da guerra, ma mezzi di soccorso; non strumenti di ricatto ma sussidi per la crescita, non  tribunali di sanzione o invalidazione ma dispense di “grazia”. Lamentiamo e condanniamo apertamente, in particolare, l’uso della Confessione come strumento di controllo delle coscienze, invece che luogo di accoglienza e di “Per-Dono”, nel senso etimologico della  parola: “Super-Dono”.

Nulla di nuovo che di fronte a questa scelta, evangelica nelsenso di “buona notizia”, s’innalzino le grida scandalose e scandalizzate dei farisei di turno; di coloro, cardinali e non, credenti o laici, per i quali la legge vale più della persona e le norme codificate meritano più rispetto degli uomini e delle donne in carne ed ossa. Non è questione di “gusti” o di “tendenze”. Qui ne va di mezzo la fedeltà al nucleo centrale del messaggio evangelico che deve essere il cuore della Chiesa. La cui missione, amava ricordare il card. Martini, «è di dire alta la verità sull’uomo, di criticare le idolatrie.  La legge – aggiungeva – non fa i costumi, può solo proteggerli quando ci sono. Bisogna che l’ordine esista nelle coscienze prima che nel testo della Gazzetta Ufficiale. Lo spazio peculiare della Chiesa è quello delle coscienze da educare. E’ attraverso la formazione delle coscienze che si può servire la vita».

Aldo Antonelli

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