Giudiziaria

Casalesi, la Procura chiude le indagini

La procura non fa sconti anche se qualche lieve attenuazione dei ruoli c’è stata. Tuttavia l’impianto accusatorio nell’inchiesta sulle presunte infiltrazioni del clan dei casalesi resta solido. Ecco, dunque, che ieri sono stati notificati gli avvisi di conclusione delle indagini a coloro che erano stati arrestati nello scorso mese di giugno e ad alcuni che avrebbero avuto ruoli marginali nell’indagine. Lo scopo finale di queste persone, secondo il pm, era quello di massimizzare i profitti nei milionari appalti della ricostruzione privata e si rivolgevano alla camorra, in particolare al clan dei Casalesi, per farsi procurare le maestranze a basso prezzo. Di qui l’accusa di «contiguità con il clan dei Casalesi». Secondo le tesi della Procura sono almeno una decina i cantieri finiti sotto la lente di ingrandimento della Procura, per un giro d’affari stimato attorno ai 10 milioni di euro. Dagli accertamenti emergerebbe che gli operai restituivano il 50% dello stipendio. Gli imprenditori coinvolti nella vicenda sono i fratelli Alfonso, Cipriano e Domenico Di Tella, di Caserta ma residenti in città da diversi decenni,i fratelli Dino e Marino Serpetti oltre all’ex presidente dell’Aquila Calcio ed ex amministratore unico, Elio Gizzi, tutti e tre aquilani e Michele Bianchini, di Avezzano. In carcere finirono i tre Di Tella e Bianchini. Ai domiciliari i due Serpetti e Gizzi. Tutti e sette sono a piede libero da diversi mesi. Ci sono poi quattro persone, sempre indagate, ma con presunte responsabilità assai minori e in posizione defilata: Giuseppe Santoro 45 anni, di San Cipriano D’Aversa (Caserta), Francesco Ponziani, 44, nato in Svizzera ma residente nella frazione aquilana di Paganica, Emiliana Centi, nata all’Aquila ma domiciliata a Paganica e Gianna Di Carlo, cui vengono contestate solo false fatturazioni per conto della Domus. Le accuse per i sette a vario titolo sono estorsione aggravata dal metodo mafioso (ma i casi contestati sono meno di quelli iniziali), da intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro. Il sistema per aumentare i profitti consisteva nel prendere manodopera del Casertano assunta da ditte aquilane o campane per lavorare in cantieri di ricostruzione privata post-sisma attraverso l’intermediazione di altri costruttori campani incensurati ma contigui al clan dei «Casalesi». Lo stipendio veniva dato con buste paga regolari, ma la metà rientrava in contanti. Secondo le accuse i sette, in concorso, acquisivano quante più commesse possibili a prescindere della loro capacità tecniche e di organico. Si affidavano alle imprese dei Di Tella che reperivano manodopera solo a Casapesenna e Casal di Principe. I Di Tella portavano e alloggiavano all’Aquila quei lavoratori, li facevano assumere dagli imprenditori aquilani, che alla fine emettevano una busta paga con importi corretti, ma poi la offrivano ai Di Tella che gestivano una contabilità separata e occulta. Dopo aver percepito l’importo il lavoratore restituiva la metà dello stipendio con prelievi bancomat: sullo sfondo false fatturazioni. Nulla avveniva con violenza ma con «intimidazione ambientale diffusa». Agli imprenditori aquilani arrivava il 30% senza far niente. I difensori: Massimo Carosi, Antonella Pellegrini, Guido Perfetti, Roberto Madama, Massimo Costantini,Vincenzo Retico, Walter Taballione, Antonio Milo.

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