Ambiente

Il camoscio appenninico: il PNALM tira le somme

A fine anno, si sa, si tirano le somme. Molte delle attività di ricerca e monitoraggio condotte dal Servizio Scientifico del PNALM si sono concentrate, anche nel 2016, sul Camoscio appenninico, una sottospecie del camoscio dei pirenei che all’inizio del 1900 era presente esclusivamente in Camosciara, con un nucleo di circa una trentina di individui. Da allora il camoscio appenninico di strada ne ha fatta molta! Negli anni ’90 il Parco realizzò la colonizzazione del camoscio, grazie alla traslocazione di alcuni individui, negli allora nascenti Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga e della Majella e nel 2000 nei Monti Sibillini. In questi ultimi anni, il Parco ha passato il testimone alle altre aree protette che, grazie al progetto Life Coornata, premiato nel 2016 dalla Commissione Europea come uno dei migliori progetti Life, hanno lavorato per il consolidamento della colonia dei Sibillini e la creazione di quella del Sirente Velino. Oggi si contano in tutto l’Appennino 5 colonie per un totale stimato di oltre 2000 camosci. Nel PNALM la popolazione di camoscio si sta lentamente riprendendo dalle problematiche che erano emerse qualche anno fa e che avevano fatto registrare una bassissima sopravvivenza al primo anno dei capretti, compromettendo in parte la struttura di popolazione. Le conte estive e autunnali condotte su circa una trentina di percorsi con il supporto del Servizio di Sorveglianza, del CFS e dei tantissimi volontari, ci indicano una popolazione composta da oltre 500 individui con un tasso di natalità (ossia il numero di nuovi nati sul totale della popolazione) del 26% con 124 capretti e un tasso di sopravvivenza al primo anno del 50%. Il monitoraggio più intensivo condotto sui branchi conferma i risultati condotti durante le conte, mostrandoci una popolazione ben strutturata. Rispetto a qualche decina di anni fa, la distribuzione del camoscio nel Parco è cambiata: da una marcata diminuzione di camosci nell’area storica si è registrato un incremento nella zona della Meta e dei Tartari, delle Gravare e del Monte Marsicano. “La conservazione del camoscio appenninico – riferisce il Presidente del PNALM – è stata una sfida importante per le aree protette senza le quali oggi non avremmo questi risultati. E’ comunque necessario continuare a lavorare su questa specie, sia dal punto di vista gestionale che conservazionistico, ponendo particolare attenzione alla gestione del bestiame pascolante in quota , all’afflusso turistico e al randagismo canino. La sfida del Parco nei prossimi anni sarà il consolidamento de i nuclei delle Mainarde molisane e laziali”

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