Cronaca e Giudiziaria

100 anni dal terremoto: uno stimolo per cambiare rotta sulla strada della prevenzione

Sono trascorsi ormai 100 anni dal terremoto che sconvolse la Marsica ma il modo di affrontare il problema è cambiato? Facciamo in modo che le celebrazioni dell’evento siano finalmente uno stimolo per il nostro Paese per cambiare rotta e non solo una doverosa ricorrenza! La vera ed unica difesa dal terremoto è la prevenzione… Quella che in Italia non facciamo!

(Il 13 gennaio del 1915 un violento terremoto (Ml 6.8 – Mercalli XI) gettò nella desolazione e nel lutto la Marsica e l’Abruzzo intero. La scossa fu avvertita in tutta l’Italia centrale. Per l’estensione dell’area di influenza, per il numero di vittime (33000) e dei feriti, per la distruzione dei centri abitati, rappresenta il terremoto più violento, in Italia, del XX secolo, superato solo dal terremoto di Messina del 28 dicembre 1908 (oltre centomila vittime).

Nella cultura popolare il terremoto è stato accettato in maniera fatalistica poiché evento naturale imprevedibile e come tale inevitabile. Lo stesso Ignazio Silone, dopo l’evento, lo considera addirittura come strumento di giustizia: «Nel terremoto morivano ricchi e poveri, istruiti e analfabeti, autorità e sudditi. Nel terremoto la natura realizzava quello che la legge a parole prometteva e nei fatti non manteneva: l’uguaglianza …».
La Natura, però, non è mai tanto cattiva quanto può esserlo l’Uomo. L’Uomo che spesso si rende protagonista di scelte irresponsabili e scellerate, capaci di minare tragicamente la sua stessa esistenza.

L’evento naturale può essere mitigato attraverso la prevenzione: la prevenzione antisismica è difficile, complessa e costosa, ma non impossibile ed è la sola via per ottenere risultati immediati, positivi e tangibili.
I forti terremoti abruzzesi, purtroppo, non sono stati per noi d’insegnamento per fare meglio per il futuro ed è per questo che dovremmo invece prendere d’insegnamento le parole dello scrittore marsicano Panfilo Gentile: «In trenta secondi possiamo perdere la vita e le ricchezze. Impariamo a vivere proponendoci scopi che trascendano la nostra vitae le nostre ricchezze: il terremoto non ci torrà più nulla. Trenta secondi ci avvertono che lo spirito non ha ancora vinto la natura; impariamo a liberarci dell’impero di una casualità indegna dell’uomo».

Sono un ingegnere di Paganica (AQ), il paese reso famoso per la localizzazione della faglia che ha originato il sisma del 6 aprile 2009. Prima del 6 aprile parlare di terremoto, dalle nostre parti (ma anche in Italia, purtroppo come sempre avviene!), significava trattare di problemi che per la quasi totalità delle persone non ci riguardavano da vicino, forse perché si riteneva, di esserne immuni. Eppure, dopo il terremoto di Colfiorito, l’Appennino centrale e in particolare quello abruzzese è stato oggetto di studi concernenti le analisi di pericolosità basate su dati storici e geologici. Tutte le faglie sono state oggetto d’indagine con diverse tecniche, inclusa quella paleo sismologica ed esse sono meglio conosciute e caratterizzate di tutte quelle dell’intera area mediterranea. Il terremoto del 6 aprile è stato un terremoto ampiamente atteso dalla comunità scientifica internazionale: basti pensare che proprio nel numero di aprile 2009 l’autorevole Bulletin of the Seismological Society of America assegnasse, in conformità a modelli probabilistici, proprio alle nostre faglie una probabilità particolarmente elevata di generare un forte terremoto. L’Aquila ha sofferto, nel corso della sua storia, degli effetti catastrofici di diversi eventi tellurici ma non ha saputo coglierne insegnamento: hanno prevalso fatalismo, imperizia, disinteresse istituzionale e forse anche affarismo. Il terremoto del 1703 è stato dimenticato per tre secoli ma dopo il sisma del 2009 da tutti è stato ricordato! Il terremoto del 2 febbraio 1703 è stato uno dei più catastrofici terremoti del Centro-Italia e sarebbe dovuto essere un simbolo sia per ricordare le ottomila vittime sia per contribuire alla diffusione di una seria cultura della prevenzione in un territorio particolarmente sismico. Marco Garofalo, marchese della Rocca, in una lettera al Viceré del Regno di Napoli descrisse così la città: “La città dell’Aquila fu, non è; le case sono unite in mucchi di pietra, li remasti edifici non caduti stanno cadenti. Non so altro che posso dire di più per accreditare una città rovinata ”. E’ una fotografia della città analoga a quella di oggi! Dopo il terremoto del 1703 non si ebbe un ripristino della città medievale, e L’Aquila cambiò totalmente volto. Nel periodo della ricostruzione settecentesca e fino all’inizio dell’ottocento, la città fu coinvolta da un imponente fenomeno di “sostituzione edilizia”: anche se non mutò l’impianto viario d’impostazione medievale, cambiò completamente la struttura delle componenti della città. Le discutibili scelte urbanistiche nel corso del XX secolo, che hanno completamente ignorato le caratteristiche geologiche dell’intero territorio, oltre che della città, i nuovi insediamenti localizzati in luoghi poco idonei, le carenze strutturali conseguenti a un’inefficace normativa antisismica, i lavori non eseguiti a regola d’arte e l’uso di materiali di qualità scadente, forse hanno notevolmente contribuito alla tragedia del 2009. C’è anche da riconoscere che oltre a non volgere lo sguardo al passato, per trarre importanti insegnamenti e costruire al meglio il futuro, non sono stati neppure presi in considerazione i suggerimenti e gli allarmi che nel corso degli ultimi decenni sono stati lanciati (studi geologici della conca aquilana, studi sull’esistenza e della pericolosità delle faglie, in particolare la faglia di Paganica, studi sul rischio sismico e sulla vulnerabilità degli edifici, studi sull’elevato fattore di accelerazione prodotto dai recenti terremoti nella zona, esercitazioni di simulazione e relazioni conseguenti, studi sul patrimonio monumentale abruzzese). Il mondo “Scientifico ufficiale ” e le Istituzioni competenti non li hanno purtroppo presi in considerazione.

Da convinto assertore della previsione sismica statistica ho sempre ritenuto probabile il rinnovarsi, nel nostro territorio, di un evento sismico simile a quelli storici e per tale motivo, nelle varie esperienze lavorative, ho sempre cercato di mettere al primo posto l’aspetto della prevenzione. Il 7 aprile 2009, il giorno successivo a quello del sisma, avrei dovuto tenere un incontro con la popolazione presso il Centro civico di Paganica, il mio paese, incontro organizzato in collaborazione con il presidente della X Circoscrizione del Comune di L’Aquila. Questo perché le scosse di terremoto che si stavano susseguendo mi preoccupava: le collocavo, con alta probabilità, nell’arco temporale dei ritorni storici per i sismi dell’area aquilana. Precisamente, sulla base della storia sismica aquilana (si ricordano i forti terremoti del 1315, 1349, 1461, 1703, 1762) ricostruita nei Cataloghi dei terremoti, dalle cronache dei vari storici dell’epoca e soprattutto alla luce dei precursori che si stavano verificando (oltre 300 scosse a partire dal 14 dicembre 2008), precursori analoghi a quelli dei terremoti precedenti, consideravo quelle innumerevoli scosse una vera e propria crisi sismica piuttosto che un semplice sciame senza conseguenze. Anche in considerazione del particolare sistema di fagliazione che interessa il nostro territorio, costituito da numerose faglie più o meno attive e alcune delle quali con un gap sismico, ritenevo altamente probabile il verificarsi di un imminente forte evento sismico. Tutto questo mi aveva portato a informare, nel periodo che ha preceduto il sisma, gli studenti ed il personale della mia scuola, in diversi incontri tenuti nell’aula magna, puntualizzando il comportamento da tenere in caso di una eventuale forte scossa. La stessa cosa avrei voluta farla con la popolazione, a Paganica, ma non c’è stato il tempo.
L’aquilano, oltre ad essere zona sismica, era un territorio ricco di storia e di arte, con un patrimonio edilizio preziosissimo ma fragile. E questo non è stato adeguatamente considerato. Anzi. Seppure in passato ci fossero stati studi ed indicazioni, talora questi rimasero solo su carta: nulla è stato fatto di quanto segnalato attraverso diverse relazioni. A tal proposito, dopo 23 anni, il Centro europeo per i Beni culturali di Ravello ha pubblicato sul primo numero della rivista on line “Territori della Cultura” una mia relazione. Infatti, dopo aver effettuato, nei primi anni ottanta, studi riguardanti le tipologie delle chiese aquilane, i materiali, i tipi di murature, le maestranze operanti in Abruzzo, schede di 1° livello di vulnerabilità sismica di trenta chiese aquilane ed aver eseguito approfondite indagini geognostiche sulla Basilica di Collemaggio e sulla Chiesa di S. Maria in Valle Porclaneta (Rosciolo di Magliano dei Marsi) (per quest’ edificio fu predisposto e realizzato un adeguamento antisismico), ebbi l’occasione di presentare i risultati in due diverse circostanze.
Nell’aprile del 1987, agli albori della “prevenzione sismica dei Beni culturali”, al 1° Seminario di Studi sulla Protezione dei monumenti dal rischio sismico a Venezia, e successivamente, nel dicembre dello stesso anno, al 2° Corso europeo “La protezione del patrimonio culturale (edifici antichi) nelle zone a rischio sismico”, organizzato dal Centro Europeo per i Beni culturali di Ravello, affermavo che “anche un’esatta previsione sismica (impossibile) non annullerebbe i rischi: necessita la prevenzione. La vera difesa dai terremoti non è quindi la previsione ma la prevenzione mediante l’adeguamento degli edifici posti in zone a rischio. Se “consolidare”, fino a qualche anno addietro era un’attività trascurata, ora a seguito degli eventi calamitosi che hanno ripetutamente colpito il nostro Paese (Belice, Friuli, Irpinia), costituisce un raro momento attuale che assume particolare rilievo soprattutto per la protezione sismica dell’immenso patrimonio culturale. Il patrimonio culturale abruzzese, esposto da sempre al rischio sismico, richiede interventi atti ad assicurare la sua conservazione nel tempo; tali interventi devono garantire un adeguato comportamento in occasione dei futuri eventi sismici. Usualmente gli interventi vengono effettuati a valle di un terremoto per riparare i danni provocati da questo, danni che spesso sono amplificati da situazioni di degrado, più o meno avanzato, dovuti ad eventi precedenti. È perciò opportuno impostare un corretto piano di prevenzione, che, con modalità sistematiche e coordinate, consenta di:
• catalogare i Beni da sottoporre ad intervento;
• diagnosticare il loro stato di conservazione;
• fissare criteri di programmazione, progettazione, esecuzione e verifica degli interventi;
• sviluppare una analisi critica dei modelli e metodi di calcolo…”
Nel mese di giugno del 1988 organizzai, assieme al soprintendente arch. Renzo Mancini, un seminario sulla tutela dei Beni culturali nella nostra regione: “Patrimonio monumentale e rischio sismico in Abruzzo”. Successivamente, nel settembre del 1988, a seguito dell’esercitazione di protezione civile “Amiternum”, dove si simulava un terremoto di settimo – ottavo grado della scala Mercalli con epicentro tra Pizzoli e Barete, in una relazione richiesta ai tecnici partecipanti dal Prefetto Pistilli, relativa a osservazioni e proposte, avevo individuato degli elementi (infrastrutture, educazione, politica) nella quale trasparivano delle criticità che, tuttavia, si sarebbero potute, se non eliminare, quantomeno ridurre. Tra le infrastrutture più vulnerabili avevo individuato il Palazzo del Governo che, fungendo da sala operativa, doveva avere una “adeguata antisismicità”. Secondo il mio parere bisognava allestire della aree attrezzate a livello comprensoriale pronte ad ospitare strutture mobili per il ricovero, il vettovagliamento, il ristoro e l’atterraggio di mezzi di soccorso ed in più dotate di rete di servizi (acqua, luce, telefono). E invece tutto questo, nel cratere in quella tragica notte d’aprile, non c’era. Senza parlare della rete viaria «idonea e di facile percorribilità» che ogni centro abitato avrebbe dovuto avere. Avevo richiesto la “verifica dell’idoneità e l’ eventuale adeguamento delle strutture, delle scuole e degli uffici pubblici”. Lo spazio più ampio, però, l’avevo dedicato al capitolo “educazione”, perché in realtà ritenevo che la maggior parte della popolazione non conoscesse come comportarsi in caso di sisma: in più occasioni avevo sperimentato ciò attraverso incontri pubblici avuti in vari paesi e in tante scuole della provincia. Avevo suggerito, nel dettaglio, come fare: gruppi operativi permanenti (corsi per alcuni dipendenti degli Enti pubblici), collaboratori volontari (cittadini addestrati in ogni centro abitato), mappatura dei punti di maggiore rischio (informazione degli abitanti nei quartieri più a rischio), corsi di protezione civile (nozioni basilari da insegnare agli studenti nelle scuole), istruzione della popolazione (riunioni, volantini esplicativi, spot pubblicitari). Un compito importante era stato assegnato anche alla “politica” che si sarebbe dovuta attivare per reperire finanziamenti al fine di mettere in sicurezza gli edifici ed i centri storici. La relazione si chiudeva con la proposta di un’ ulteriore simulazione per corpi specializzati e rappresentanti di enti atta a simulare condizioni più attinenti alla realtà: operazione in area di centro storico con strade strette, “simulazione di ingombri ed ostacoli da macerie”. Nulla o quasi, invece, è stato fatto in termini di prevenzione e troppo poco in termini di protezione dei Beni culturali.

All’inizio degli anni novanta iniziai a occuparmi della sensibilizzazione degli studenti al problema sismico organizzando in ambito scolastico mostre (mostra organizzata con gli studenti dell’I.T.C. di Celano in occasione dell’80° anniversario del terremoto della Marsica) , conferenze, esercitazioni e facendo partecipare gli studenti a concorsi nazionali sulla sicurezza (in sei occasioni studenti della mia scuola sono risultati vincitori). Contemporaneamente cercai di coinvolgere la popolazione con incontri tenuti in diversi centri (Paganica, Avezzano, Celano, Scurcola Marsicana, Tornimparte… )
Dall’anno scolastico 2003-2004 in poi ho fatto volontariamente corsi di educazione sismica alle classi terze delle scuole medie di L’Aquila (Alighieri, Carducci, Mazzini) affrontando varie tematiche sul fenomeno sismico ed in particolare: la trattazione scientifica dell’evento, la storia sismica del territorio aquilano e dell’Abruzzo, il comportamento umano per la limitazione dei danni alle persone e cose, la sicurezza negli ambienti di lavoro, di studio e di svago. Diverse centinaia di studenti hanno seguito con interesse gli incontri che sono stati ripetuti, per le stesse scuole, fino al 2008.
Con il progetto “Scuola Sicura” proposto dal Ministero degli Interni e dal Ministero della Pubblica Istruzione(a partire dall’anno scolastico 2003-2004) ho tenuto lezioni, nelle varie istituzioni scolastiche della Provincia di L’Aquila (Avezzano, Sulmona, Castel di Sangro, Pescasseroli, Montereale, L’Aquila), agli studenti, ai genitori e al personale scolastico, relative alla sicurezza nei riguardi del sisma e degli altri rischi.

… Ed é arrivata purtroppo la tragica notte del 6 aprile: lo shock, assoluto, ce lo ha lasciato addosso la violenza inaudita della Terra. Quella violenza ci ha atterriti tutti, ci ha fatto sentire troppo piccoli, inermi ed impotenti, ci ha ricordato che la Natura va rispettata e non può essere sfidata. E’ necessario attivare i segnali di una netta svolta sul “modo di pensare ed operare italiano”; è necessario affrontare i problemi prima che accadano altre tragedie come quella vissuta, soprattutto per il rispetto ed il ricordo delle vittime; è necessario rivolgere l‘impegno nel concreto cambiamento nell’affrontare il nemico, “il terremoto”. Un impulso determinante dovrà essere dato anche dai mass media ed è necessaria una forte azione di sensibilizzazione alla sicurezza attraverso la scuola, ritenendo l’azione formativa presupposto fondamentale delle coscienze civiche ed umane delle nuove generazioni, che sono per di più il futuro e la speranza della rinascita nostra amata città.
Mi ritengo uno dei pochi, forse pochissimi, che nella nostra città ha invano cercato di diffondere il concetto di prevenzione sismica!!!!! Cercare di diffondere il concetto di PREVENZIONE è, però, molto difficile, soprattutto attraverso i mass media! Non è infatti produttivo, ai fini della sensibilizzazione e dell’educazione alla sicurezza, che i “soliti”noti si limitino a trattare questi argomenti negli innumerevoli ed affollati “soliti” salotti televisivi, solo dopo che è avvenuta una tragedia ed attendere la successiva per ridire sempre le ”solite” inutili cose; non è stato e non sarà produttivo che la stampa si interessi delle tragedie che avvengono solo nei giorni immediatamente successivi al loro accadimento e poi ignorino l’accaduto finché non si consuma il successivo. E’invece necessario attivare i segnali di una netta svolta sul “modo di pensare e operare italiano”; è necessario affrontare i problemi prima che accadano altre tragedie come quelle vissute negli ultimi tempi, soprattutto per il rispetto ed il ricordo delle vittime; è necessario rivolgere l‘impegno nel concreto cambiamento nell’affrontare il nemico (terremoti, alluvioni, dissesti idrogeologici ed ogni altro evento naturale calamitoso).
Per affrontare il discorso della prevenzione c’è anche bisogno di una società meritocratica, dove le responsabilità siano affidate a persone competenti. Sappiamo tutti, invece, che il nostro Paese è il “paese” delle raccomandazioni, delle clientele, delle famiglie, delle caste, delle corporazioni, delle mafie; la mancanza di merito nella società italiana è diventata un tema sempre più urgente da affrontare: l’Italia è il “paese” del nepotismo, dove gli Istituti di Ricerca e la maggior parte dei “posti di comando” sono coperti troppo spesso da intere “famiglie”, certamente non per capacità e merito… Cambiamo rotta!!!

Claudio Panone

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