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Caso Cucchi, emblema delle morti sospette: il racconto ad Avezzano

Ieri sera, giovedì 5 maggio, la Multisala Astra di Avezzano ha proiettato, su iniziativa di ‘Libera’, il film documentario “148 Stefano – Mostri dell’inerzia”, cui è seguito un breve dibattito in presenza di Giovanni Cucchi. Sponsorizzato da Amnesty International e Articolo 21, presentato per la prima volta al Festival di Roma nel novembre 2011, il documentario ha ripercorso i tragici momenti vissuti dalla famiglia di Stefano Cucchi, trentenne romano arrestato per detenzione di droga il 15 ottobre 2009 e morto una settimana dopo, il 22 ottobre, in circostanze non del tutto chiare.

La storia di Stefano: disposta la custodia cautelare fu processato per direttissima il 16 ottobre 2011. Al momento dell’arresto Cucchi non riportava alcun tipo di trauma fisico, ma già il giorno successivo, in udienza, aveva difficoltà a parlare e a camminare, oltre evidenti ecchimosi agli occhi. “Quella fu l’ultima volta che abbracciai mio figlio vivo”, riferisce il padre Giovanni Cucchi. Fu disposta un’udienza per le settimane successive, nel frattempo Stefano rimase in custodia cautelare nel carcere di Regina Coeli. In quelle ore le condizioni del ragazzo peggiorarono. Fu visitato all’ospedale Fatebenefratelli che refertò lesioni ed ematomi alle gambe, al viso, all’addome e al torace, al punto da richiederne un ricovero, che però non avvenne. In carcere la situazione non migliorò e una volta trasferito nel reparto detentivo dell’ospedale Pertini, morì il 22 ottobre. I familiari vennero a conoscenza della morte del proprio caro, raccontano, mediante una “fredda carta burocratica” che l’ufficiale portò loro affinché nominassero un consulente per l’autopsia.

“Stefano morì di fatto in un tribunale italiano, in un paese civile e democratico, in cui gli fu negato tutto: il diritto ad un avvocato di fiducia, il diritto all’integrità fisica, il diritto alle cure mediche, il diritto di vedere i propri familiari, il diritto alla vita” – commenta in un frame del documentario l’avvocato della famiglia Cucchi, Fabio Anselmo. “Percorse la sua via crucis attraverso le stazioni dello scarica barile di responsabilità tra carabinieri, guardie penitenziarie e medici” riferisce il sen. Luigi Manconi. Il primo processo celebrato per accertare le cause della morte di Stefano si è risolto, dopo i primi due gradi di giudizio, nella sentenza della Cassazione che ha disposto il parziale annullamento della sentenza di appello, ordinando un nuovo processo per 5 dei 6 medici precedentemente assolti. Su richiesta della famiglia, è stato però riaperto il fascicolo d’indagine che coinvolge i carabinieri che al tempo arrestarono Cucchi, in quanto secondo alcune testimonianze avrebbero fornito false verità. Attualmente il nuovo processo è in corso.

Purtroppo la storia di Stefano non è singolare: nel 2009, anno della sua scomparsa, 177 furono i detenuti che morirono in circostanze poco chiare. Diversi sono i nomi conosciuti all’opinione pubblica per storie simili, Federico Aldrovandi, Giuseppe Uva, Riccardo Magherini, il conterraneo Niki Gatti e molti altri. “Tutte queste storie ci testimoniano che non è uno Stato di diritto quello che permette che un uomo venga torturato in carcere. E che permette che per questo orrore non ci sia alcuna condanna, perché il reato di tortura in Italia non c’è”, scrive Ilaria Cucchi, sorella di Stefano nella petizione promossa perché sia introdotto il reato di tortura. Nessuno “se l’è cercata”. Nessun uomo può arrogarsi il diritto di negare a sua volta un sacrosanto diritto quale quello alla vita o compiere pestaggi e insulti fisici in abuso del proprio potere. Allo stesso tempo nessuno può restare inerme dinanzi a tali eventi. Chi fosse interessato a firmare la petizione può visitare il sito www.charge.org- “Contro ogni tortura: l’Italia approvi la legge entro il 2016”.

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