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Editoriale

A proposito di affidamento condiviso…


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La problematica che investe l’affidamento dei figli, nei casi di separazione o divorzio dei genitori, è divenuta, negli ultimi anni, una vera e propria questione sociale. L’Istituto nazionale di statistica ci fornisce, in proposito, alcuni dati che debbono far riflettere. Nel nostro Paese, il tasso annuo di separazione ( rapporto tra coppie separate e quelle che contraggono matrimonio) si attesta intorno al 25%. I figli minori dei genitori separati, sempre secondo i dati dell’Istat riferiti al 2013, sono oltre un milione e nel 90,9% dei casi sono affidati esclusivamente alla madre.
Nei casi residui, i figli sono stati affidati al padre, ai nonni, ai servizi sociali solo perché mancava la richiesta di affidamento da parte delle madri, in quanto coinvolte in situazioni patologiche dovute a uso di droga, alcool, o con forti disturbi della personalità. Al genitore non affidatario
(quasi sempre il padre), la legge non attribuisce quasi nulla. Si limita a consentire una possibilità di accesso presso il minore nei fine settimana alternati o in estate, per un periodo massimo di 15 giorni.
Stando così le cose, per i genitori non affidatari, non rimane che subire traumi affettivi molto forti: da un lato il fallimento del matrimonio e dall’altro la perdita dei figli, affidati quasi esclusivamente alla figura materna.
Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. Il problema familiare è divenuto ben presto so-ciale. Venuta meno la figura paterna, tantissimi adolescenti crescono disadattati nei rapporti con la famiglia e la comunità e, il più delle volte presentano forti squilibri nella personalità non solo affettivi ma anche culturali e relazionali. Se poi a questa situazione di disagio si aggiunge anche la continua e logorante conflittualità tra gli ex-coniugi, dovuta principalmente a incomprensioni e frustazione nel rapporto con i figli, allora il quadro che si presenta per questi ragazzi, nella stragrande maggioranza dei casi di affidamento esclusivo, è davvero sconfortante e merita la massima attenzione sia del legislatore che dell’intero corpo sociale.
Purtroppo l’affidamento monogenitoriale, almeno nel nostro Paese, oltre a non privilegiare gli interessi dei minori, ha, di fatto, allontanato dai figli il genitore non affidatario, trasformandolo in persona inconsapevole e a volte irresponsabile nei confronti dei figli. Il rapporto con l’ex-coniuge si
è spesso esaurito nella somministrazione dell’assegno di mantenimento, causa quest’ultimo di continui conflitti e ripicche che inevitabilmente si riversano sulla personalità e sulla crescita dei figli.
Consapevoli di queste distorsioni provocate dall’affidamento esclusivo, molti Paesi europei hanno introdotto nel loro ordinamento forme di affidamento congiunto ad entrambi i genitori. Questa soluzione, in particolare nei Paesi europei, viene privilegiata proprio perché ritenuta più idonea a tutelare gli interessi del minore. Così fin dal 1981, la Grecia, la Spagna e la Svezia hanno legiferato in questo senso e, a seguire altri Paesi come il Regno Unito, la Francia, il Belgio, la Russia, l’Olanda, la Germania si sono adeguati alla Convenzione sui diritti del fanciullo, sottoscritta a New York il 20 Novembre 1989 e resa esecutiva in Italia con la legge 27 maggio 1991, n.176.
In alcuni Paesi europei si sono voluti dichiarare, in tema di affidamento, gli interessi fondamentali dei minori rispetto alle ragioni o alle pretese dei genitori. E’ il caso della Germania, dove la legge consente al minore che abbia raggiunto i 14 anni, di opporsi all’affidamento esclusivo ad un
solo genitore; mentre in Francia, dove il regime della “garde conjointe” interessa il 90 per cento delle separazioni, si vieta espressamente che la sentenza stabilisca un’unica dimora per i figli.
Il legislatore di questo Paese ha stabilito questa regola ispirandosi al contenuto del rapporto Dekeuer-Defossez, secondo il quale una scelta secca da parte del giudice su dove far vivere il minore, ha creato, in moltissimi casi, discriminazione ai danni del genitore non affidatario, rimasto escluso anche dai normali rapporti nei confronti della scuola, dello sport e del tempo libero scelti dal minore.
Si disse, allora, che lo spirito di questo istituto tendeva a superare la distinzione tra genitori del quotidiano e quelli del tempo libero, mentre tutta la società italiana e in particolare i rapporti familiari e quelli uomo-donna, venivano permeati di principi che richiamavano la parità tra i sessi e
le pari opportunità nello svolgersi della vita sociale e familiare.
Da qui, poi, un succedersi di leggi e sentenze che hanno sancito giuridicamente quello che la coscienza civile del Paese aveva da tempo maturato. In particolare è stato riconosciuto al padre il diritto di assentarsi dal lavoro per malattia del figlio, il diritto ai riposi giornalieri per l’ assistenza ai
figli nel primo anno di vita, fino a giungere alla legge sui congedi parentali che attribuisce sia alla madre che al padre piena capacità nell’assistere e curare i figli, nonché piena intercambiabilità nei loro doveri di genitori.
Nel nostro Paese , bisogna rilevare, l’affidamento congiunto non ha avuto successo, se si considera la sua percentuale irrisoria ( 5,9 % nel 2013 ) sul totale degli affidamenti stabiliti dal giu-dice nei casi di separazione o divorzio. E’ anche vero che la scarsa fortuna dell’affidamento congiunto è dovuta alle procedure con cui viene concesso.
Nella stragrande maggioranza dei casi, il giudice affida il minore alla madre, senza valutare le diverse opzioni previste dalla legge. Si affida cioè al buon senso e alla tradizione che tendono a privilegiare quasi sempre la madre come genitore affidatario. I giudici sembrano aderire a quella “dottrina della tenera eta’” che considera il figlio piccolo o piccolissimo molto legato alla madre e bisognoso ancora di mantenere saldo il cordone ombelicale con lei. Si tratta di una teoria suggestiva, non sempre però suffragata dai fatti e dalle statistiche.
In termini percentuali si è calcolato che alla madre viene affidato il 94,75% dei minori. A diciassette anni la percentuale rimane ancora molto alta e si attesta intorno all’88 %.Tutti questi elementi , cui si sono aggiunti pareri di netta avversione degli operatori del diritto quali Avvocati e Giu-
dici, hanno contribuito all’insuccesso dell’affidamento congiunto.
I sostenitori di questo istituto attribuiscono il suo fallimento a diverse ragioni. In primis l’istituto inteso come “esercizio congiunto della potestà”, con la conseguenza che tutte le decisioni riguardanti il minore, richiedevano il consenso di entrambi i genitori. Così inteso, si è inevitabilmente
risolto in un fallimento sul piano della sua concreta attuazione. Non è mancato chi lo ha definito, visti i risultati prodotti “ un inutile artificio giuridico” ed altri hanno spiegato il suo fallimento con l’introduzione di diversi “prerequisiti” – dalla vicinanza delle abitazioni, all’elevata età dei figli – che hanno reso impossibile la sua applicazione.

Una testimonianza, riguardo a quanto già esposto, ci viene dal racconto della signora Lucia, affidataria di un figlio in tenera età, quasi dimenticato dal padre, che abbiamo avuto il piacere di incontrare.

D : “Gentile signora, mi dice, brevemente, come siete arrivati alla separazione?”
R : “ Si è arrivati alla separazione quando sono rimasta incinta del mio bambino, Valerio.
Eravamo sposati da un anno e mezzo e lui ha accolto malissimo questa lieta notizia. Ha reagito
violentemente , volevo che abortissi, perché diceva che avrebbe voluto aspettare almeno una
decina d’anni prima di diventare padre. All’epoca lui aveva 32 anni, lavoravamo tutti e due ed
avevamo un appartamento nostro, quindi nessun problema economico. Un giorno mi ha riempito
di pugni sulla pancia, rischiando di farmi perdere il bimbo. Sono stata malissimo e da quel momen-
to, per me , è cambiato tutto, anche se non l’ho denunciato e ho continuato a vivere con lui. Una
volta nato il figlio, lui si è sempre disinteressato, rinfacciandomi che lo avevo voluto solo io e
che quindi lui non gli avrebbe mai comprato nulla, così è stato, purtroppo”.

D : “Poi?”
R : “Ho chiesto la separazione quando Valerio aveva un anno, perché avevo paura che lui potesse
fargli del male. Non sopportava che la notte piangeva e lo vedeva come un peso. Poi ha chiesto
l’annullamento del matrimonio alla Sacra Rota e la causa è andata avanti per sette anni. Il matri-
monio è stato sciolto per colpa sua, per esclusione della prole, anche se il figlio porta il suo
cognome ed è riconosciuto a tutti gli effetti”.
D : “Dopo la separazione i rapporti, con te e tuo figlio, da parte di tuo marito come sono stati?”
R : “Dopo la separazione per due anni è sparito completamente finchè le maestre della scuola mater-
na l’hanno mandato a chiamare in occasione della festa del papà. Ha fatto la sua fugace appari-
zione ed è sparito di nuovo. I rapporti, come puoi immaginare, erano pessimi e con me non parla-
va affatto”.

D : “Tuo marito viene in visita al bambino, come la legge prescrive , o, a quanto mi è dato sapere, non
è mai presente tranne qualche sporadica visita alla vigilia delle feste comandate?”.
R : “Non porta mai il figlio con sé nei fine settimana. Perché va fuori città, a sciare o in barca , si vedo-
no solo per pochi istanti, per scambiarsi gli auguri a Natale e a Pasqua, quando siamo tutti più buo-
ni”.

D : “Come stà crescendo il bambino?.Ha qualche problema dovuto a questo trauma?.
R : “Valerio sta crescendo. Ora frequenta la scuola media , ma ne ha risentito moltissimo, soprattutto
dall’anno scorso che ha acquisito maggiore coscienza della situazione. E’ molto ansioso ed insicuro,
soprattutto con i compagni. Sta seguendo, da alcuni mesi, la psicoterapia perché io non basto più”.

D : “Ne parla e cerca il padre?”.
R : “Non parla mai del padre e qualche volta che gli telefona a studio, per salutarlo, trova spesso la
segreteria telefonica. Non ha il recapito telefonico della nuova abitazione paterna, ma solo il cel-
lulare che a volte risulta non raggiungibile”.

D :”Per l’assegno di mantenimento come vi regolate?.E’ puntuale nel versamento o se ne dimentica?”.
R : “Non ha mai versato l’assegno di mantenimento deciso dal giudice ed io, per quieto vivere , ho
lasciato correre perché minacciata pesantemente se lo avessi chiesto. Oltrettutto sarebbe una cifra
irrisoria, rispetto al suo ricco guadagno mensile”.

D :”Non so se stai tentando di rifarti una vita, come pensi reagirebbe tuo figlio a questo?. Potrebbe
subire un altro trauma o creare qualche problema?”.
R : “Dipenderebbe dal grado di maturità della nuova persona accanto”.

D : “Cosa suggerirebbe ai nostri legislatori riguardo a questo scottante problema?”.
R : “Di seguire più da vicino i figli dei separati e dare loro un sostegno psicologico nello stesso modo
farlo pure per i genitori”.

Sandro VALLETTA
(Ha Collaborato Rosa CARBONE)

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