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Attualità

Duplice attentato in Egitto nella Domenica delle Palme, la riflessione di Don Aldo Antonelli


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Avezzano – “Molti sono gli interrogativi che la domenica di palme  e di sangue pone alla coscienza di noi occidentali e, per chi crede, di noi cristiani”. E’ questa la riflessione di Don Aldo Antonelli dopo il doppio attentato di ieri in Egitto.

“Nel benedire le palme – continua Don Aldo – che i fedeli tenevano in mano ed alzavano al cielo, oltre il ristretto orizzonte vedevo le scie rossofumo dei missili assassini. Al di là del canto corale che accompagnava il rito sentivo il rombo cupo dei carri armati e delle mitraglie. Mi è stato spontaneo, allora, chiedere al pubblico se e quando l’ondata pacifica delle palme avrebbe potuto soppiantare violenza devastatrice delle armi.

Il ricordo lontano delle prime comunità cristiane che, povere e indifese, pur nelle catacombe, hanno avuto la forza di corrodere alle radici le fondamenta del grande Impero, mi davano speranza. Il pensiero di Francesco di Assisi che incontra il Sultano mi incoraggiava. Così come il ricordo più recente della marcia di un popolo, la marcia del sale, che si libera, senza esercito, dal potere imperiale del Commonwealth mi confermava nella speranza promossa certezza: la coscienza di un popolo è sempre più forte di qualsiasi esercito. La coscienza di un popolo, appunto….

Quella coscienza messa sotto torchio da una propaganda e da una pubblicità devastanti. L’altro interrogativo che si pone riguarda il “che fare”, di fronte agli assoluti idolatrici nella nostra civiltà; dietro quello che Ernst Junger chiamava “le macerie della cultura e sotto la maschera mortuaria della civiltà”.

Come ridare diritto di cit­tadinanza a tutto quello che il de­naro e il “pensiero unico” che lo accompagna hanno accantona­to, negato, squalificato, strumen­talizzato: arte, cultura, religione, etica, politica? (Roberto Toscano: La Repubblica del 3 Aprile 2016)
Sollecitati dalla narrazione evangelica della Passione dovremmo smascherare la menzogna del meccanismo vittimario per cui Gesù, da vittima colpevole è svelato come innocente, e il collettivo (rappresentato dal tribunale romano e religioso oltre che dalla folla) da soggetto innocente è smascherato come colpevole.

Ne consegue un ulteriore, scottante, interrogativo; quello che Givone pone al termine del suo libro dedicato al rapporto tra eros ed ethos: «E se la violenza che vediamo dilagare intorno a noi nelle forme più diverse trovasse la sua ragion d’essere proprio qui, in questo che è il più difficile nodo da sciogliere, e che comunque si annida non in una remota origine metastorica (Girard), non nelle istituzioni di potere che governano il comportamento degli individui (Foucault), non nelle macrostrutture destinali che consegnano l’uomo alla tecnica senza scampo (Heidegger, Severino) bensì in quanto ci è di più prossimo e più intimo?». La nostra coscienza, appunto.

L’idea è di tornare a riflettere su ciò che è più intimo del nostro stesso intimo; «intimior intimo meo», per dirla con le parole di S. Agostino”.

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