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Angela e Mario, dal dramma alla speranza


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Sabato sera. Solita storia. La maggior parte dei ragazzi che si vedono in giro sono ubriachi. Forse c’è stata una rissa. O un incidente. O a qualcuno è stata ritirata la patente. Ma,forse, a qualcuno anche per questa volta è andato tutto liscio. La domenica si dorme fino a tardi. Il pomeriggio, ancora un po’ intontiti, si raccontano le esperienze con i genitori e, mentalmente, si progetta di marinare la scuola il giorno dopo. “Mi hanno beccato stanotte”. “A me è andata bene, dormivano”. “Domani niente scuola”.

Una delle più gravi piaghe di questo nostro tempo è l’alcolismo giovanile. L’alcool è consumato a litri da adolescenti e giovanissimi ogni volta che l’occasione sembri quella giusta. E questa finisce sempre per essere tale. Una festa, un compleanno, una promozione inaspettata a scuola, un voto alto nella Materia odiata. Il sabato tutto ciò deve essere festeggiato nel migliore dei modi. E quale miglior compagno di “avventura” se non l’alcool? Il problema dell’alcolismo giovanile non è comunque solo una prerogativa territoriale. Per tutta l’Italia i dati e le statistiche che arrivano dall’Osservatorio permanente sui giovani e l’alcool sono sempre più allarmanti.

Il 40% dei consumatori abituali non supera i 17 anni. Psicologi e sociologi continuano ad interrogarsi sui motivi di tale fenomeno. Le risposte possono essere le più disparate. Mancanza di interessi, di stimoli e, cosa piu’ grave, di fiducia in se stessi. Carenza di attenzione da parte dei genitori. I giovani sono diventati incapaci di interessarsi a cose sane, magari a un buon libro, alla politica o a quello che succede nel Mondo. Sono annoiati e demotivati. Non credono più a niente. Chi di noi non ha sentito pronunciare, o pronunciato egli stesso decine di volte, frasi del genere? Gli adolescenti rispondono a queste accuse chiudendosi sempre più in loro stessi e cercando rifugio nell’alcool.

In questo modo dimostrano il loro disagio e la loro ostilità verso una società della quale non si sentono partecipi. I giovani del nuovo millennio sono figli di genitori che non vogliono far mancare loro nulla. Motorino, cellulare, scarpe e jeans griffati e all’ultima moda e la macchina fiammante, nella maggior parte dei casi, quando arriva il momento della maggiore eta’. Non hanno più niente per cui lottare, niente da raggiungere. Ogni cosa gli viene servita su un piatto d’argento. E, cosa ancor più grave, non sono più in grado di comunicare fra di loro, di confrontarsi (ricordo che la mancanza di comunicazione fra adulti e giovanissimi è cosa antica). Così ognuno perde la preziosa possibilità di scoprire di non essere il solo ad avere paura di mostrarsi troppo debole, di seguire incondizionatamente il gruppo (sarebbe meglio definirlo “branco” visto che di solito è dotato di un capo) per paura di stare fuori. In questo modo si lasciano sfuggire la possibilità di condividere la noia, l’ansia, il senso di inadeguatezza, i timori.

Dunque niente di interessante da dirsi, pochi divertimenti, paura del confronto. Cosa resta da fare? Meglio stare allegri con qualche bicchiere. Divertirsi, visto che anche il solo comunicare (soprattutto con le ragazze) sembra diventato impossibile senza alzare il gomito. L’alcool rende più sicuri e simpatici, disinibisce. A nulla vale il fatto che poi si sta male. A nulla valgono i ritiri delle patenti. A nulla valgono gli incidenti sulle strade. Non potrebbe essere altrimenti. Gli adolescenti non sarebbero tali se riflettessero su queste cose. La famiglia non sembra essere piu’ in grado di far fronte a questa situazione. I genitori troppo spesso preferiscono non sapere o, ancora peggio, non capire. “Ma non c’è da allarmarsi tanto sono solo ragazzate”. “Non bisogna drammatizzare”. Questi sono spesso i commenti degli adulti che si trovano di fronte alle conseguenze della non comunicazione con i propri figli e che non riescono ad ammettere che forse un problema c’è. E’ sicuramente quello che l’adolescenza non è eterna. Certo, non tutti quelli che bevono o giocano a fare i grandi saranno degli alcolisti da adulti. Ma un giorno, quando arriverà il momento di svegliarsi e non sarà più il tempo di nascondersi dietro una bottiglia, alcuni di loro si accorgeranno di essersi lasciati alle spalle molte opportunità come la principale che consiste nell’aver trascurato lo studio. Allora non è solo un problema di ragazzate. Gli errori e le distrazioni si pagano comunque. Ognuno lo impara a proprie spese nel corso della vita. Ma con gli adolescenti non si possono fare moniti e raccomandazioni. Non li stanno mai a sentire. Non resta da sperare che questi figli del consumismo escano incolumi dall’età critica e che non diventino degli adulti infelici e insoddisfatti. Di quelli per i quali il bicchiere resta il fedele compagno in ogni occasione della loro Vita, bella o brutta che sia.

Di seguito riporto un brano,secondo me molto significativo per quanto ho scritto,tratto dal mio Libro:”VEGLIARE IL PRESENTE”, Edizioni Noubs, Chieti, 2004.

Divertirsi si… ma con giudizio

…NON SOLO IN DISCOTECA E’ SBALLO: UN INCIDENTE DEL SABATO SERA…

La vicenda di Sabrina: un miracolo d’amore e di fe­de. Una storia realmente accaduta tanti anni fa.

Solo i nomi sono di fantasia per non rendere riconoscibili i protagonisti della vicenda.

“Qui è l’Ospedale Civile, vole­vo avvisarvi che vostra figlia Sabri­na è stata ricoverata mezz’ora fa; c’è stato un grosso incidente stradale:non è grave, gli altri sono fe­riti più seriamente”.

La comunicazione telefonica,arrivata alle sei e quaranta di una Domenica in una casa di Cittadini Abruzzesi, ha svegliato improvvisamente Angela e Mario, ge­nitori della diciottenne Sabrina. Gli alunni della V C dell’Istituto Tec­nico per Geometri avevano program­mato la classica cena di addio alla scuola; terminatala, in molti avevano raggiunto una discoteca e, al ritorno, il grave incidente. Sabrina già da alcuni anni frequentava le di­scoteche e i genitori avevano cercato con ogni mezzo di dissuaderla: dalla proibizione al ricatto dei regali, dal chiuderla fuori casa alle scenate in pubblico Quella domenica mattina seppur sconvolti e angosciati, non avevano voluto partire per andare a trovarla in ospedale; nel po­meriggio sono andati dall’insegnante di religione della figlia, con il quale hanno cercato di giustificare il loro comportamento. «S’arrangi diceva­no – ha fatto sempre quello che ha voluto contro le nostre direttive; Sa­brina è un’ingrata perché… non ha mai capito i tanti sacrifici che abbia­no fatto per darle tutto quello che ha… ci ha sempre fatto soffrire, do­vremmo solo rimproverarla e farle capire che tutto è avvenuto per colpa sua…».

Il sacerdote li guardò con tanta tristezza e con tono deciso disse: “Se volete venire con me io vado subito in ospedale da Sabrina». C’è stato un “pesante” momento di silenzio, poi una breve discussione tra i genitori; il sacerdote, risoluto, quasi li spinge nella sua auto. Lungo la strada An­gela e Mario cercavano di nascondere il loro imbarazzo e si chiedevano a vicenda che cosa avrebbero potuto dire a Sabrina, che cosa avrebbero potuto regalare alla figlia. “Rega1atele la vostra presenza silenziosa, ca­rica di affetto e premura per lei”,, dis­se loro il sacerdote, il quale li invitò successivamente ad unirsi a lui per pregare Dio con una preghiera spon­tanea che fosse espressione sempli­ce, sincera dei pensieri e dei senti­menti che passavano nella mente e nel cuore. Il sacerdote cominciò rin­graziando il buon Dio per il dono della vita e più ancora per il dono di Gesù, Figlio Suo, dato per una esistenza da vivere in pienezza di grazia e di amore; ben presto fu interrotto dalla voce di mamma Angela che, tra i singhiozzi cominciò a chiedere a Dio di salvare sua figlia, di farla vivere (prima di partire era giunta infatti la notizia della morte di Giuseppe e Massimo; i due amici che erano in macchina con Sabrina); continuò quindi esprimendo a Dio una serie di promesse: “mi impegnerò ad assi­sterla – diceva – a curarla, ad aiutarla nella sua convalescènza, a parlare con pazienza ed amore. Chissà che riusciamo a capirci confidarci vi­cendevolmente. .”.

Papà Mario se ne stava zitto con la testa tra le mani; dopo un pò cominciò anche lui ad esprimere la sua preghiera e manifestò con since­rità disarmante il suo smarrimento, il suo fallimento come genitore; chiese perdono a Dio ripetutamente per non aver dato alla figlia quell’amore disinteressato di cui capiva final­mente l’urgente necessità, di non aver saputo trovare il tempo per ascoltare e capire Sabrina; di non aver capito i tanti segnali che lei gli aveva mandato nei diversi momenti e passaggi della sua vita. Entrati nel­la stanza dell’ospedale Sabrina mos­se gli occhi (giaceva immobile sul letto, tutta intubata com’era), fissan­do i genitori con uno sguardo freddo e penetrante.

Alcune settimane dopo dirà che quello sguardo voleva significa­re tutta la sua sorpresa per 1a visita dei genitori. Non se l’aspettava visti l’incomprensione e il disprezzo vi­cedevole che esisteva tra loro! Mamma Angela si è chinata per po­sare un bacio tenerissimo sulla fron­te e sussurrarle: «Bambina mia, sii forte… vedrai che guarirai. perché noi abbiamo pregato per te,…»; papà Mario, chinatosì a sua volta su Sabrina, le sussurrò: «Ti chiedo scu­sa, tesoro, perchè ti siamo tanto man­cati – e intanto dai suoi occhi comin­ciarono a cadere grandi lacrimoni sulla fronte di Sabrina – non ti ab­biamo capita e amata… ma vedrai che sapremo cambiare… aiuteremo te e i tuoi amici a vivere con più sen­so…». Sabrina stringeva forte la ma­no del sacerdote che stava dall’altra parte dello e i suoi occhi comin­ciarono a velarsi di pianto. Lungo la strada del ritorno a casa, Angela e Mario non smettevano di ringrazia­re il sacerdote per averli trascinati con decisione dalla loro figlia: ave­vano vissuto un’esperienza unica e intensissima di riconciliazione che aveva aperto il loro cuore.

Quella sera stessa, procedendo a fatica su un’autostrada intasata, si cercò di ipotizzare che cosa i genito­ri, la parrocchia, la scuola ed altri en­ti sociali, potessero fare per riempire il vuoto d’amore, di idealità, di feli­cità e di speranza che angoscia e spa­venta tanti giovani che si rifugiano in discoteca per stordirsi. Angela e Mario si dimostravano sapienti e amorevoli con i giovani che frequen­tavano la loro casa ogni giorno per far visita a Sabrina. Non si sono mai fermati a piangersi addosso,con di­scorsi carichi di lamentele o di pessi­mismo; ma si sono fatti ideatori e promotori di iniziative per offrire ai giovani alternative alle discoteche; sono diventati due «attivisti», pieni di coraggio ed entu­siasmo nell’incantare e coinvolgere altri genitori.

Prof. Sandro VALLETTA

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